Fast Animals And Slow Kids - La storia infinita di una band rock’n’roll Intervista

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12/01/2016 di

Venerdì è partito l’ultimo tour dei Fast Animals Slow Kids: dopo queste poche date, poi, si prenderanno una lunghissima pausa. Torneranno solo quando ne saranno davvero convinti. Sette concerti in onore dei sette anni della loro storia. Ce la raccontano in una lunga chiacchierata. 

Partiamo dal motivo per cui fate questo ultimo mini-tour?
Aimone: Sono cinque anni che facciamo tour senza fermarci. È giusto prendersi una pausa. Non puoi suonare sempre: sfasci le palle al pubblico e, molto probabilmente, dopo un po’ crolli. Facciamo sette date perché sono sette anni che suoniamo insieme. A prescindere dalle solite cose che si dicono alle tour, quello di “Alaska” è stato davvero rivoluzionario. Ci teniamo a festeggiare come si deve e salutare tutti.

E dopo?
Aimone: Ci fermiamo a tempo indeterminato. Ci prendiamo il tempo che ci serve: Orso si laurea, io viaggio il più possibile, ognuno fa il suo insomma. Ritorneremo al lavoro quando saremo assolutamente convinti di quello che vogliamo fare e dei pezzi che abbiamo scritto.

Sono stati sette anni difficili o, al contrario, è stata una passeggiata?
Orso: Non è stata una passeggiata, il peso lo senti tutto. Il punto è che, per come siamo fatti noi quattro, le cose ci scivolano addosso. La band è un po’ come uno scudo.
Aimone: La nostra fortuna sta nel riuscire ad approcciarci con leggerezza a tutto. Te ne capitano tante in tour, se trovi il modo di riderci sopra ogni volta è fatta.

In media quante date fate all’anno?
Aimone: All’incirca novanta.

Tempo fa mi raccontavate che nel tour "Hybris", nonostante faceste locali già molto grossi e con molto pubblico, vi capitavano ancora concerti dove suonavate davanti a pochissime persone. Mi chiedo se una sia condizione normale per tutte le band anche dopo parecchi anni di gavetta.
Alessio: Per molte band è così, lo svuotone è sempre dietro l’angolo.
Aimone: Nonostante sia un periodo decisamente florido per noi, lo svuotone lo mettiamo sempre in conto. L’Italia è un territorio piccolo, se fai tante date è normale suonare in città vicine e difficilmente la gente viene a sentirti più volte nello stesso mese. La cosa bella di questo ultimo tour è che, a prescindere che fossero sold out o avessimo davanti poche centinaia di persone, la gente veniva esclusivamente per noi. A mio avviso è un passaggio importante per l’evoluzione di una band: passi da essere considerato un gruppo che sta ancora crescendo ad uno che ormai fa concerti e dischi in maniera regolare. È una questione di credibilità, per questo prima ti dicevo che questo tour è stato davvero rivoluzionario. È stato uno step fondamentale per noi.

Nella vostra carriera ce ne sono stati altri altrettanto importanti?
Jacopo: È difficile definirli in maniera chiara. Ti potrei dire quando abbiamo capito che dovevamo investire davvero sui live: all’inizio eravamo veramente quattro cazzoni che si divertivano in salaprove, poi abbiamo capito che dovevamo imparare come si sta su un palco. Oppure cose più pratiche, se hai bisogno di un fonico e di un furgone.
Aimone: Conoscere gli Zen Circus è stato importante, ad esempio. Ogni volta li seguivamo con attenzione, studiavamo come gestivano i monitor, come si comportavano sul palco durante i loro concerti. E poi abbiano iniziato a organizzare l’economia dei tour in modo che le date non costassero troppo. Il primo obiettivo era andare in perdita solo di 50 euro per ogni concerto.

E 50 euro per 90 concerti quanto fa?
Jacopo: È meglio non saperlo.
Aimone: Ovviamente speravamo sempre di vendere qualche disco e recuperare qualche soldo in più ma, a mio avviso, già il fatto che fossero solo 50 e non 300 era un buon punto d’arrivo.
Alessio: Secondo me uno dei primi step importanti dei Fast Animals è arrivato molto prima, quando abbiamo vinto Italia Wave nel 2010. È come se avessimo capito che potevamo davvero fare sul serio. Davvero ci consideravamo dei cazzoni, arrivare in finale ci faceva sentire come il Chievo in Champions League.
Aimone: Per noi era totalmente assurdo, ci siamo detti “ok, siamo arrivati in finale, non ci capiterà mai più un palco così importante” e abbiamo fatto una di quelle cose che non dovresti fare mai: suonare anche se lo stage manager ti dice di fermarti. Ad un certo punto hanno anche spento l’impianto ma noi abbiamo continuato lo stesso e, alla fine, ci siamo rotolati sul palco.

Certo non siete tipi tranquilli sul palco. Vi è capitato di farvi davvero male durante un concerto?
Aimone: Quando abbiamo fatto le tre date del festival di Woodworm ed io avevo una spalla lussata. Suonavamo insieme ad altri gruppi dell’etichetta ed eravamo gli headliner in posti importanti come il Magnolia di Milano, il Circolo degli Artisti di Roma e il Locomotiv di Bologna. Io la settimana prima, come un coglione, mi sono lussato la spalla facendo snowboard. Alla chitarra mi ha sostituito Andrea Marmorini, che avendo registrato il nostro disco conosceva le canzoni a memoria, e poi è il chitarrista della madonna, suona nei La Quiete. Io ero ubriaco come una foca e ho fatto pure stage diving. È stata la volta che provato più dolore in assoluto.

Non si offende nessuno se dico che i Fast Animals hanno un’anima tamarra evidente, vero?
Aimone: Siamo dei grandissimi tamarri. Basta vedere come arrangiamo le canzoni, se fosse per noi aggiungeremmo strumenti su strumenti, soprattutto quelli che non sappiamo suonare, che è il massimo della tamarraggine.
Alessio: Ogni volta che abbiamo suonato con altri musicisti, fiati, violini, ecc, non riuscivamo mai a dirgli le note precise, gli cantavamo na na na per fagli capire cosa dovevano fare (ride).



Provate tanto?
Alessio: Se stiamo preparando un tour o le registrazioni di un disco, anche tutti i giorni.
Aimone: Ci sono stati periodi in cui provavamo anche durante il tour. Le prime date di “Alaska”, ad esempio, non ci convincevano e allora ci siamo chiusi in studio per un’ulteriore settimana di prove intensive.

Il vostro pubblico è più femminile o maschile?
Alessio: Secondo gli insights di Facebook il 59% è maschile, il 41% femminile.
Aimone: Ai concerti sono tutti maschi, dai.
Jacopo: Facciamo un 70% maschi e 30% femmine.

A prescindere dalle percentuali, si vede che lo conoscete molto bene e che negli anni avete costruito una fan base attiva e affezionata. Come ci si riesce?
Aimone: Non sono cose che costruisci a tavolino. Alla fine su Facebook scriviamo solo le cose che ci piacciono, stop. Non penso che questo sia un momento dove puoi inventarti cazzate, fingere di essere qualcuno, crearti un personaggio particolare. Penso che l’unica sia comunicare che tipo di persona sei. E vale anche per i concerti: non sei obbligato sempre a fare l’amicone, se una persona dopo un live vuole conoscerti e tu in quel momento sei stanco, sudato, ridotto a una merda, basta che glielo dici. È sempre meglio che inventarsi una scusa qualunque per non parlargli.

E con gli hater come va?
Aimone: Sinceramente non capisco tutta questa rabbia. Se un artista dice una cazzata, magari a sfondo politico, incazzati. Ma se non ti piace la sua musica basta non ascoltarla…
AlessioOrso è quello che si logora di più per gli hater. Se c’è ne uno che ci critica allora va a controllare chi è, che cosa fa, perché ha scritto quelle cose… (ridono).

Qual è la cosa più brutta del fare il musicista?
Aimone: La gestione della vita quotidiana. Il fatto che non poi esserci il giorno di compleanno della tua ragazza o in altre occasioni simili perché sei in giro a suonare. Ti capitano quei giorni in cui senti davvero il bisogno di stare a casa e di mettere ordine tra le tue cose e invece devi partire. Poi, però, c’è quella roba che nessun altro lavoro ti può dare: quell’ora di concerto dove tutto diventa bianco e non pensi più a niente.
Alessio: Sì, però raccontalo “il bianco” alla tua ragazza quando non vai alla sua laurea… (ridono)

Anche sentire un locale intero che canta le tue canzoni non deve esser male.
Alessio: Soprattutto quando ti capita la prima volta.
Jacopo: Le prime volte erano davvero incredibili.
Aimone: È davvero una cosa sconvolgente, strana. Non pensavo che sarei mai riuscito a comunicare qualcosa a qualcuno attraverso la musica, e poi scopri che quello che vale per te può aver significato anche per qualcun altro.

È sempre interessante conoscere il significato che un fan attribuisce ad una canzone, a volte è molto diverso da quello che aveva in testa chi l’ha scritta.
Aimone:
Secondo me è la cosa più bella, questo tipo di gap deve esistere sempre. Sia la sua interpretazione che la mia sono entrambe vere.

Ci sono stati dei casi in cui hanno capito l’esatto contrario?
Orso
: “Lei”, ad esempio, è un pezzo che ironizza sulle canzoni sdolcinate e, invece, per molti è stata interpretata come una vera canzone d’amore. “Senza lei da solo non ce la farei”, tanti ci hanno detto che l’hanno dedicata alla loro ragazza.
Aimone:
E noi: guarda che ti lascerà la tua ragazza, non gliela devi cantare. (ride)

 

Mi raccontate “Coperta”, il vostro ultimo singolo?
Aimone
: È una canzone che parla di una coppia che porta avanti il proprio rapporto fino allo sfinimento, tanto da negare che l’estate è arrivata e aggiungere l’ennesima coperta nella speranza che l’inverno duri il più possibile e si possa stare ancora insieme nello stesso letto. A partire da quest’immagine ho creato lo sviluppo del pezzo, che è un po’ come una conversazione tra queste due persone.

“Alaska” è un disco incentrato sulle relazioni?
Aimone
: Decisamente. Non è solo il rapporto d’amore tra uomo-donna, donna-donna o uomo-uomo. È un disco che parla anche dell’amicizia e, più in generale, di quei legami forti che ogni tanto si creano, magari anche per caso. Succede a volte che incontri una persona per la prima volta, ci parli, e si crea immediatamente qualcosa di intenso. Magari non la rivedrai più ma ti resterà comunque qualcosa di importante.

In tutte le canzoni emerge una paura di venire abbandonati bella forte.
Aimone
: È Il concetto stesso dell’abbandono che è devastante.
Alessio
: Vieni qui che ti abbraccio. (ride)

Tu poi in Alaska ci sei andato davvero.
Aimone
: Mi piace moltissimo viaggiare e questa volta avevo molti più pretesti per farlo, in primis questo disco. Perché noi il freddo dell’Alaska l’abbiamo descritto nelle canzoni senza esserci andati sul serio, io volevo vedere com’era davvero. Prima di arrivare ad Anchorage, però, ho fatto un periodo diviso tra Seattle, New York e alcune città del Montana. L’idea iniziale era di trovarmi con un mio amico, scrivere delle canzoni e suonarle in giro ma poi è finita che alle prove bevevamo solo birra e basta. Abbiamo fatto un po’ di open mic e un po’ di jam session, tra cui una clamorosa in Montana in un pub sporchissimo dove io ho suonato “Sweet Home Alabama” alla batteria.



Ti piace l’America?
Aimone
: Ci sono stato più volte ma, se dovessi scegliere, non direi che è il mio continente preferito, sono più per il sud-est asiatico. La cosa fantastica dell’America è il loro approccio alla musica: ti mettono subito al tuo posto, sei rispettato come tutti gli altri lavoratori ma, al tempo stesso, non sei nulla di eccezionale. Ovviamente esistono anche le super pop star tipo di Rihanna ma, se segui il mondo del rock, capisci come in America tutto abbia una dimensione più equilibrata e giusta. Le band suonano senza problemi anche se davanti c’è poca gente - in Montana ho visto i Red Fang suonare davanti a cinquanta persone - e tutte si montano e smontano gli strumenti da soli, che siano i Battles o i Man Man. C’è una consapevolezza assoluta di cosa stai facendo e, a mio avviso, è una cosa molto importante, soprattutto se sei italiano. In Italia è come se dovessi sempre dimostrare che sei un artista mentre, in realtà, tu sei la prima persona sacrificabile. Sei un musicista, non sei utile, devi essere solo orgoglioso di quello che puoi fare, fin quando puoi farlo.

Voi fino a quando lo farete?
Jacopo
: Non puoi dare una data di scadenza, ovvio.
Aimone
: È chiaro che prima o poi finirà, per questo diciamo “ricordatevi di noi tra 30 anni” in "Come reagire al presente". Ma se continuerà ad avere sempre lo stesso significato, se continuerà ad essere una cosa pura per me, io suonerò sempre.

Tag: data tour rock'n'roll

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