Boomdabash - Fatto in Italia, 23-05-2011 Intervista

23/05/2011 di

Il reggae in Italia? Avevamo già posto la domanda tempo fa. Una seconda risposta ci arriva, questa volta, da chi il reggae lo vive quotidianamente in studio e sul palco, nei panni di una band completa. I Boom Da Bash sono l'esempio lampante di come la buona musica in levare possa anche essere fatta da e per gli italiani. "Mad(e) in Italy" è il loro nuovo album, che segue a distanza di tre anni l'acclamato "Uno" e che conferma la formazione salentina come una delle realtà più solide del panorama nazionale. Alla faccia di chi pensa che il reggae non sia roba per il Bel Paese. L'intervista di Enrico Piazza.



Un riassunto di quanto successo negli ultimi 3 anni, dopo l'uscita di "Uno"?
Boom Da Bash ha avuto una vera e propria evoluzione artistica. Grazie a "Uno" siamo diventati un gruppo musicale a tutti gli effetti, superando l'impostazione iniziale più scarna, settata sul classico modello del sound system. Abbiamo conosciuto un sacco di artisti, che ci hanno seguiti e aiutati a sviluppare l'ultimo lavoro, "Made in Italy".

Tipo chi?
Tipo Brusco, che ha registrato con noi "Monkey Town". E poi tutti gli altri musicisti che sono presenti in questo nuovo lavoro e che hanno sposato la causa Boom Da Bash: dai componenti degli SteelA (formazione salentina prodotta da Casasonica) che si sono aggregati alla nostra backing band fino al trombettista Gabriele Blandini e vari altri artisti che collaborano con Roy Paci e che ci hanno aiutati ad arrangiare i nostri brani.

Come avete lavorato al nuovo album e da dove arriva la scelta del titolo? Non sarebbe stato più semplice chiamarlo "Due"?
(Ride, NdR) Quando parliamo del nuovo album, il 90% dei nostri interlocutori ci fa la stessa domanda. "Due" sarebbe stato un titolo troppo scontato, ci piace essere più complessi e meno prevedibili nelle nostre scelte artistiche. Semplicemente abbiamo optato per Mad(e) in Italy perché ultimamente, sentendo e leggendo le varie interviste fatte ad altri personaggi della scena reggae nazionale, tutti parlano male dell'Italia e del suo panorama artistico. Noi invece siamo fieri di fare musica in Italia, con il nostro gusto e il nostro stile. È troppo facile dire che il reggae non è roba per italiani. Il reggae in Italia si può e si deve fare. I contenuti per produrre buona musica si possono trovare facilmente. È sufficiente prendere spunto dai nostri problemi, dalla politica alla vita di tutti i giorni passando per la (dis)informazione. Siamo convinti che il reggae sia roba per italiani, e c'è gente che lo fa con tutti i crismi sin dalle prime uscite negli anni Novanta con Militant P, Salento Posse, Sud Sound System e molti altri. Noi parliamo poco di pistole e pussy vari, sono lontani anni luce dalla nostra vita.

La scelta di fare musica bilingue deriva da questo amore per il made in Italy? Perché non prendere invece esempio da Alborosie e puntare direttamente al panorama internazionale?
Siamo partiti facendo musica in Italia e per gli italiani, la scelta di utilizzare sia l'inglese che il salentino è principalmente dovuta alla volontà di poter arrivare, con le nostre parole, a un pubblico più vasto. Se poi un giorno dovessimo avere l'opportunità di raggiungere il resto del mondo bene, ma non è il nostro primo obiettivo

Come suono, però, siete sempre molto "europei". Mi riferisco alla tendenza lanciata qualche anno fa dai vari Gentleman o Million Stylez...
Musicalmente buttiamo giù quello che più ci piace e ci ispira. Boom Da Bash è l'unione di quattro teste provenienti da diversi mondi musicali: Biggie ha militato tanti anni nella scena hardcore/punk, io e Mr. Ketra proveniamo dall'r'n'b e dall'hip hop, Payà ha sempre fatto raggamuffin. Nel disco nuovo si sente molto l'influenza di vari generi musicali uniti da un unico filo conduttore, il classico "levare" reggae. A noi piace moltissimo ascoltare produzioni europee e continuiamo a collaborare con Soundquake. Gentleman poi rimane sempre un big artist e non ha nulla da invidiare a un jamaicano, quindi è naturale che anche il nostro suono si accosti a determinate sonorità.

E al di là del reggae? In "Mad(e) in Italy" si sente anche l'influenza di generi estranei alle scene che hai citato prima. Ci sono intrusioni drum and bass e più in generale si nota un'attenzione all'attuale modo di produrre musica con le macchine e i software...
"Mad(e) in Italy" è un prodotto multiforme, ha sonorità elettroniche e strumentali, ma tutte le produzioni sono nate con macchinette varie e software. Per cui è ovvio che la base di partenza strizzi l'occhio alle diverse facce della musica "fatta in casa". Il fatto che poi molti brani siano stati risuonati con strumenti veri deriva da una scelta prettamente artistica. Ad esempio il primo brano, "Life", ha un'impronta tipicamente new roots, ed era un vero peccato non suonarci sopra un giro di basso ripreso dal vivo.

A proposito di scelte musicali, ricordo che parlando delle sonorità di "Uno" dicevate di essere stati "instradati" e che, per il secondo disco, avreste voluto fare qualcosa di diverso, attenendovi maggiormente ai vostri gusti personali. C'è però una forte continuità di stile fra i due prodotti, cosa significa?
"Uno" era una raccolta di riddim selezionati fra le proposte dei vari produttori. Abbiamo scelto quelli che più ci rappresentavano e che erano più vicini al nostro stile. Per "Mad(e) in Italy" abbiamo voluto lavorare partendo da tutto ciò che piace a Boom Da Bash, dalla musica ai testi. Abbiamo comunque utilizzato anche riddim di altri produttori: "Italian Superstar", ad esempio, è su un beat di Macro Marco, amico di sempre. Ma ci abbiamo aggiunto il tocco di Boom Da Bash, facendolo risuonare in studio dalla nostra band.

Cosa stavate ascoltando mentre facevate avanti e indietro dallo studio di registrazione?
Abbiamo ascoltato un po' di tutto, da Timbaland a Nas e Damian Marley, dai Rancid ai Crookers. Noi ascoltiamo qualsiasi cosa, non abbiamo pregiudizi nei confronti di altri generi. Ogni artista o brano che ci piace può essere fonte di ispirazione per i nostri lavori.

Prima parlavi dei vostri testi, lontani dallo stereotipo dancehall. Qualcuno di voi sul proprio profilo Facebook ha anche offerto supporto alla giornata contro l'omofobia, che invece è uno degli atteggiamenti ricorrenti nella cultura jamaicana e che spesso viene scimmiottato anche dalla scena nostrana...
Noi rispettiamo tutti, amiamo le differenze. In Jamaica si inneggia anche all'uso delle armi, ma noi, vivendo in un territorio in cui la mafia è presente a ogni angolo della strada e la vita non è sempre facile, cerchiamo sempre di dare il giusto peso alle parole. Vogliamo che chi ascolta i nostri brani percepisca dei buoni messaggi. Noi raccontiamo quello che ci accade, offriamo la nostra visione della realtà che ci circonda. Poi chi ascolta può condividere o meno.

Il bello però è che riuscite comunque a far ballare tutti...
(Ride, NdR)La vita già e difficile di per sé, l'unica cosa buona che ci rimane da fare è ridere e divertirci. Noi cerchiamo di farlo, trasmettendo al pubblico una certa positività.

Avete ricevuto anche buona attenzione dai media mainstream come MTV o 105. Come ha recepito questa cosa la scena underground?
Vedendo come sono andate le prime due tappe del tour, direi bene. Il canale mainstream è solo un mezzo che ci permette di arrivare anche a chi non ascolta solo reggae. Noi proponiamo la nostra musica, poi se piace anche al vicino di casa ultrasettantenne, tanto meglio!

Cosa vuol dire quindi partecipare a un festival dedicato alla buona musica italiana a 360°, come il MI AMI?
Il MI AMI è una splendida vetrina, è la dimostrazione che si può proporre buona musica live mantenendosi lontani anni luce dai talent show. In Italia ci sono un sacco di band che fanno ottima musica, ma sono pochissime le situazioni che la propongono a livello importante. Il MI AMI è sicuramente una di queste. Supportiamo in pieno questo tipo di iniziative e manteniamo la nostra innata repulsione verso la De Filippi e Marco Carta!

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