Scisma - Firenze, 05-05-2003 Intervista

10/05/2003 di

A tre anni dalla ‘cessazione delle attività’ - e a pochi giorni dal concerto di reunion’addio che si terrà sabato 10 maggio all’auditorium “Flog” di Firenze - incontriamo per una chiacchierata Paolo Benvegnù, chitarra e voce del disciolto gruppo gardesano. Lucido, senza nostalgie, molto carico, il buon Benvegnù ci racconta qualcosa del gruppo che fu, ci anticipa alcune caratteristiche di questo concerto ed esprime alcune interessanti considerazioni sulla attuale scena musicale italiana.



Senza facili retoriche, senza troppe nostalgie, senza esagerati romanticismi: che cosa ci si deve aspettare da questo concerto, da questo ‘episodio’? Chi sono gli Scisma, oggi?
Io mi aspetto - ed è qualcosa che già durante le prove ho chiaramente percepito - soprattutto una gioia estrema nel fare questa cosa. Il problema è che quando si fa un progetto di gruppo, questo gruppo poi diventa un po’ come una famiglia, dove si finisce a non badare più a quanto, per esempio, possa essere interessante tua madre come persona: è tua madre, ha quel ruolo… Io mi aspetto che adesso siamo in grado invece di apprezzarci come persone in maniera diversa, e non con certi ruoli scontati, come ci è purtroppo capitato in passato. In questo senso ti puoi lasciare, o ritrovare, con la gioia di apprezzare le altre persone per quello che sono.

Una domanda che devo farti, perché interpreta il sentimento di molti appassionati: non è che ci ripensate e tornate definitivamente insieme?
No, no… (sorride). Tra l’altro ho anche capito che, paradossalmente, gli Scisma hanno funzionato più nell’assenza che nella presenza, anche perché abbiamo avuto un pubblico che, pur non essendo numeroso, ci ha seguito, anche dopo, in maniera molto approfondita. Non ci ha lambito, ma è entrato in profondità. In questo senso credo che siamo stati diversi da altri gruppi della nostra generazione, che hanno ora un seguito molto più consistente ma che magari li conosce adesso andando meno a fondo, come è successo, che so, ai Subsonica o anche ai Marlene Kuntz. In fondo, anche chiamarsi Scisma era un manifesto programmatico. Ecco, dicevo che questo pubblico che ci conosce, ha sempre apprezzato la nostra coerenza, il nostro modo di interpretare le cose: se le esperienze si devono rinnovare, si devono rinnovare in maniera abbastanza naturale. E per noi ora è naturale e bello fare questa cosa, questo concerto come unico episodio in cui ci ritroviamo, mentre lo sarebbe probabilmente meno fare un tour, nonostante la possibilità ci sia stata offerta e, onestamente, non è che, anche a livello economico, a me, per esempio, avrebbe fatto male (sorride)…
Però noi siamo figli della nostra coerenza, la quale ha fatto sì che, forse caso unico in Italia, quando non abbiamo avuto più niente da dirci, abbiamo smesso, e che nessuno di noi ha mantenuto il marchio Scisma cambiando le persone: un gruppo è un gruppo, sono quelle le persone.

Diversi componenti degli Scisma hanno comunque portato avanti delle esperienze musicali. Penso a te con la tua carriera solista, di cui ci auguriamo presto di ascoltare il debutto discografico, e con le esperienze di produttore, per esempio con l’etichetta indipendente Stout Music, (Otto’P’Notri, Terje Noergarden e altri). Penso ai Micevice che vedono al loro interno oltre a Giovanni Ferrario (chitarrista e coproduttore a partire dal secondo disco, ndi) anche altri ex Scisma
E beh sì, perché Giovanni si è portato dentro prima Giorgia (Poli, la bassista, ndi), poi Michela (Manfroi, la tastierista, ndi); e poi non ci dimentichiamo di Marco Tagliola (il fonico, ndi) che è stato a tutti gli effetti parte del gruppo, era uno del gruppo…

ecco come pensi che queste varie esperienze rientrino, se rientrano, in questi Scisma di adesso? O è qualcosa che resta quasi completamente fuori?
Non lo so se tutto ciò rientrerà, almeno per me. Vedo però un percorso diverso per esempio con Michela, che ha fatto il disco con i Venus e che ha fatto delle date con loro in Francia. Quella è un’esperienza che le è servita: lei aveva smesso di suonare, non voleva farlo più e poi, grazie a quella situazione, è rientrata ed è tornata ad aver voglia di suonare.

Devo dire… non so: tre anni fa eravamo tutti vecchissimi. C’eravamo troncati le energie a vicenda, non lo so che cosa era successo… Ora facciamo gli stessi pezzi con una tranquillità e un’energia… è come se avessimo liberato tutte le energie che, con i veti incrociati, ci eravamo tolti.

Hai detto che avete avuto un pubblico limitato, seppure molto attento. Avete però lasciato una traccia forte su molti nuovi gruppi musicali: succede spesso di sentire nominare gli Scisma come ‘gruppo faro’, anche da band molto diverse tra loro. Lasciami usare finalmente una parola da rivista musicale
seminale… (risate di tutti i presenti)

appunto: che cosa avevano di particolare gli Scisma per risultare così ‘seminali’?
Fondamentalmente penso tre cose: una certa vulnerabilità che si percepiva, un senso dell’impegno spasmodico… e poi… penso si capisse che noi stavamo cercando un equilibrio tra estetica e fisicità. Siamo sempre stati in bilico tra il fatto di essere un gruppo pop e però dire cose di un certo tipo. Facendo le debite differenze, perché noi a quei livelli non ci siamo mai arrivati, penso che negli anni Ottanta molte persone si siano chieste perché un gruppo che cercava quel tipo di equilibrio, come gli XTC per esempio, non abbia avuto una popolarità incredibile…

però gli Smiths, l’hanno avuta. E anche loro erano il gruppo che coniugava una certa fruibilità musicale con una grande profondità delle tematiche che trattavano.
Sì, è vero… mah, io penso che gli Scisma abbiano sofferto anche del fatto che non hanno avuto un forte ufficio stampa; tant’è vero che in quegli anni le recensioni avevano anche dei problemi a capire ‘dove’ dovevano metterci: non risucivano a inquadrarci. “Rosemary Plexiglas”, per esempio, era un disco molto mirato, in cui probabilmente avevamo inquadrato bene certe cose che in quel periodo erano nell’aria e che andavano. “Armstrong” invece, che era un disco ‘libero’, per il quale ci siamo anche molto battuti con la Emi e con il nostro management, non è mai stato riconosciuto come disco importante e invece, ne sono convinto ora a distanza di tempo, era un disco valido. Ma, forse più che proprio il disco… la tournée di quell’album: ho risentito proprio in questi giorni il concerto che facemmo a Roma per “Lottolive” e, senza paura di peccare di immodestia, ti dico che lì eravamo arrivati a un compimento.

Quello che mi sembra strano è che oggi - beh, da un bel po’ di tempo, a dire la verità - c’è mancanza di curiosità: ci si aspetta che qualcuno ci dica che un gruppo è bravo e allora va bene… quel gruppo è bravo. Invece sarebbe bello che le persone si cercassero le loro ‘scoperte’ andando ai concerti, anche di chi magari è ben poco conosciuto, per poi formarsi un proprio giudizio. Ecco perché ti dicevo che noi abbiamo funzionato nell’assenza… Le persone hanno cominciato a parlarsi: erano poche, sono poche, ma va bene. Però questo è qualcosa di cui sono orgoglioso e che nessuno ci può togliere.

Domanda difficile: immaginiamo tra qualche anno una ipotetica raccolta dei gruppi italiani appartenenti alla scena, generazione, ondata o chiamala come vuoi, di cui anche voi avete fatto parte in un modo o nell’altro. Si richiedono due vostri brani: gli Scisma cosa mettono nella compilation?
Mah, non lo so. Posso dire i miei, non so che pezzi metterebbero gli altri e quali alla fine sceglieremmo insieme… io per me direi un brano che non è neanche uscito sui due cd ufficiali, ma era su “Vive le roi” un ep 10" uscito nel 1999 che anticipava “Armstrong” e che è secondo me un pezzo importante: “In dissolvenza”, che trovo bellissimo e non è un caso che lo abbiano fatto anche i Venus, in italiano. E poi forse, anche se non è venuto bene sul disco, un pezzo che aveva una bella importanza della comunicazione del testo, del parlato, è “Simmetrie”, che ho riscoperto ultimamente.

Come vedi il panorama italiano ora nel 2003?
Penso che siamo tornati agli anni Ottanta per certi versi. Per me, e so che è molto scomodo quello che dico, però è un momento storico sbagliato per cantare in inglese. Lo so che è importantissimo da un sacco di punti di vista: ti dà possibilità verso l’estero e poi… (ridendo) diciamoci la verità… ci si sente anche più ‘fighi’… Però, in questo momento, quello che manca a molti gruppi in Italia è di avere una coscienza delle nostre parole con tutte le contaminazioni, musicali e non, che comunque esistono. Anche noi usavamo a volte l’inglese, o il francese… abbiamo usato anche il fiammingo, se per questo… Però il senso è diverso, è tutto contestualizzato. “Tungsteno”, che anche se fu scelto come tale, secondo me era comunque sbagliato come singolo, aveva però questo gioco delle diverse lingue…
Vedi, tante volte è un discorso di comunicazione e i discografici, piccoli o grandi, sbagliano a pensare che solo l’inglese abbia possibilità ‘universali’: come si spiega allora che i Sigur Ros vendano comunque in maniera discreta in tutta Europa e facciano concerti sempre pieni nonostante cantino in una lingua che non è nemmeno islandese ma più che altro onomatopeica? Nella realtà dei fatti, quindi, si fa o musica bella o musica brutta. Detto questo, a me che sono un amante della canzone italiana - e non parlo di poesia e letteratura perché ho studiato troppo poco queste cose - spiace che ci siano ora tanti gruppi che per molti anni hanno fatto canzoni in italiano e adesso siano improvvisamente passati all’inglese, perché va quello. Ovviamente non parlo di chi ha cominciato già parecchio tempo fa a fare un percorso di questo tipo, convinto fin da subito che quella era la sua strada - penso a gruppi come Yuppie Flu, Julie’s Haircut, One Dimensional Man, che hanno sempre cantato in inglese, anche quando la ‘moda’ non era quella… o anche i Giardini di Mirò nei rari episodi non strumentali, visto che poi loro hanno anche una estetica di suono che a me piace molto.

Infine, una cosa preoccupante, è che tutto si muove per piccole lobbies. È difficile che qualcuno riesca a ‘uscire’ se non si appoggia da una parte o dall’altra; questo è sempre successo e probabilmente succederà sempre, però… ci sono tanti gruppi sconosciuti che mi capita di ascoltare e che sono veramente notevoli, che potrebbero dire la loro, ma dei quali non resterà alcuna traccia per il solo fatto che non si sono trovati nel posto giusto al momento giusto. La colpa a volte è dei musicisti stessi, che tante volte hanno poca chiarezza di quello che vogliono fare, ma è anche dei discografici che in troppe occasioni non capiscono quale lavoro fare su un certo tipo di espressione. Il problema, poi, tante volte sta anche nei giornalisti, che finiscono per supportare enormemente certi gruppi e nel trascurarne altri molto più validi, con favoritismi francamente eccessivi.

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