Federico Fiumani intervista i Litfiba Intervista

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19/03/2012 di Federico Fiumani

Abbiamo chiesto a Federico Fiumani di incontrare Piero Pelù e Ghigo Renzulli. Vi riportiamo la chiacchierata per intero, senza alcun lavoro di editing. Ecco l'intervista.

Siete due uomini di successo. Quali sono gli aspetti più piacevoli della fama e dopo quelli più spiacevoli?

Ghigo: Allora... sicuramente la cosa più bella, almeno per quanto mi riguarda, è fare una cosa che mi piace, penso che sia la cosa più importante. Cose spiacevoli: tutte le mie allergie che mi vengono dallo stress legato a questo lavoro.

Piero: Non so, non è una domanda facile. Bisogna vedere anche i presupposti che uno ha quando comincia a fare musica. Riallacciandomi un po' anche a quello che diceva Ghigo, io ho cominciato a fare musica perché avevo un'esigenza interiore, sentivo il bisogno di esprimermi senza dover per forza spaccare la faccia a tutti. La musica in questo senso mi è servita molto.


Come valvola di sfogo quindi.

P: Una grandissima valvola di sfogo, un'enorme valvola di sfogo. Tra l'altro è anche un grande deterrente contro le droghe. Io considero la musica una grande terapia, innanzitutto per chi la fa e poi probabilmente anche per chi la ascolta. A questo si aggiunge il fatto che, ovviamente, il successo è una cosa che fa piacere, è inutile essere ipocriti, però al tempo stesso io devo constatare che quando i Litfiba hanno avuto l'apice del loro successo, alla fine degli anni '90, poi si sono sciolti. Il successo è stato un motivo di separazione mentale, fisica e artistica tra di noi.


Il troppo successo.

P: Sì sì, quindi questa cosa del successo vorrei un po' smitizzarla, anche per i giovani lettori. Io penso che oggi si intenda l'espressione di se stessi come unico modo per diventar famoso. Questo lo trovo un meccanismo mentale estremamente pericoloso, e anche estremamente falso perché se si vuole diventare artisti solo per essere famosi... credo sia riuscito solo ad Andy Warhol o a Salvador Dalì, ma erano talmente geniali che è impossibile paragonarsi, anche lontanamente, a loro.

(Federico Fiumani)


Seconda domanda: un certo numero di persone vi accusa di tradimento, ovvero di essere diventi, da “Il diablo” in poi, commerciali. Io penso che si sia trattato invece di un'evoluzione dettata sia dall'abbandono di musicisti storici (come Maroccolo e Aiazzi che incidevano molto a livello compositivo e di arrangiamento) e sia dalla vostra voglia di personale di fare cose nuove, come una sfida personale che un artista ha con se stesso. Ci si evolve in tutti gli ambiti della vita, perché non nella musica? Cosa rispondete a queste accuse e a queste considerazioni?

G: Ognuno la pensa come vuole... io penso che i primi Litfiba, quando eravamo io, Piero, Maroccolo, Calamai e Aiazzi, erano cinque menti ognuna con uno stile musicale molto diverso. La musica dei Litfiba era il risultato di queste grosse personalità musicali. Se una cosa la si può dire dei Litfiba è che erano davvero l'incontro di cinque grandi personalità, ed è una cosa che succede proprio ogni morte di papa.
Chiaro che poi quando sono andati via Aiazzi e Maroccolo, che partecipavano attivamente alla composizione, i Litfiba sono cambiati molto. Siamo rimasti io e Piero, che eravamo, volendo, la frangia più rockettara. Comunque c'era già stato un avvicinamento al rock con “Litfiba 3”. Anche “17 re” aveva il suo lato rock. “17 re” ha quattro possibili profili: c'era quello sperimentale, quello rock, quello etnico e il quarto qual era? La new wave?
Queste cose succedono soprattutto quando sei giovane, l'evoluzione musicale è più rapida. Quando sei più maturo sei più stabilizzato, c'è sempre un'evoluzione, una crescita, però il tuo gusto è più stabile e la stessa cosa vale per il tuo modo di esprimerti.

P: Io credo che una delle caratteristiche della nostra storia sia quella di aver fatto sempre dischi diversi tra di loro. E' una cosa che è venuta piuttosto spontanea, non ci siamo mai prefissati l'obiettivo di fare un disco diverso dal precedente, veniva spontaneo. La conseguenza più ovvia, nella nostra lunghissima storia, e trent'anni son tanti... la coneguenza più ovvia era che ogni volta che veniva pubblicato un album nuovo qualcuno che aveva amato i precedenti storceva il naso. E credo che questo sia comunque un grande punto di forza della nostra storia, appunto perché ci viene spontaneo, non è una forzatura, e quindi è giusto assecondare le nostre predisposizioni naturali. Poi è chiaro, ci fu un cambiamento abbastanza drastico quando negli anni 80 Gianni uscì dalla band. Aiazzi, ed è una precisazione storica da fare, uscì tecnicamente dalla band ma praticamente rimase con noi a fare “Pirata”, “Terremoto”, “Diablo” e “Spirito”. Giuridicamente non faceva parte della band ma in realtà prendeva parte a tutte le session di arrangiamento, faceva parte a tutti gli effetti della band. Poi non so... personalmente non ci sono mai stati questi enormi scazzi, ad esempio ho scritto dei pezzi con Gianni negli anni zero. Rimane comunque un legame forte tra noi, abbiamo fatto il giro del mondo, sono cose che non si possono cancellare e di questo ce ne siamo resi conto anche noi due quando abbiamo fatto pace. C'è comunque un filo di umanità importantissimo che ci lega.


È un periodo in cui stanno uscendo molte ristampe della prima wave italiana comprese anche molte pubblicazioni di semplici demotape. Non è un peccato che i vostri primi brani (mi viene in mente “Afterdeath”, “Claustrofobia” e tanti altri), che erano bellissimi, non vengano fatti conoscere?

P: Sono perfettamente d'accordo, erano dei brani molto belli che poi non furono inclusi in “Desaparecido” perché altrimenti “Desaparecido” sarebbe dovuto essere doppio o triplo. Per ristampare quei demo avremmo problemi con i master, le uniche registrazioni buone le facemmo alla Gas e quei master restano di proprietà della Gas, di cui, oltretutto, non si hanno più tracce perché Checco Loi è sparito. L'unico che vedo ogni tanto è  Massimo Altomare... In realtà non sono nostri quei master, ai tempi eravamo talmente ingenui che facevamo qualsiasi cosa, poi, dopo, quell'ingenuità l'abbiamo pagata tutta.


I pezzi però li puoi riutilizzare.

P: Sì, se li ri-registri sì.


Ma no, anche in licenza.

P: Il problema è che io non so nemmeno fisicamente dove siano quei nastri.
 

Non avete molta voglia di farli uscire, quindi.

P: No, sarebbe stupendo farli uscire però rimangono sempre questi problemi burocratici non indifferenti. Lanciamo un appello a Checco Loi tramite Rockit: fatti vivo.

G: Sii meno fatto e fatti vivo. Fatti meno e fatti vivo.


Mi dite tre dischi, tre libri e tre film che vi sono piaciuti più degli altri?

P: Il primo che mi viene in mente è l'ultimo che ha scritto Nicolai Lilin, “Respiro nel buio”. E' giovanissimo, ha 28 anni, ha scritto tre romanzi uno più bello dell'altro. Il primo si chiama “Educazione siberiana”. Scrive romanzi estremamente rock, tra l'altro adesso fa anche il tatuatore e vive in Italia. Un genio, lo ammiro tantissimo. Poi ultimamente sto leggendo una biografia di Giorgio Gaber, che è bellissima, curata da l fotografo Guido Harari. È il libro che mi sono regalato per Natale. Poi ho letto un saggio di Carofiglio estremamente interessante su come oggi vengano manipolate le parole, è un tema molto attuale. Film: mi fa piacere che “The artist” abbia vinto gli Oscar, poi, ultimamente sto riscoprendo un po' il genere splatter, i film di Rob Zombie mi piacciono molto, mi piace anche la musica che fa, tutto sommato è molto ignorante. E poi... un terzo film potrebbe essere “Il barone di Munchausen”, fatto da Terry Gilliam nell'88. Fu un flop clamoroso ma è un capolavoro assoluto.


E i tre dischi? Uno mi sembra fosse “London Calling”?

P: La cosa si fa più complicata con i dischi. I primi che mi vengono in mente sono il secondo degli Zeppelin, “Nevermind the bollocks”... altri non saprei, sto tirando delle pugnalate a destra e a manca. E l'ultimo dei Diaframma.


Grazie. Te Ghigo?

G: Io sono poco lettore. Leggo solo ogni tanto, mi piacciono i libri di guerra.

P: Per questo ti piacerebbe moltissimo Lilin.

G: Non so, comunque ne ho letto uno bellissimo di Konsalik, “Il medico di Stalingrado”, che è un libro che parla della prigionia in Russia. Poi mi piacciono molto i libri di Sven Hassel, è la guerra vista dall'altra parte, dai tedeschi. Poi mi piace molto di Guy Sajer “Il soldato dimenticato”. Per quanto riguarda i film, al di là che io sono un appassionato della seconda guerra mondiale, ti direi “Salvate il soldato Ryan” di Spielberg. Un altro, più recente, è “Apocalypto” di Mel Gibson, crudo, assolutamente crudo.

P: Ah aspetta, tra i film più belli devo assolutamente citare “Il petroliere”.


Non è di Germi?

P: No, ha vinto anche l'Oscar, l'attore è quello che ha fatto “My left foot”, come si chiama?

G: Non saprei, io ti dico il terzo film: “Pulp fiction”.


Divertente, è vero, è forte. Tre dischi?



G: Qui è veramente dura. Concordo con lui sul secondo dei Led Zeppelin. Concordo forse un po' meno con “Nevermind the bollocks”, non tanto per l'impatto, io ho anche abitato a Londra in quel periodo, però chitarristicamente è più povero, più monolitico. Per cui metterei sempre tra gli storici il primo disco di Jimi Hendrix, “Are you experienced?”, e ci metterei anche “Machine Head” dei Deep Purple. Potrei aggiungere anche “Paranoid” dei Black Sabbath. Gli Strokes mi piacevano, erano divertenti, ma l'ultimo disco fa cagare. Tra gli ultimi dischi: Alice in chains e Black Keys, li ho scoperti in un negozietto lo scorso ottobre quando sono andato a New York. Degli Alice in chains... l'ultimo album di due anni fa è stupendo


Piero, tre anni fa se non sbaglio sei stato direttore artistico dell'estate fiorentina. L'esperienza, a livello di rapporto con le istituzioni, ti ha deluso. Pensi di ripeterla in futuro?

P: È stata un'esperienza artisticamente importante perché praticamente ho lavorato a quel progetto per un anno, dieci mesi per l'esattezza. La cosa più bella è stata quella di poter spaziare a 360 gradi nell'ambito dell'arte e della cultura e poter far affluire a Firenze più esperienze artistiche possibili. Quello che non mi è piaciuto è scoprire che anche a Firenze esistono dei livelli di corruzione e favoritismo, delle piccole mafie, cose che venivano tranquillamente accettate dalle istituzioni e che quindi con le istituzioni erano in qualche modo correlate e che non venivano affatto contrastate, tutte forze che succhiavano energia al budget dei soldi pubblici. Una sorta di pizzo istituzionale e questa è l'ennesima conferma di come in Italia le cose funzionino a cazzo di cane. Mi fu proposto di rimanere e io dissi: no, grazie. Non mi interessava lavorare così. Purtroppo, e sottolineo purtroppo. E oggi non credo sia meglio, anzi.


Io penso che la musica alla fine sia anche uno dei mondi più puliti, pensate al calcio, alla politica. Alla fine non è poi così male il mondo della musica. I vostri figli apprezzano la vostra musica, la ascoltano?

G: Per quello piccolo è presto, ha 5 anni. L'altro è alto un metro e ottanta, è già pieno di piercing, tatuaggi, gli piace il nu metal, lo speed metal, queste cose qui. I Litfiba sono mosci per lui.


Quindi non è proprio un fan.

G: “Paranoid” dei Black Sabbath è un disco pop per lui. Lui sta a Berlino.


Piero, le tue figlie?

P: Chiaramente i ragazzi hanno gusti diversi dai genitori, trovo che sia assolutamente giusto. Io rispetto alla mia famiglia, che è una famiglia borghese dove il massimo del trasgressivo era “Vengo anch'io, no tu no” di Jannacci, che rimane per me tuttora un capolavoro, sia chiaro, sopratutto per il testo di Dario Fo. Ma la mia famiglia non si era mai addentrata nel mondo del rock, semplicemente era stata sfiorata un po' dai Beatles. Sono stato io a portare in casa determinati suoni, com'è giusto che sia, aggiungo. E' giusto che i ragazzi siano attratti da cosa considerano più rivoluzionario. Le mie figlie, ascoltando hip-hop e nu metal, un po' mi stimolano ad essere  "moderno".


C'è qualche cantante o musicista nella scena della nuova generazione italiana che vi pare dotato di un particolare carisma o qualità?

G: A me non dispiace Bersani.


Che non è proprio nuovissimo.

G: Qualcuno uscito da X Factor, di nuovissimo c'è soltanto quello.

P: A me piace molto il cantante del Teatro degli Orrori.


Capovilla.

G: Non mi sembrano così famosi.


Beh, adesso sì, stanno avendo un grande successo sono decimi in classifica.

G: E chi se ne frega.


Capovilla quindi è un personaggio che ti piace.

P: Sì, lui. Poi i Ministri, molto, i Pan del Diavolo. I Cani hanno dei testi interessanti, musicalmente son molto confusi ma si vede che hanno personalità. E poi mi piace anche Eva Poles, la ex dei Prozac+ che è anche la protagonista del nostro video. Sta per far uscire un suo disco solista molto bello. Mi ha fatto sentire qualcosa.

G: Ha anche fascino....


Penso che voi dobbiate essere molto contenti della vostra carriera. Avete qualche rimpianto? C'è qualcosa che non rifareste o che fareste in un'altra maniera?

G: Io penso che, di base, gli errori servano proprio per evitare di rifarli in futuro. Non ho rimpianti, tutto quello che doveva succedere è successo. E' servito a maturare.

P: Sottoscrivo, sicuramente l'errore più grande è stato quello di litigare alla fine degli anni 90 e di non avere più un rapporto di confronto continuo.


Ti ricordi cosa ti dissi? Sembravi un po' Jagger senza gli Stones da solista.

P: Per chi nasce in una band, è fondamentale. Anche Sting è uno che ha fatto da solista dei bellissimi dischi.


Il primo secondo me.

P: Al di là di quello, io continuo a preferire i Police perché la band sono sempre una somma di personalità, lo dicevamo anche all'inizio dell'intervista. Se sommi più personalità avrai risultati più interessanti. Sono veramente dei brainstorming.


C'è qualche genere musicale nuovo che vi piace particolarmente? Io ad esempio resto affezionato alla musica del passato.

G: Ti dirò... l'hip hop non mi fa poi così schifo, è un po' monotono, ma l'importante è soprattutto il testo. Ce l'ho qualche disco di hip hop, sai. Poi ho questa differenza marcata tra l'ascoltare band che hanno un chitarrista e quelle che non ce l'hanno, per me è una cosa completamente diversa.

P: Generi musicali nuovi... se mi puoi elencare qualcosa tu perché al momento mi sfuggono.


Io mi ero subito parato i coglioni dicendo che preferisco la musica del passato. Non so, il dubstep, mi pare che lo chiamino così, che poi è una sorta di hip hop deviato, dei giovani di Londra che fanno rap.

G: L'hip hop è stata l'ultima cosa in cui la musica era associata ad un movimento giovanile.

P: Mi sembra che le ultime novità virino molto sull'elettronica, a me l'elettronica piace quando è sperimentale. Qui a Firenze mi piace seguire il festival che organizza Tempo Reale, vado spesso anche a CanGo ad ascoltare concerti di musica sperimentale, lì trovo anche cose stimolanti, che poi potrò cercare di applicare anche nella musica dei Litfiba. L'elettronica applicata al paraculismo da classifica difficilmente mi interessa. Nell'ambito del rock grandi rivoluzioni non ce ne sono, ovvio, ma qualche band interessante c'è, te le ho elencate prima.


È molto diverso suonare in un club piuttosto che in un palasport? La gestione dell'energia, dell'impatto con il pubblico?

G: Noi continuiamo a suonare nei club all'estero, il Razzmatazz a Barcellona, robe del genere. Sotto certi punti di vista è diverso. Musicalmente no, almeno per me. Certo, in un club c'è un rapporto diretto con il pubblico, a volte ti sono proprio addosso. Nei palasport li hai più lontani. A me piace tantissimo il club, non potrei dire che è meglio perché, molte semplicemente, voglio tutti e due. Se fossi obbligato a scegliere, sceglierei il club, meglio fare cinque club che un solo palasport. Ma sono punti di vista.

P: Mi piace questa domanda... la formula che abbiamo adottato da quando ci siamo rimessi insieme è quella di suonare dal vivo con lo spirito del maxi-club. Questo spirito che ha descritto prima Ghigo, con il pubblico vicino, che ti dà energia diretta, noi lo applichiamo al palasport. Infatti non usiamo maxischermi o effetti speciali. Non è un caso che, quando il concerto è particolarmente bello, io mi tuffi buttandomi sul pubblico, è un gesto simbolico che rappresenta bene tutta la teatralità del rock, il bisogno del contatto fisico e l'energia che ne ricavi. Certo, può essere pericoloso, più volte mi sono rotto le costole, ho sofferto come una bestia per il resto della tournée.


È un rischio che ti va di correre.

P: Putroppo non lo vedo ancora come un richio, la cosa più grave è questa: a 50 anni non ho capito la pericolosità di buttarsi da un palco alto due metri su un pubblico che sta a quattro metri da te. Ma questo è il nostro modo di vivere la musica dal vivo, rimaniamo una band estremamente legata al palco e alla strada. Questi sono i tre elementi fondamentali: la sala prove, il palco e la strada.


La dimensione artigianale della musica.

P: Siamo artigiani della musica con la A maiuscola. Cerchiata però.


Ultima domanda. Qual è il vostro disco preferito dei Litfiba.

P: Non è facile, ne abbiamo fatti tredici in studio. Ogni disco è collegato a un periodo. Per me, poi, che scrivo i testi, nei versi di ogni canzone finisce il mio vissuto personale di quel periodo, sono tanti gradini che accompagnano la tua storia. Diranno tutti così, ma ora l'ultimo disco è quello che trovo più eccitante, anche perché non l'abbiamo ancora suonato dal vivo, sono molto curioso anche di vedere la reazione del pubblico. Il sound di quest'ultimo album influenzerà anche gli altri brani in scaletta, ci sono anche pezzi vecchi di trent'anni... ad esempio, per "La preda" abbiamo scritto un ritornello nuovo e ci sta paurosamente bene. E' bello scoprire che la tua musica sia ancora viva a distanza di così tanti anni. Trovo che questo sia, almeno dal mio punto di vista, il più grande risultato per un artista.


È un disco che ti rispecchia pienamente in quello che fai.

P: Sì, non solo in quello che abbiamo fatto oggi ma anche in quello che abbiamo fatto 32 anni fa.


Te Ghigo? Ho visto un referendum, il pubblico votava “17 re”.

G: E' uno dei grandi dischi dei Litfiba, sullo stesso piano io ci metto anche “Terremoto” o “Diablo”. “Terremoto” è molto politico, “17 re” è più sognante.

P: Io potrei dirti che sono tutti al primo posto eccetto “Infinito”.


A me piace molto "Infinito".

P: Ci son dentro dei gran pezzi ma è lo spirito con cui l'abbiamo fatto che delude.

G: Fondamentalmente l'abbiamo fatto senza neanche rivolgerci la parola.


Io vi ringrazio per la disponibilità e ho finito le domande. Non so come si spenge. Un saluto a tutti i lettori di Rockit.

Tag: intervista

Pagine: Litfiba Federico Fiumani

Commenti (16)

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  • Indiavolato 23/03/2012 ore 10:58 @50710#indiavolato

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    Alberto, questo principio è la mia religione! Anche se di solito fa scattare nella maggior parte delle persone La Domanda: cos'è il bello?

    C'è stata mesi fa una lunga discussione sulla questione del "cos'è il bello." E' un po' come la domanda: cos'è la destra cos'è la sinistra? e come per la politica, e nella quotidianità in genere, il bello è tutto ciò che ha la maggioranza dei consensi.
    La 5° di Beethoven sicuramente può non piacere a tutti, però questa rimane indiscutibilmente Bella in quanto apprezzata dalla stragrande maggioranza delle persone.
    Lo trovo anche un modo per semplificare il concetto senza perdersi nei soliti discorsi senza uscita.

  • Indiavolato 23/03/2012 ore 11:01 @50710#indiavolato

    Alberto, intendo le due prime righe del tuo commento. Le avevo scritte tra virgolette, ma evidentemente questi segni non vengono letti.

  • Alberto Arcangeli 23/03/2012 ore 11:54 @albertoarcangeli

    @Indiavolato in effetti, é bene attenersi a definizioni piuttosto naif su cosa sia bello o meno, soprattutto in un forum, altrimenti si rischia di non cavarci più le gambe :)

  • Indiavolato 23/03/2012 ore 14:31 @50710#indiavolato

    Hai ragione Alberto, anche se tuttavia questo "problema" lo riscontro soprattutto nei forum italiani. La mia impressione e che un italiano più ch arrivade ad una deduzione logica si perde in mille seghe mentali, mentre questo non succede con gli inglesi, per esempio... insomma, per restare nella metafora della politica, se in inghilterra ci sono conservatori e progressisti, punto, in italia ci si perde tra mille partiti e sottopartiti e milioni di cavilli burocratici.

    p.s. cosa pensate del pezzo di Gotye "somebody that i used to know"?

  • Barranco 16/04/2012 ore 12:59 @Barranco

    sono d'accordo con Rioda a prescindere da quello che dice. e comunque ha ragione :)

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