Paolo Benvegnù - Firenze, 08-02-2004 Intervista

15/02/2004 di

L'occasione di 'far parlare' Paolo Benvegnù ci é data dall'uscita del suo primo album solista, tanto atteso dai fan orfani degli Scisma. Ma ci auguriamo che tutti i fan della buona musica sappiano scoprire - e apprezzare - questo "Piccoli fragilissimi film"...



Qualche dato sul disco: quando è stato composto, quando è stato registrato, che cosa rappresenta nel tuo percorso artistico?
Il disco è stato realizzato durante tutta l’estate 2003 e completato in autunno. Avevo molte canzoni e ho scelto le cose che mi piacevano di più: alcune avevano tre anni, alcune due anni, alcune un anno, qualcuna sei mesi… È un po’ una compilation di questi ultimi tre anni, ed è anche per questo che ho scelto un titolo come “Piccoli fragilissimi film”, molto adatto a fotografare questo tipo di situazione. Insomma, si tratta della colonna sonora di questi miei ultimi tre anni di vita, che interessano a me, ma possono interessare agli altri… va bene così.

A mio giudizio - e sono stato uno dei più convinti adepti degli Scisma - con il tuo gruppo di ‘provenienza’ questo disco ha ben poco a che fare. Si tratta di un percorso nuovo e diverso...
No, non sono d’accordo: per me questo è un po’ il quarto disco degli Scisma, da un certo punto di vista. Questo è il disco che gli Scisma dovevano fare dopo “Armstrong”; certo è una cosa anche diversa, e infatti è realizzata con persone diverse. Però questi sono i contenuti che io, da leader, avrei voluto che ci fossero dopo “Armstrong”. In quest’album ci sono gli stessi ingredienti di quel disco degli Scisma, ma dentro c’è una lezione finalmente imparata e mandata a memoria, ovvero ‘non controllare le cose’, e non controllare nemmeno la propria vita, per certi versi. Lasciare insomma che la vita abbia il suo percorso senza andare a tutti i costi a valutare ogni cosa in modo razionale...

In questo senso, un brano come “Il mare verticale”, che dice proprio questo. È un po’ un manifesto programmatico, messo in apertura del disco
Assolutamente sì. Io ho questo problema: anche se molte cose sembrano accennate nei miei testi, c’è sempre una seconda lettura possibile. C’è un secondo significato, che spesso sfuggiva anche agli altri Scisma - e, a maggior ragione, credo sfuggirà a tanti in questo disco - ma non si tratta di un discorso criptato, bensì è questione di volerci arrivare oppure no… (ci pensa un po’, ndr). Non voglio apparire presuntuoso ma, visto che c’è chi me lo ha rimproverato… a questo punto faccio finta di esserlo (sorride, ndr).

Sul singolo, nella parte relativa ai credits, era riportato: ‘Paolo Benvegnù sono’ e a seguire i nomi di alcuni validi musicisti. Ci parli un po’ del gruppo di persone che hanno collaborato con te alla realizzazione di “Piccoli fragilissimi film”?
Mah, sai... c’è moltissima gente che ha suonato, e magari qualcuno ha suonato solo su determinati pezzi e in un lasso di tempo limitato. Coloro che hanno partecipato in maniera più continuativa a questo progetto - e che continuano a partecipare, visto che suoniamo dal vivo - sono un po’ le persone che ho incontrato in questi ultimi tre anni. Visto che poi, alla fine, non ti puoi piacere con tutti, io e queste persone ci siamo incontrati, ci siamo ‘piaciuti’ e abbiamo cominciato a lavorare insieme.

Andrea Franchi, che è uno straordinario musicista, e Gionni Dall’Orto li ho incontrati nella collaborazione con Marco Parente; poi ci sono Fabrizio Orrigo e Massimo Fantoni, tutte persone che hanno in comune una sensibilità al di fuori del comune. E questo tipo di sensibilità non so se alla fine esce sul disco, però... è proprio per questo che il mio non può essere considerato un progetto solista. Infatti io non funziono da solo, in quanto non sono in grado di fare le cose da solo; ognuno ha partecipato per come poteva farlo, e la loro presenza è stata preziosa perché il disco é stato fatto con loro.

Inoltre, in questo momento, stiamo anche suonando in giro e credo che la maniera per capire quello che stiamo facendo è venire a vederci dal vivo perché effettivamente ognuno tira fuori le sue cose. E in questo la cosa bella è che c’è una libertà che io non avevo mai respirato negli Scisma, probabilmente per una questione di schizofrenia. Con gli Scisma, invece, chissà per quale motivo, succedeva proprio questo, forse perché eravamo paragonabili a dei ragazzini che si sentono incapaci di fare una cosa; ci preparavamo fin troppo, ma poi rischiavamo di perdere l’attimo giusto… Adesso invece, forse perché con i musicisti con cui suono abbiamo già un retroterra, ci lasciamo andare di più, e tutto funziona in maniera più naturale.

Hai lavorato come produttore artistico per svariati gruppi e artisti. Al di là del valido contributo dei collaboratori, come è prodursi da soli? Non senti il bisogno, a volte, di un produttore artistico ‘altro da te’? Qual è stato il ruolo di Andrea Franchi e Giacomo Fiorenza?
Beh sì... il massimo sarebbe stato avere un produttore disponibile a lavorare su queste cose. Il fatto è che in Italia probabilmente non c’è la persona adatta: non l’ho trovato e, a dire il vero, non l’ho neanche cercato. Quindi posso dire che questo disco, a livello artistico, è una co-produzione tra me, Andrea Franchi (che ha lavorato molto anche sul piano della semantica dei brani - e per semantica dei brani intendo lavorare alle armonie e al tipo di suggestione che esse possono creare) e Giacomo Fiorenza (che ha mixato i pezzi e che - alla sua maniera e da perfetto fiorentino - ha detto chiaramente quali erano secondo lui i difetti e ha cercato di smussarli e trasformali in positivo), i quali per questi motivi appena esposti hanno avuto una partecipazione precisa al progetto.

Poi… sì è vero: questi brani avevano bisogno di un produttore artistico, ma in Italia, in questo momento, non c’è nessuno che avrebbe potuto produrre questi brani meglio di me. Per il semplice fatto che sono l’unico che scrive brani ‘italiani’ in italiano e cerco di produrli in una maniera diversa da quella che invece è una sensibilità più ‘anglosassone’ - che da noi invece conta validi esponenti. A parte tutto. in questo momento avevo bisogno di fare un disco così: prettamente italiano, di canzoni, che non voleva disturbare nessuno. Anche se poi qualcuno magari non ha capito e considera questo un disco mediato, furbino, presuntuoso, mentre con le mie scelte penso di aver dimostrato che non è il tipo di percorso che mi interessa. Avevamo un contratto con la EMI e ci ho rinunciato per coerenza, più ancora che per indipendenza.

Rispetto alle tue precedenti esperienze, mi pare che, pur partendo già da una base valida, tu sia ulteriormente progredito nella scrittura dei testi: brani come “Il mare verticale” o ancor più la fossatiana e ilozoista “Il sentimento delle cose”, sono a tutti gli effetti prove di un cantautorato evoluto che si inseriscono nella migliore tradizione nazionale. Che rapporto hai con i cantautori ‘storici’? Mi sembra di capire che sei più vicino a certi autori anni Sessanta che manco ti piacciono tanto (Tenco, Endrigo) che a esponenti successivi.
Mah… ad essere onesti Fossati non lo conosco quasi per niente, mentre di Gino Paoli o Sergio Endrigo quando sentivo le loro canzoni alla radio non mi interessavano, andavo da un’altra parte. Però è vero che, togliendo le sovrastrutture, sono forse arrivato a un tipo di canzone che - sì - è un po’ la canzone italiana della mia infanzia. Oppure, semplicemente, ho sempre considerato mediocre Sergio Endrigo e alla fine sono diventato un mediocre come lui: faccio quello che posso e sono orgoglioso di farlo. In italiano.

Il fatto è che io conosco una sola maniera per spiegarmi ed è scrivere delle canzoni; e continuo a scriverle perché credo di dovermi spiegare e mettere a posto ancora molte cose. Però, a volte, sento dei brani in inglese e magari non li comprendo tutti, ma mi rendo conto che dietro tutto ciò c’è un desiderio di comunicare qualcosa… allora cerco di approfondire, di capire il testo, mi interesso. Se però scrivo qualcosa, magari di molto vissuto, in un testo in italiano e un’altra persona non lo capisce, tante volte invece di cercare di approfondire, di interessarsi, si rifugia dietro il fatto che “è troppo complicato”. Questo non lo trovo giusto.

Magari tra un po’ di tempo, con quel tipo di nostalgia tutta italiana che spesso impera nel gusto e nel costume, anche certe mie cose saranno rivalutate… (ride, ndr)

Non per fare lo ‘psicologo della domenica’, ma nel disco ritornano aspetti legati al fuoco e al sangue: ‘fiamme’, ‘brucio’, la stessa parola ‘sangue’, il rosso della copertina e del booklet... è stato un parto difficile?
Sì. Quando tu vivi la tua vita da assente, cosa che non consiglio a nessuno, ma che in molti fanno… insomma, quando vivi la tua vita senza esserci dentro, il sangue non circola più, è come se fosse fermo. Semplicemente le cose non ti parlano in maniera evidente. E allora funziona tutto per sfumature: la politica, la storia, la vita... è tutto basato su sfumature. Ma non è così in realtà, perché la vita delle persone, quando è vissuta pienamente, non va a sfumature. Guarda anche con le scelte non banali: non arrivi a farle se non hai veramente prima percorso tutta una serie di sfumature attraverso le quali arrivi, alla fine, a una scelta decisa.

Personalmente negli ultimi tempi ho messo da parte le sfumature e ho vissuto momenti di assoluta infelicità come anche momenti di assoluta felicità - e quando sei veramente felice, il sangue ti circola davvero veloce. Ed è anche per questo che nel disco c’è il sangue... c ci sono le fiamme, perché quando ti bruci… ti scotti veramente. Ecco, nel disco io volevo proprio che ci fosse questa mancanza di sfumature: l’ho fatto soprattutto per me, perché queste cose le ho vissute e devo descrivere, senza annacquarlo, quello che ho provato.

Hai dichiarato in altre interviste che, ai tempi degli Scisma, specie per “Armstrong”, la critica ha avuto difficoltà a collocarvi, non riuscendo probabilmente a cogliere l’ambito e la fisionomia di quel disco. Oggi dove pensi di collocarti?
(ride molto, ndr) Io tra due anni sarò l’erede di Gaber. Tra due anni però, adesso no. Devo crescere per arrivare a capire quello che Gaber avrebbe potuto fare dopo la prima metà degli anni Ottanta. Lui non lo sa… ma io lo ringrazio per avermi passato il testimone (ride ancora, ndr).

Hai fatto un disco con una co-produzione tra la piccola ma agguerrita Stoutmusic e la Santeria/Audioglobe, registrato al DDR Studio, una struttura piuttosto spartana appena fuori Prato. Lo hai mixato al Groove Factory di Bologna, ‘lo studio della Homesleep’. Un tuo pezzo, “È solo un sogno”, è finito nel disco di Irene Grandi, che appartiene a un mondo diverso, non fosse altro che per l’esposizione mediatica. Hai quindi potuto osservare e confrontarti con realtà produttive e discografiche diverse. Che ci puoi dire al proposito? Come vedi la situazione e il rapporto per quanto attiene a indipendenti e major?
Parto subito dal discorso di Irene Grandi, perché per questa cosa ho ricevuto anche delle critiche. La faccenda è stata molto più semplice e naturale di quello che si possa pensare. Oltretutto, anche altri autori provenienti da un mondo affine al mio, si sono cimentati in qualche occasione con interpreti ‘mainstream’, e nessuno ha avuto nulla da ridire.

Poi, il discorso delle major… da quello che posso vedere, queste strutture vanno male perché in molti casi ci lavorano degli incompetenti assoluti, che svolgono la loro mansione in maniera meccanica - come degli impiegati che non sono interessati a quello che stanno facendo - e non mettono passione in quello che fanno. Quindi, al momento attuale, non vedo una bella situazione per un gruppo che si accasa in una major, ma non per un discorso ideologico: semplicemente, finché le cose non cambieranno, finché nelle major non cominceranno a lavorare persone assolutamente innamorate della musica… la vedo brutta.

Ma non è gia successo in passato? A metà anni Novanta ci fu un’apertura in tal senso
No, non c’è stata. C’è stato qualcos’altro che era più un ordine dei responsabili vendite tipo: ‘cerchiamo di prenderci anche quelle 15.000-20.000 copie che vende il gruppo alternativo’. E le major hanno così messo sotto contratto alcuni gruppi, ma non c’è stata una progettualità ampia.

Al di là del fatto che la parola ‘promozione’ mi pare bruttissima - seconda solo alla parola ‘guerra’ - credo proprio che la promozione fosse fatta in maniera criticabile. Probabilmente le major non erano in grado di veicolare un certo tipo di comunicazione, di far comprendere il discorso diverso che c’era alla base di questi gruppi. Applicavano meccanicamente le loro logiche, per il mercato, per la promozione e così via… e la cosa non poteva ovviamente funzionare.

Certo é che se uno è straordinariamente bravo, e molto attrezzato a livello culturale, può tranquillamente permettersi anche di stare dentro una major. Uno così può essere Morgan, che io stimo tantissimo, perché in Italia è uno dei pochi che sta facendo delle cose diverse, senza preoccuparsi di quanto succede all’esterno, puntando alla comunicazione e riuscendo a convincere tutti. Personalmente sono contento che Marco Castoldi stia facendo la musica che sta facendo, adesso, in Italia; mentre a un gruppo io direi che difficilmente le cose importanti, vere, sentite non arrivano dove devono arrivare: perciò l’unica maniera è sviluppare al massimo il proprio modo di vivere e di essere persone vere, su cui poi costruire il musicista.

Quanto alle indipendenti… anche qui bisogna distinguere: se una indipendente è tale solo perché non ha i soldi della major, beh... c’è molto da ridire. Certo, ci sono situazioni indipendenti, anche in crescita, che si basano veramente sulla passione: penso ad esempio a realtà di dimensione molto diversa - come Homesleep o la Wallace - che lavorano davvero bene. E ci tengo a precisare che con quest’ultima non ho alcun rapporto e anzi credo che Mirko Spino pensa pure che io sia un rincoglionito. Ma c’è poco da fare: lo vedi chi fa le cose perché ci crede profondamente e chi invece è un bluff.

Però è anche vero che poi ci sono situazioni in cui vedi dei gruppi ‘indipendenti’ disposti a fare di tutto pur di vendere qualche copia in più o avere maggiore copertura mediatica; e io glielo auguro pure, se questa esposizione può contribuire a farli stare meglio come persone, ma francamente non mi interessa, non è proprio il mio percorso. E bisognerebbe anche ammettere che a volte l’‘indipendenza’ tanto sbandierata in realtà non esiste, perché il meccanismo finisce per essere lo stesso della major.

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati