Teresa De Sio - Faenza, 27-11-2005 Intervista

04/10/2006 di

Uscito più di anno fa, “Craj-Domani” è il poetico film musicale di Davide Marengo che racconta l'opera teatral-musicale "Craj", ideata e diretta da Teresa De Sio e scritta in collaborazione con Giovanni Lindo Ferretti. Dopo aver già ricevuto numerosi riconoscimenti tra cui il premio Miccichè per la migliore opera prima a Venezia, il documentario è stato premiato da “Libero Bizzarri” di San Benedetto del Tronto con un prestigioso primo premio. Mentre il regista Marengo riceve con gratitudine e già lavora al montaggio del suo nuovo film Notturno Bus, cogliamo l'occasione per pubblicare un'intervista alla bella Teresa della nostra Elisa Orlandotti, che da troppo tempo giaceva nei nostri archivi.



Questa intervista riguarda in parte il tuo album “A sud! A Sud!” ed in parte il tuo film “Craj” che è da poco in programma in alcune sale. E’ difficile vederlo, come mai?
Stiamo lavorando molto alla presentazione di questo film; non è destinato al grande circuito cinematografico, peraltro già pesantemente asfissiato da quello americano. Ha avuto una partenza molto brillante perché è stato presentato al cinema di Venezia 2005, all’interno delle giornate degli autori ed ha avuto il premio, come migliore opera prima, grazie alla regia di Davide Marengo; è il suo primo lungometraggio.

Ci racconti in breve la trama dello spettacolo?
Giovanni Lindo Ferretti ed io abbiamo immaginato uno spettacolo che racconta il viaggio di due personaggi: Giovanni Lindo è messer Floridippo, principe intellettuale; io sono il suo servo napoletano Bimbascione, che invece ha conoscenza diretta con la realtà del mondo. Partiamo per un viaggio ideale nella Puglia dove incontriamo alcuni personaggi, tutti bravissimi musicisti, che raccontano la loro musica.

“Craj” è nato come spettacolo teatrale. Risulta cambiato in qualche modo nella trasposizione in film e come hai vissuto il suo passaggio dal palco alla pellicola?
“Craj”, lo spettacolo, è nato due anni fa dal desiderio di portare i grandi vecchi della musica popolare pugliese davanti ad un pubblico che altrimenti non sarebbe stato destinato a vedere e ad ascoltare questi grandi interpreti. Volevo riprendere il filo della musica folk, che avevo interrotto artisticamente tempo fa per seguire la musica leggera a cui devo molto perché mi ha fatta conoscere e ha condotto tanta gente ai miei concerti ed ai miei dischi; ho inciso anche cose più sperimentali con Brian Eno e cantautorali con Fabrizio De Andrè e Ivano Fossati. Io stessa ero stata fautrice di quei miscugli ma ho avvertito desiderio di purezza, di una musica pura radicalissima e radicatissima e questi grandi cantori mi hanno dato l’idea.

Nel film c’è tutto questo o è stato sacrificato qualcosa?
Lo spettacolo teatrale è nato dalla mia testa con l’intento di gettare un po’ di scompiglio tra i linguaggi e tra i generi: il pubblico, per esempio, è chiuso in recinti ed i palchi sono quattro, collocati intorno agli spettatori; è musica dal vivo ma è anche teatro, rappresentazione, recitazione ed è festa di paese perché si beve, si mangia e ci sono le luminarie, cosa che non può mancare in una vera festa di paese. È uno spettacolo equestre perché Giovanni Lindo entra in scena a cavallo. È interattivo e il pubblico, al centro di tutte le scene, è molto coinvolto. Tutto questo al cinema assume un valore differente in quanto lo schermo, in qualche maniera, appiattisce; però ti fornisce un occhio sul dettaglio. Nello spettacolo c’è la parte teatrale; c’è il racconto di Giovanni Lindo e mio; c’è la nostra musica dal vivo e la musica dal vivo di questi grandi vecchi.

Il film, invece, ha una parte documentaristica più profonda che descrive la vita di questi anziani: una telecamera è entrata nelle loro case e loro si raccontano non solo attraverso la musica ma anche attraverso le parole.

Altrove hai parlato di una musica ecologica; la musica popolare di “Craj” lo è? Ma cos’è esattamente la musica ecologica?
Sì, mi piace pensare che la musica popolare sia una musica ecologica. Noi viviamo in un mondo pieno d’oggetti e consumistico, ma non riusciamo mai a consumare tutto. Questi oggetti tra pochissimo si romperanno e noi dobbiamo cambiarli col modello successivo; questi oggetti rotti non spariscono, rimangono da qualche parte: saranno scorie; come diceva Toro Seduto “l’uomo bianco morirà seppellito dai propri rifiuti”.

Non capita solo con gli oggetti ma anche coi contenuti, con le ideologie e con la musica, quella di moda e superflua. La musica secondo me deve servire a qualcosa, alla crescita della nostra anima, quale che sia l’idea che ciascuno ha dell’anima: deve essere un grazie, un bacio, una carezza e un calcio in culo.

La musica popolare e contadina ha queste caratteristiche: non è mai superflua, serve sempre a qualcosa, la si suona per un rituale, per un matrimonio, per una morte, per una nascita, per una festa... nel Salento la si suona per guarire quelli che dicevano di essere stati morsi dal ragno e di essere posseduti dal suo veleno e dal suo spirito.

Arriviamo dunque al disco “A sud! A sud!”. La tua musica è imbevuta del meridione e il titolo stesso del disco è un inno. Nel nord cosa trovi?
Devo dire veramente e sinceramente che al nord trovo un miliardo di cose, ma quello che più mi sbalordisce è il calore. Esiste uno sciocco pregiudizio per cui al sud c’è passione, coinvolgimento, mentre al nord sembra che siate tutti quanti baccalà o stoccafissi. Non è vero! Tu c’eri al concerto del festival di Sherwood. Ti sembrava una situazione fredda quella?

Può essere anche che sia la musica a scaldare, però, capperi!, se scalda significa che c’è sostanza e materiale umano!

Hai nominato il festival di Sherwood; giusto lì hai raccontato la genesi ed il significato di ”Stelle”, splendido pezzo di “A sud! A sud!”.
Sì. Questa canzone è nata dall’incontro con un musicista brasiliano che si chiama Lenine; è un compositore della nuova generazione, quella venuta dopo i grandi Caetano Veloso e Chico Buarque. Lui sente molto il peso di una tradizione fortissima, ma vuole andare avanti e progredire nel linguaggio musicale. Lenine ha scritto questa canzone in portoghese; io me ne sono innamorata ed ho deciso di tradurla in napoletano. Quando l’ha sentita, mi ha detto che sembrava scritta direttamente nella mia lingua e gli è piaciuta tantissimo; ora, mentre è in giro per il mondo a suonare, il primo pezzo lo canta in napoletano!

Napoli ed il sud Italia assomigliano al Brasile: sono realtà molto articolate e complesse, realtà sociali dove esistono contemporaneamente una grande povertà ed un grande benessere, dove gli opposti convivono in maniera incantevole e la contrapposizione tra bene e male non è opposizione vera, ma un modo di essere insito nella natura. Tutti questi presupposti fanno sì che siano luoghi molto produttivi dal punto di vista creativo.

Trovo che ci siano diverse affinità tra poeti, musicisti, scrittori napoletani e brasiliani; una caratteristica comune è la caparbietà nel voler descrivere queste realtà, nel non volerle fuggire ma nel raccontarle sentendosene fino in fondo figli. In altri luoghi gli artisti sono catturati ed affascinati da terre lontane, come nella musica inglese o americana. A Napoli ed in Brasile, invece, c’è un grandissimo orgoglio per la propria storia, per le proprie radici e per la propria lingua. Le radici sono identità e solo se abbiamo un’identità forte possiamo andare lontano.

C’è chi dice che per andare lontano servono radici profonde ed ali robuste...
Sì! Radici profonde ed ali robuste, entrambe! Le ali senza le radici sono come una mongolfiera che ha perduto la zavorra e quindi vola perdendosi lontano e non sa più tornare. Invece a me piace immaginare una mongolfiera con un filo infinito che la lega ad un punto sulla terra, per cui è possibile viaggiare, andare lontanissimo, in tutto il mondo, ma poi richiamare il filo e tornare al punto di partenza.

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