Oh Petroleum - Fantasmi e suoni acidi, 16-05-2011 Intervista

16/05/2011 di

Maurizio Vierucci è un musicista che non sa stare fermo. Prima l'esperienza come batterista, poi il progetto cantautorale Creme, ora il blues cupo di Oh Petroleum. Tante incarnazioni e tanti nomi per raccontare tutti i fantasmi che abitano i suoi luoghi, dal porto di Brindisi a San Francisco, passando per Berlino e Parigi. Ester Apa si è messa sulle sue tracce, per chiedergli dove porterà la sua strada.



La prima domanda è sui tuoi trascorsi da batterista. Quanto tempo è passato da quando pestavi sulla batteria e suonavi in gruppi, senza viaggiare in solitario?
Così tanto che quasi non lo ricordo. Far parte di un gruppo, portare il tempo, sudare dietro la batteria… sembra che sia passato un secolo.

Dopo aver suonato a lungo come batterista, è arrivata la decisione di mettersi proprio, sotto il moniker Creme. Un demo nel 2004 e poi, nel 2007, il disco "Sulla Collina Puoi Seppellire Ciò Che Non Ami Più", co-prodotto da Cristina Donà. L'italiano come lingua espressiva, un baule di granate rock a scandire il passaggio. Come mai quell'esperienza si è conclusa così presto?
Quella di mettersi in proprio è stata la mia personale evoluzione. Non suonerò mai più in una band, non fa per me. L'incontro con la Faier Entertainment e con Cristina mi ha insegnato molte cose. Indipendentemente dalle sorti del disco e dal fatto che in effetti sia finito molto presto, il progetto Creme è stata un'esperienza che mi ha messo alla prova e mi ha rafforzato come artista e musicista.

Ora arriva Oh Petroleum. Una nuova partenza, un nuovo nome: cambi i codici linguistici e premi l'acceleratore sulle dannazioni del blues, dando vita a un progetto musicale scuro come la pece. Da dove parte l'ispirazione e il gusto per il petrolio nero?
L'ispirazione arriva proprio dal profondo, dall'intimo più nascosto. Ho scritto parole pesanti per me, elaborando un peso che è identico ogni volta. Le mie canzoni sono d'amore, di infanzia, di vita vissuta, di dolore, di rinascita e morte, allucinazione e sogno. Tu usi la parola "dannazione". Non ho mai deciso in anticipo di cosa avrei parlato in un mio brano, è semplicemente accaduto qualcosa, sono arrivate le parole e le ho buttate giù. Spesso ho potuto afferrare con coscienza il loro significato solo a distanza di tempo e dopo averle decifrate. Il mio nome, Oh Petroleum, è nato così ed è la dichiarazione del mio incanto.

Sei cresciuto vicino al porto di Brindisi, in pieno Sud industriale. Com'è stato crescere da quelle parti?
Bello e brutto allo stesso tempo, ma credo non solo per la città in sé, quanto per il periodo, per il fermento, perché a Brindisi si faceva tantissima musica. Ora è diverso. Per il resto era ed è una città con tanti problemi, molta disoccupazione ed è altamente inquinata.

Dal sud, però ti sei spostato spesso. In questo momento dove vivi?
In questo preciso momento in realtà vivo proprio al Sud, a San Pietro in Lama, in provincia di Lecce. Nell'ultimo anno è stata una meta prediletta da molti artisti, non solo musicisti. A livello culturale è una zona molto viva: i curatori d'arte, per dire, la stanno colonizzando. Non mi sento, però, molto legato a un posto particolare: nei prossimi mesi mi sposterò spesso, tanto da non potere (e volere) identificare un domicilio, una residenza. Sono molto attratto dagli Stati Uniti, dove, in fondo, la mia musica ha origine. San Francisco potrebbe essere una meta.

Ma c'è una ragione precisa che ti spinge a lasciare lo stivale?
Nessuna ragione personale, solo la necessità di portare fuori la mia musica e dare un'occhiata in giro, conoscere altri musicisti.

So che sei spesso in Francia. Perché questa scelta?
È una scelta personale. Vado in Francia perché ci sono i miei nipotini, sono zio. In Francia, a Parigi per la precisione, vado una settimana, dieci giorni e poi torno. Non posso dire di averci vissuto veramente, non sono mai stato lì a lungo, sempre in periodi spezzettati.

In Francia che tipo di attenzione hai trovato riguardo la musica?
C'è più attenzione verso il mondo dell'arte in genere. In un periodo di crisi così sbandierata, la Francia ha investito nell'unico settore che può portare a una ricchezza duratura, non solo dal punto di vista economico (l'arte è un indotto reale), ma anche come ricchezza culturale di popolo. In tutti e due i sensi, l'Italia si sta impoverendo e molti artisti sono costretti ad andarsene.

La Francia è spesso dipinta come uno stato sceriffo contro i pirati musicali. È davvero così? C'è davvero paura di scaricare qualcosa di illegale?
In realtà è molto peggio in America, dove, se non ricordo male, scaricare illegalmente è un reato federale. Non ho un'opinione ben precisa sul fatto di scaricare illegalmente musica. Io non lo faccio e personalmente mi danneggia pochissimo. Credo comunque che sia un futuro inevitabile e i musicisti per guadagnare devono andare oltre il diritto d'autore, puntando soprattutto sui concerti, sulla musica dal vivo.

Qual è il disco che ti ha cambiato la vita?
"Revolver" dei Beatles. Ero poco più che bambino e quel disco suonava davvero magico.

Mondi sotterranei e psiche umana. Amori disperati, fantasmi, suoni acidi. The Gun Club, Nick Cave and the Bad Seeds: sono numi tutelari che hanno viaggiato musicalmente con te nella tua discesa agli inferi?
Io ascolto poche cose, sempre le stesse e Nick Cave è tra queste. Suoni acidi e fantasmi sono elementi a me molto familiari, costituiscono il mio immaginario, sono evocativi di qualcosa che ho dentro. Bob Dylan è un altro nome che potrei fare, anche se musicalmente è meno presente nel mio disco.

Suoni, scrivi e arrangi l'intero lavoro. Cosa significa per un ex batterista fare tutto da sé?
Significa che se c'è da suonare la batteria, lo posso fare da me. Registrare da solo è un lavoraccio, ma è il solo metodo che conosco e che mi permette di lavorare a modo mio, con i miei tempi e negli orari che preferisco. Non amo gli studi di registrazione, perché non hanno un loro suono: molto meglio le case.

Nel tuo disco c'è un immaginario letterario molto forte. Quali sono i tuoi riferimenti?
Gli scrittori americani tra cui Cormac McCarthy, ma soprattutto John Fante, John Steinbeck e Raymond Carver sono tra le mie letture più influenti .Per il linguaggio, per le immagini che mi hanno regalato e, in un certo senso, il suono che hanno creato. Sono i paesaggi umani, la vita, la scoperta e l'abbandono, la natura selvaggia dell'uomo e del suo ambiente.

Il blues è storicamente il miglior linguaggio musicale possibile per narrare tempi di merda. In questo senso mi sembra che sia il mezzo espressivo più adatto a fotografare la nostra contemporaneità. Cosa significa fare blues oggi in Italia?
In Italia ormai tutto ha poco significato. Fotografare e descrivere la nostra contemporaneità può avvenire in tante forme e con linguaggi diversi. È arte, è bellezza. Sono tempi di merda e qualcosa deve pur accadere prima o poi, almeno lo spero. Confido nell'amore, ma ora non c'è amore, quindi non c'è indignazione e, di conseguenza, nessuna ribellione e rivoluzione.

Indipendente dagli indipendenti. Quanto segui e soprattutto quanto ti senti parte di una vera o presunta scena italiana underground?
Seguo poco e non mi sento di appartenere ad alcuna scena. Né ora, né quando suonavo come Creme ed essendo un cantautore sarei potuto rientrare più facilmente in una scena.

Quale sarà il futuro prossimo di Oh Petroleum?
Suonare in giro, registrare un disco acustico in un posto che non posso rivelare e poi lavorare a un altro disco in elettrico.

Hai suonato in Germania: che tipo di accoglienza hai avuto?
Berlino è una città meravigliosa, a misura d'uomo e l'accoglienza è buona per chiunque. C'è tanto spazio, non è mai congestionata, è fredda, piena di locali, di musica, di musicisti e d'arte.

Come proseguirà il tuo tour?
Dopo Berlino sarò a Londra e poi a Parigi. Poi tornerò in Italia e mi piacerebbe andare a suonare in Belgio. Ma non so dirtelo con sicurezza. Da indipendente totale - e quindi slegato anche da agenzie di booking - il mio percorso è un po' più difficile e tortuoso, ma sono certo che alla lunga pagherà.

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