Mamavegas - Fa la cosa giusta Intervista

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03/12/2012

I Mamavegas escono finalmente "Hymn For The Bad Things", primo album dopo tanti ep, primo disco con una distribuzione forte come la Rough Trade che sposta l'occhio (e le speranze) fuori dai confini nazionali. Un album importante quindi, ce lo raccontano nell'intervista di Marcello Farno.

I Mamavegas oggi. Non che la differenza fosse così marcata, però cos'è successo da farvi diventare in questo album ancora più tristi, più riflessivi, rispetto a prima?
C'è che pur non facendo shoegaze è inevitabile che quello che suoni rispecchi il tuo stato d'animo attuale. Specie se lo fai come espressione diretta di quello che provi, senza filtri di manierismo intendo. Ci hanno chiesto tutti il perché e il percome di quello che è evidentemente uno spostamento stilistico "a lato" rispetto quello che abbiamo fatto finora. La risposta c'è e non c'è. Questi siamo noi adesso, riflessivi e anche tristi. E in fin dei conti siamo contentissimi di esserci mossi in maniera del tutto spontanea da quel folk dai richiami americani, che adesso ha anche un po' saturato le orecchie, a qualcosa di più nordeuropeo e sicuramente meno ascoltato in giro. Ci piace finalmente pensare di aver aperto un discorso nostro.

E dietro quel titolo invece cosa c'è?
C'è tanto di noi anche lì, e tanto in particolare di Francesco (il batterista nonché padre fondante del progetto insieme a Daniele, il fratello). Che durante un viaggio verso casa, ha cominciato a leggere a rovescio una realtà per lui usuale e positiva, e questo perché stava andando a un funerale. Quindi gli è venuta l'ispirazione per il concept, leggere le cose positive per antonomasia al rovescio. Poi dal punto di vista semantico è emblematico. L'inno ha quel sapore di solennità, mentre "bad things" è una locuzione infantile, quello che diresti a un bambino per sgridarlo. Volevamo accostare queste due cose, che poi in pratica è esattamente quello che siamo.

C'avete messo tanto a scriverlo?
In realtà no. I pezzi ci sono da una cifra, perlomeno le bozze, i provini. Poi abbiamo scremato, sistemato i provini, insomma il classico. E poi coi provini finiti c'è stata la parte lunga.

È stata molto dura mi pare di capire. Quasi come se poi le aveste esorcizzate davvero quelle paure e quel mondo alla rovescia di cui mi parlavi.
Ti dico una frase da "La vita in diretta" che però è la verità. In realtà proviamo a esorcizzarle ogni volta che le suoniamo, e ci sembra di riuscirci nel mentre. Ma a fine brano abbiamo la sensazione che non è abbastanza, e torna la necessità di suonarle. Spero che questa incompletezza rimanga sempre perché una cosa incompleta la vuoi completare e ti devi muovere per farlo. Se sei completo sei morto.

Ma in fin dei conti, suona così diverso da come ve l'avevate immaginato?
No, per niente. Però l'assurdo è questo, ti immagini di voler ottenere un suono e in testa c'hai sempre cose spaziali, poi vai in studio esce una cacata e ti accontenti. Invece no, è uscito proprio quel suono.

Secondo me ogni pezzo è imprescindibile senza un altro, sono strettamente legati tra di loro.
Si e no. Nel senso che secondo me, aldilà del concept, i pezzi sono abbastanza slegati. Anche perché nascono da tante teste, da tanti periodi diversi. La cosa che risalta è però l'idea di album. È un disco intero, se ti va ti fai il viaggio, sennò sticazzi, tanto di singoli strepitosi ne escono tre nuovi al giorno. È significativo ad esempio che aldilà di "Mean and Proud (Beauty)" che abbiamo scelto come video, ogni piattaforma, rivista, che ha parlato di noi abbia scelto come pezzi di riferimento tutte canzoni diverse.

Registrare in un posto come l'Igloo, in mezzo alla pianura padana, dentro l'atmosfera di una cascina di provincia, cosa ha regalato in più?
L'esperienza all'Igloo è stata mistica. Pensa che io non avevo fatto altro che preparami i pezzi e registrarmeli in casa, prima di partire. Arrivato là, ho staccato completamente, tutto. Sembrava che non stessi lì per cantare, passavo ore a dormire e a sentire la radio e ad abbrutirmi con un gioco sul cellulare. Arrivato al dunque, la testa vuota, credo di aver dato il meglio proprio perché mi sono preso alla sprovvista. Senza farlo apposta ho scelto la tattica migliore per affrontare una cosa che in parte mi terrorizzava. Il posto poi aiutava molto, d'inverno solo nebbia e un centro commerciale chilometri lontano. Non avevamo scampo. Non voglio fare il freak però con il niente intorno e una natura preponderante, con un aria che da cittadino non respiro mai ci siamo risintonizzati col nostro essere persone prima di tutto il resto. Prima del nostro lavoro, dei nostri impegni, delle nostre famiglie anche.

È inutile l'amore/ossessione per la natura rimane sempre.
Si, e poi considera che a parte Matteo (il tastierista/bassista) che ha l'orto, noi siamo tutti cittadini classici, abbrutiti sulle macchine o sui motorini nel traffico. Eppure il dialogo con la natura è ancora aperto per tutti noi, non so bene come spiegarmi, non è una vera e propria fissa. Glielo dobbiamo, perché quando cerchiamo l'ispirazione alla fine la fonte è sempre lei. La nostra base nascosta tra le montagne della Sila dice tutto.

Ci sono testi molto duri, molto amari. Ti è stato difficile cantare di cose come queste?
Per la maggior parte no, alcuni tipo "The Stool" che parla della paura di fallire addirittura un suicidio, di più. Ma un cantante è soprattutto interpretazione per me, immedesimazione. Poi non sono sicuro di esserci riuscito, questo me lo devi dire tu.

Cosa vi aspettate provochi in chi lo ascolta?
Non abbiamo aspettative precise vorremo che lo ascoltassero prima di tutto. Poi toccare delle corde emotive come facevano i dischi che ascoltavamo da giovani. E come capita ancora, anche se è più difficile adesso, ma non per questioni qualitative, perché è cambiato tutto.

Dove volete arrivare con questo disco? Insomma avete la distribuzione Rough Trade oltreconfine.
Eh, proprio là vogliamo arrivare. Magari è una mia impressione ma spesso all'estero la musica da ascoltare (e non quella da intrattenimento) è praticamente mainstream. Le radio e i festival all'estero sono molto significativi rispetto a questa cosa. Semplicemente qui siamo una minoranza, fuori le proporzioni sono diverse e probabilmente c'è più margine di lavoro. Io mi sento sempre parte di una minoranza di una setta di carbonari in fissa per la musica bella.

Cose come uscire su Pitchfork, andare per festival vi stimolerebbero un sacco?
Beh, sarebbe il massimo, altro che stimolante. Ma attenzione, per noi il massimo è poter suonare e punto. Non so come dire, se riuscissimo a fare 50 date in Italia e 50 all'estero, sarei più contento della prima, perché siamo di qui e viviamo qui. La differenza con l'estero e che vedi città che non conosci, sei di fronte a un altro tipo di pubblico, e per me è esaltante. Poi noi ad oggi non possiamo dire si lavora meglio fuori, perché non ci siamo mai stati, e non abbiamo nessun pregiudizio rispetto all'italia anzi, finora le persone che hanno organizzato dei concerti con noi sono state il massimo della professionalità.

Forse un ascoltatore straniero può cogliere con maggior sensibilità certi riferimenti, certe sfumature.
No, non è affatto detto. Come dicevo prima, magari in numero ci superano, ma non in qualità dell'ascoltatore. Sai cosa, magari è un atteggiamento troppo positivista nei confronti dell'Italia, ma non penso sia così. La vedo più come un diverso setting dell'asticella della normalità. Continuando col paragone del salto in alto, se in Italia superano l'asticella del metro e ottanta in dieci e in Germania in cento, è perché in Germania magari fanno salto in alto dalla prima elementare, mentre da noi solo al liceo solo per chi ne ha voglia, e in radio non danno i risultati delle gare quindi nessuno si appassiona. La cultura di una popolazione e il suo approccio ad essa non è spontaneo, almeno non credo. Dipende da quello che è considerato di valore da chi stabilisce il valore delle cose.

Ci sono stati degli ascolti, dei dischi di riferimento durante la lavorazione dell'album?
I riferimenti della band sono tanti, Efterklang, Sufjan Stevens, Radiohead, Akron/Family, Dirty Projectors. Io sono più schizofrenico, mentre ci lavoravamo e registravamo ascoltavo James Blake, Ghost Poet, BLU, Polite Sleeper, Beach House, Ghemon.

Se doveste guardarvi attorno, in Italia, a quale band vi sentireste più vicini, quale gruppo terreste come faro guida del vostro cammino?
Rispetto al tipo di esperienza mi viene in mente poco. Intendo, ci sono band di cui stimiamo profondamente il cammino anche se poi sono rimaste nei nostri confini, altre che nascendo qui hanno dialogato molto più con l'estero e anche con l'italia nonostante tutto. Mi piace molto la storia dei Vadoinmessico, anche se è una storia a parte, alla rovescia. Ecco, in realtà ci piacerebbe riuscire a lavorare bene dappertutto, con chiunque sia ricettivo alla nostra musica. 300 persone a Roma, 200 a Milano, 1000 a Innsbruck o 10 a San Marino.
 

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