I Fitness Forever sono un'operazione culturale: Carlos Valderrama racconta "Tonight" Intervista

27/09/2017 di

"Tonight" è il nuovo disco dei Fitness Forever, un omaggio come sempre elegante, divertente e pieno di glamour agli anni 60/70. Gli anni d'oro della disco music e di artisti come Piero Umiliani e Armando Trovajoli. Il gruppo di Torre Del Greco ha fatto della memoria di quegli anni e di quei suoni quasi una missione. Ne abbiamo parlato con Carlos Valderrama.

Parliamo subito dell'album: com'è nato, quando, dove...
Il disco, com'è ormai una consuetudine con i Fitness Forever, è un disco che tra scrittura, arrangiamenti, scelta dei pezzi e tutto il resto ha impiegato quattro anni a uscire, perché probabilmente il nostro ciclo creativo è questo. Quando esce un disco ci sono uno o due anni di tempo che sono dedicati ai live, a suonare in giro, e anche un po' a ricostruire un terreno fertile per poter ritrovare la voglia di scrivere, perché dopo che lavori per tanto tempo a un disco la voglia di tornare a scrivere delle canzoni per un po' svanisce, almeno nel mio caso è così. Quindi, a partire da un paio di anni fa, sono cominciate a spuntare come fiori tutte le canzoni, che sono figlie anche del fatto che io da qualche anno ho cominciato a esibirmi come dj, e questo in qualche modo ha influenzato anche la mia scrittura, perché essendo abituato a fare musica la sera per far ballare le persone, la scrittura del disco è stata condizionata da questa cosa, oltre che dalla musica che ho ascoltato negli ultimi anni.

Possiamo dire che voi avevate cominciato prima di altri a fare una cosa che adesso va molto di moda, penso all'ultimo album dei Phoenix, ma anche agli Arcade Fire per esempio, per cui adesso il vostro sound rétro suona attualissimo.
Non lo so, lo spero. Anche perché io vivo in un mondo musicale che è veramente quello, cioè riesco ad ascoltare anche qualcosa uscito negli ultimi anni, per non essere inghiottito dagli ascolti di musica anni 70-80, che sono le cose che ascolto di più in genere, però onestamente seguo poco soprattutto la scena italiana, non saprei descriverti molto bene cosa sta accadendo. Però sicuramente penso che questo suono sia chiaramente un suono vintage, perché è nato alla fine degli anni 70 / inizio anni 80, poi come dicevi tu giustamente io lo sento ancora attualissimo. È un tipo di suono ricco che in qualche modo va contro la tendenza minimalista musicale di oggi, dove nel mix senti solo la voce, la batteria e poco altro. Questo per me è anche figlio di un'approssimazione, del fatto che si possono fare delle cose con pochi mezzi, non so se ci sia dietro una tendenza veramente artistica dietro questo minimalismo o invece soltanto un arruffare, fare le cose facili perché sono facili e basta.

Trovi che questo succeda soprattutto in Italia?
Sicuramente. Vabbè io sto parlando con te che sei di Rockit che si occupa quasi totalmente di musica italiana, però il discorso è anche questo: a parte il discorso della lingua, quanta roba prodotta in Italia merita davvero di essere esportata? È una cosa che in qualche modo mi è sempre dispiaciuta. Ci sono chiaramente degli artisti più internazionali, penso ad esempio a Populous, Clap! Clap!. Qualcosa sicuramente si sta muovendo, però in generale penso che rispetto alle uscite di cose che escono nel nostro paese quelle che veramente sono interessanti anche fuori dai nostri confini siano troppo poche, e quindi sicuramente sì, questa cosa dell'arruffare e del minimalismo si avverte molto nelle uscite nel nostro paese. Però anche uscendo dai confini, se guardiamo alle cose da alta classifica, da una parte c'è una produzione tipo Bruno Mars che comunque va benissimo, però ci sono anche lì delle cose di qualità discutibile. Tutto il mondo è paese, in fondo, in questo momento storico.

Facciamo finta di essere al concorso per la migliore band dell'universo a cui vi siete autocandidati: convinci la giuria che i Fitness Forever dovrebbero vincere.
Ti rispondo alla domanda perché è stupenda questa cosa che mi hai chiesto e mi fa tantissimo ridere, però ovviamente quella di scrivere che siamo la miglior band dell'universo è una cosa per ridere, mi sembra evidente. Comunque se ci fosse questo concorso, e mia madre mi avesse candidato come fanno un po' con le figlie a miss qualcosa, io semplicemente direi che in un momento storico in cui davvero è difficile ascoltare un ritornello memorabile o un arrangiamento messo a punto per bene, o comunque poter ascoltare un disco dieci, venti volte e continuare a scoprire nuovi dettagli e nuove melodie che magari al primo ascolto non avevi notato, diciamo che per tutte queste ragioni probabilmente i Fitness fanno parte di un gruppo abbastanza ristretto di band. Se poi chiaramente ti interessa altro è giusto che non ci dedichi neanche un ascolto e che perdiamo questo concorso a cui mia madre mi ha candidato.

A proposito di gruppi ristretti, una cosa che mi sono sempre chiesta è come si fa quando si è in una band a mettere d'accordo anche solo tre menti creative, come fate voi che siete in sette?
In questo momento veramente siamo in otto.

Ecco. Come si fa a tenere insieme e mettere d'accordo otto musicisti che comunque avranno la loro personalità, la loro idea di musica...
Diciamo che io sono molto fortunato in questo senso, perché lavoro con musicisti che sono incredibili, che hanno una tecnica, una padronanza dello strumento pazzesca, e sono contemporaneamente tutti quanti anche autori, arrangiatori, tutti quanti hanno il loro progetto o vari progetti, e tutti quanti però sono molto fan di Fitness Forever. Molti non sono con me dall'inizio, si sono aggregati strada facendo e sono super fan di quello che facciamo. Chiaramente quando siamo in studio a registrare tutti quanti mettono a disposizione il loro talento per poter rendere i dischi più belli possibile, però diciamo che l'input di base parte sempre da me, che comunque scrivo tutti i pezzi da solo, faccio delle demo a casa prima di registrare che vengono studiate, e poi magari il musicista in studio di registrazione mette a disposizione anche qualche idea sua, oppure il suo estro per poter rendere le cose fantastiche. Però di base è tutto molto più semplice di quello che può sembrare, perché loro sono ben contenti di avere una guida, qualcuno che tenga il timone rispetto alle registrazioni.

In poche parole sei il capo.
Sono l'autore, quello che scrive tutto. Quando si tratta di mettere poi le note sul pentagramma ho bisogno io di loro, che ci sono sempre e sono preziosi per tutto.

Parlando di scrittura, magari mi sbaglio ma mi sembra che le canzoni in italiano siano, soprattutto per il testo ma anche musicalmente, quelle un po' più introspettive, più malinconiche rispetto a quelle in inglese e francese, che sono più ironiche, a volte sembrano addirittura delle parodie di un certo tipo di canzone, penso ad esempio a “Baby Love” con quel ripetuto “you make me feel good”. È così?
È vero. Le canzoni in italiano sono “Carlo”, “Cosa mi hai detto” e “Dance Boys”, e sono tre testi abbastanza introspettivi, oscuri, sono d'accordo. Il perché di questa cosa rispetto ai testi in inglese, è una cosa che non avevo notato, me la stai facendo notare tu per la prima volta che dal punto di vista letterario c'è un divario evidente tra le cose cantate in italiano e nelle altre lingue. Sostanzialmente credo che la cosa dipenda anche dalla padronanza della lingua. Poi sia il testo di “Baby Love” che di “Tonight” ad esempio sono stati scritti di getto, quindi non c'è stato un grosso lavoro ed è stato facile scriverle in entrambi i casi. “Canadian ranger” è stata un po' più elaborata, anche perché in quel caso immaginare e sviluppare una storia è un po' come scrivere un piccolo romanzo su questa vedova che si riscatta da anni infelici per trovare una nuova versione di se stessa. Però sì, per restare sui testi in italiano anche in questo caso questa vena introspettiva è stata influenzata dagli ascolti, da tutti gli italiani che ho ascoltato negli ultimi anni, da Carella a Tenco: tutte persone che vivevano il loro piccolo dramma personale.

Quindi viene fuori la vena cantautorale quando scrivi in italiano.
Sì, in qualche modo quando scrivo in italiano mi sembrerebbe noioso parlare di cose tipo va tutto bene, è tutto a posto, la vita è bella... Mi è venuto automatico pensare a cose un po' più scure, però effettivamente sì forse dovrei andare dallo psicologo per capire perché succede questa cosa.

Che si riflette anche nella musica, anche musicalmente quelle in italiano sono quelle con una melodia, un andamento, come dire, meno “disco”.
Non tanto nel caso di “Dance Boys”, che è in linea con “Tonight”, “Canadian Ranger”, mentre sì, nel caso di “Cosa mi hai detto” e “Carlo” siamo comunque in un territorio di rock italiano più classico, un po' malinconico, e probabilmente per quello è venuto naturale metterci dei testi in italiano. Davvero non è stata una cosa pensata: tutte le canzoni di questo disco sono uscite dal cilindro quasi improvvisamente, quasi in forma completa, non c'è stato grosso studio, non c'è stato grosso pensiero, ed è vero che queste canzoni che sono un po' più lente, che hanno un groove più riflessivo.

Chi è Andrè?
La storia di Andrè è molto particolare, perché è stata la prima canzone che ho scritto in vita mia e anche l'ultima. Ti spiego: quando avevo circa sette anni venivo portato da questo parrucchiere a Torre del Greco, stiamo parlando più o meno dell'86-87, di quel periodo storico, e quindi ho un ricordo molto vivido di quelle sessioni di messa in piega da questo parrucchiere, quest'odore di lacca penetrante che veniva usata in quantità veramente scandalosa. La musica di Duran Duran o Spandau Ballet veniva sparata a volume esagerato, e io mi ricordo che ogni volta che andavo da questo Andrè mi cantavo in mente una specie di sigletta, che faceva proprio come l'inizio della canzone. Quindi io a 6-7 anni avevo già scritto parte della canzone. Poi quando stavo sviluppando il disco, non so come non so perché, mi è venuto in mente quel motivetto che avevo scritto a sette anni, motivetto che consisteva nella parola Andrè e in una musichetta, e poi mi è venuta in mente una parte, poi un'altra poi un'altra poi tutto il resto della canzone. È una cosa a cui sono affezionato perché è come se fosse la prima e l'ultima canzone che io abbia scritto allo stesso tempo, sono andato a ripescare un'impressione di quando ero piccolissimo e non avevo neanche sentore di stare scrivendo una canzone. Quindi è una storia vera e abbastanza bizzarra, nel senso che veramente una sola volta nella vita può capitare una cosa del genere.

Nella prima intervista con Rockit dicevi che volevi essere l'Umberto Smaila del Vesuvio. Hai provato un po' di invidia per Tommaso Paradiso e il suo incontro con Jerry Calà?
Sicuramente un'invidia marcia nei confronti di Tommaso, che è riuscito a incontrare i mostri sacri, persone di cui io costruirei delle statue a grandezza naturale in casa! Massima invidia e massima stima, anche, per essere riuscito a coronare la sua carriera addirittura duettandoci sul palco. Per un musicista è il massimo, non riesco a immaginare un traguardo del genere, quindi mi devo accontentare ancora di essere questo Umberto Smaila del Vesuvio e poco altro.

Magari adesso vista questa moda degli anni 70 e dell'italo disco farete il botto e finalmente potrai coronare i tuoi sogni.
Ma sai, il nostro è ancora un prodotto un po' di nicchia rispetto alle serate in Versilia con Jerry Calà, però va bene non mettiamo limiti alla provvidenza, magari non so, la Lines ci prende per uno spot e ci avviciniamo a questo obiettivo fantastico, chi lo può sapere.

Ci sono molti featuring nel disco, ce ne parli un po'?
Sì, e fra l'altro è la prima volta che in un disco abbiamo affidato almeno metà delle canzoni a interpreti esterni: l'avevamo fatto in un'occasione nel disco vecchio e probabilmente questa cosa mi è rimasta dentro e l'ho voluta poi sviluppare in questo disco, perché in qualche modo scegliere l'interprete giusto per ogni canzone è una cosa che veniva fatta anche negli anni 60/70, Bacharach per esempio aveva a disposizione un cast di cantanti donne e uomini a cui affidava le canzoni a seconda di quello che sentiva in un'ugola diversa, e in questo caso penso che la libertà creativa, che è sempre una delle caratteristiche più belle che noi fitness abbiamo quando facciamo le cose, l'abbiamo espansa fino al punto di voler scegliere ogni volta il cantante dei sogni per poter interpretare una canzone. Tre volte in questo caso quindi c'è stato Vincent Mougel che è il cantante dei KIDSAREDEAD, che ha cantato “Tonight”, è stata una collaborazione fantastica e anche un po' casuale perché lui era venuto qui ospite nel mio studio qualche giorno. Un altro cantante più famoso avrebbe dovuto interpretare questa canzone, ma non aveva dato segnali di inviare delle tracce per un suo contributo e io mi ero impanicato, perché dovevo consegnare il disco, allora abbiamo detto proviamo, perché non sappiamo come va a finire, e Vinvent è stato fantastico, perfetto, ha regalato secondo me un'esibizione perfetta dal punto di vista vocale della canzone. Poi c'è un'altra cantante francese che si chiama Anna Jean, che è la cantante di questo gruppo che si chiama Juniore, che sono molto forti in questo momento in Francia, stanno raccogliendo un sacco di consensi: sono un trio femminile che fa una specie di surf rock misto a cose un po' più scure degli anni 60, un gruppo molto interessante. E lei si è prestata a cantare “Arbre magique” con grande classe. E poi il ritorno di Paulita Demaíz, l'ex cantante dei Papa Topo nel loro periodo aureo, quando erano una delle coppie pop più forti del mondo, che era in silenzio ormai da cinque anni, non faceva più niente con la musica e sono stato molto fortunato ad averla ospite nel disco in “Dance Boys”, perché è vero, il suo timbro è magico, non si può descrivere, registrarlo è stato un onore. Siamo veramente contenti di tutte e tre le collaborazioni che abbiamo fatto.

Che progetti ci sono per quanto riguarda i live?
Non è molto facile portare in giro i Fitness, perché soltanto sul palco siamo otto persone, nell'organizzazione delle date è una cosa abbastanza complessa. Però devo dire che grazie anche ai primi feedback che stiamo ricevendo, tipo la recensione su Rumore dove siamo disco del mese, e altre cose, le richieste ci sono, c'è già tanta gente che ci sta scrivendo per organizzare concerti: qualcosa l'abbiamo già chiusa, qualcosa la stiamo decidendo in questi giorni, però comunque vogliamo fare live con la band al completo, perché è un sound su cui stiamo lavorando da anni e adesso è perfetto, e abbiamo l'occasione di portarlo un po' in giro perché non si sente tutti i giorni una band con questi musicisti e con questo organico così ricco. A breve pubblicheremo la prima tranche di date, partiremo a ottobre e poi vediamo. Non è facile, ripeto, tanti locali si spaventano a sapere che ci sono otto posti letto da prenotare, tante persone da far mangiare però noi vogliamo offrire questo.

Visto che hai citato la recensione di Rumore, te ne leggo un pezzetto: “Il multicolore collettivo di Torre del Greco sembra investito da un dovere morale. Riscoprire il valore delle eccellenze della musica e della cultura italiana, quasi fosse una missione salvifica per chi li ascolta”. È così? Ti senti investito da questa missione?
Un po' mi viene da ridere perché ovviamente non è che siamo dei martiri, però in realtà un po' sì, perché è chiaro che ascoltando le cose che si sentono in giro io vedo che c'è tanta gente che certi percorsi che ho fatto io non li ha fatti, e questa cosa mi dispiace: mi dispiace che certi nomi non vengano tirati in ballo nelle recensioni più di tanto, che certi ascolti è rimasta la nicchia a farli, perché per me questo è il nostro patrimonio culturale, il nostro patrimonio storico. Noi ce lo dimentichiamo ma neanche tanti anni fa siamo stati l'eccellenza in certe cose, quindi che alcuni nomi - che non sono necessariamente simili alla musica che facciamo noi - vengano tirati in ballo nel momento in cui facciamo un disco è una cosa che mi fa piacere, perché magari un numero di persone che non sa chi siano Umiliani, Trovajoli, oppure alcuni gruppi anni 70 tipo Number One Ensemble, Kano, Eva Eva Eva, poi possa andare magari a recuperarli leggendo di noi, questa è una cosa importante perché comunque sì, Fitness Forever in qualche modo, nel nostro piccolissimo, è un'operazione anche culturale.

Hai una canzone preferita nel disco?
“Andrè” e “Port Ghali” dal punto di vista del musicista sono i momenti più esaltanti, e penso di condividere questa impressione anche con il resto della band: siamo tutti quanti convinti che quel momento, che proprio per questo sta al centro della tracklist, sia il più bello musicalmente e anche in qualche modo il più autentico. Penso che rispecchii al meglio l'idea di suono che abbiamo in mente e dove vogliamo andare anche per il futuro. Personalmente, ma questo è un parere mio che magari tanti non condividono, penso che dalla numero 4 in poi il disco sia, non voglio dire perfetto, però lo sento e penso che non potevo fare molto meglio di così. Mentre sulle prime due o tre canzoni ho dei piccoli dubbi, delle cose che magari avrei fatto diversamente, dalla 4 in poi mi ritengo molto soddisfatto di come è stato fatto.

È una bella cosa.
Molto. Penso che in generale sia molto bello quando pensi “io più di questo non potevo fare”. Magari fa schifo, però veramente puoi dire “c'ho messo tutto, questo è il massimo che riuscivo a fare”: in generale nella vita è bello quando hai questa sensazione, puoi stare tranquillo a prescindere dall'esito, che invece non dipende mai totalmente da te ma da tutta una serie di combinazioni e fattori. Però come musicista devo dire che forse è la prima volta che ho il 60% di un disco che mi rende veramente soddisfatto.

Tag: intervista

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