La leva calcistica del '18: Filippo Andreani - Como Intervista

Grafiche di Cosimo Nesca per Rockit.itGrafiche di Cosimo Nesca per Rockit.it
18/01/2018 di

La leva calcistica del '18 è la nuova serie di interviste di Rockit dedicate a due delle più grandi passioni degli italiani: la musica e il calcio. Che rapporto hanno i musicisti nostrani col pallone? Salire sul palco è come scendere in campo? Qual è il loro grande desiderio calcistico? Oggi parliamo con Filippo Andreani, grande tifoso del Como, che ha da poco pubblicato il nuovo album "Il secondo tempo", che già dal titolo ci porta dritti sul prato verde.

È noto il tuo amore per il Como, una passione che ritorna spesso anche nella tua musica. Parlaci delle tue canzoni a tema calcistico.
Sono tante! Ho scritto di Gigi Meroni, di Ezio Vendrame (che tra l’altro partecipa al nuovo disco), del Grande Torino, di Stefano Borgonovo… In generale il calcio è la metafora di cui mi servo per parlare della mia vita, dei tonfi e delle volte in cui ci si rialza.

Il tuo nuovo album si chiama “Il secondo tempo”, perché?
Anche in questo caso c’è la metafora calcistica. Il secondo tempo nel calcio è l’ultimo: non ci sarà ulteriore possibilità di difendere o ribaltare il risultato. Giocatori e pubblico lo sanno: c’è un moltiplicarsi esponenziale di emozioni, di ansie, di paure, di gioie. C’è un’intensità differente. Il primo tempo, secondo me, non serve a niente. Quando si facevano le partite, da bambini, al campetto, non c’erano due tempi: ce n’era uno solo e secondo me era il secondo. Perché tutto quel rincorrersi di emozioni è tipico della vita dei bambini. Il secondo tempo, per me, è uno stile di vita. Io sono ancora un bambino.

È nata prima la passione per il calcio o per la musica? Hai mai giocato a calcio e in che ruolo?
Prima quella per il calcio. Da piccolo ho iniziato a giocare nella squadra del paese. L’allenatore non capiva che il divertimento è un diritto di tutti: voleva solo vincere il campionato. Il risultato era che io, che ero molto piccolo e di corporatura fragile, stavo sempre in panchina. Avevo il numero 16 fisso. Una volta, però, la maglia numero 16 non si trovava. Mi diedero quella del portiere di riserva. Cambiai squadra la settimana successiva e giocai fino a quando, a circa 20 anni, non mi ruppi il legamento del ginocchio. Ero un discreto centrocampista. Più grinta che altro. Ma a quel punto del prato verde mi importava già poco: preferivo le gradinate.

Una volta sono venuto a vederti a Como a un evento con Zerocalcare, dove hai raccontato di un momento particolarmente emozionante in curva. Me lo puoi ricordare?
Forse stavo presentando la canzone per Stefano Borgonovo e ho raccontato di quando lo seguii in campo, affiancando la sua carrozzella, fino a sotto la nostra Curva. Conoscevo bene quella malattia, che nello stesso periodo affliggeva anche mio papà, e conoscevo la sofferenza di Stefano. Per questo ne apprezzai il coraggio fino a piangere come un bambino, mentre gli amici in curva alzavano le nostre sciarpe e intonavano cori per il Borgo. Un momento magico.

Lo stadio del Como è molto bello, ti piacerebbe, un giorno, suonarci?
Eh, fai te! Sarebbe un sogno. Ma se mi fanno salire su quel palco poi hanno un problema: io non scendo più!

Vorrei mi parlassi di due dei giocatori più significativi della storia del Como, Stefano Borgonovo e Gigi Meroni.
Con Stefano, come dicevo, è stato un rapporto personale e amichevole. L’ho conosciuto in un ospedale, dove era il vicino di stanza di mio papà, che l’ha anticipato in cielo per poco. Stefano aveva una forza incredibile, un carattere da leone, una gioia di vivere immensa. Il suo esempio resterà nel mio cuore per sempre.
Di Gigi conosco bene la sorellina Maria, che ogni volta che sente la canzone si commuove. Su Gigi sono stati scritti interi libri, non posso condensare la sua vita in poche righe. Ti voglio però dire che il “Luigino” (come ancora lo chiamano a Como) ha lasciato nella sua città il ricordo indelebile di un bravo ragazzo. Eccentrico, va bene, ma buono e generoso. Le qualità umane di Gigi sono indiscusse. E io, che dopotutto sono ancora un bravo bambino, voglio bene ai bravi ragazzi. Gigi è immortale, come gli eroi di Superga: è solo andato a giocare in trasferta.

E gli altri calciatori che hanno rappresentato qualcosa per te? Io, al Como, mi ricordo di Marco Nappi.
Nappi venne e andò via senza fare troppo rumore. Di quegli anni il più rappresentativo è senz’altro Oliveira, cannoniere di quel Como che poi venne distrutto da Enrico Preziosi. Facemmo il record di punti in Serie B. Era uno spettacolo vedere giocare quei ragazzi. C’era un’atmosfera magica, in campo e in curva, all’epoca guidata da uno dei gruppi più tosti del panorama ultras italiano: i BFC (Blu Fans Como). Grandi ricordi.

Che futuro si prospetta per la tua squadra? Era stata acquistata dalla moglie di un famoso calciatore, Essien, come è andata a finire?
Prima ancora il Como era sotto la presidenza di Preziosi, attuale presidente del Genoa. Preziosi ci trattò come carta straccia e scappò a Genova. Attualmente siamo in Serie D. Del futuro non parlo perché sarei costretto a dirti che non esiste. Come non esiste per tutte quelle squadre che non militando in categorie superiori non hanno diritti televisivi o sponsor importanti. Questa è la realtà. Il futuro sarà il calcio popolare. E io non vedo l’ora.

Vai ancora allo stadio?
Ogni tanto, più che altro per ritrovare i miei amici. È cambiato tutto. Gli steward, i tornelli, le code infinite agli ingressi, le leggi repressive. Eppure, in quel piccolo mondo c’è ancora un profumo che adoro. Forse è il profumo dell’amore.


[LEGGI GALEFFI CHE CI RACCONTA LA SUA ROMA]
[LEGGI LA CHIACCHIERATA CON I FASK SUL PERUGIA CALCIO]

Tag: rubrica

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati


    LEGGI ANCHE:

    "Zeta reticoli" dei Meganoidi compie 15 anni e continueremo ad amarla per sempre