Flavio Giurato continua ad arrivare dall'altrove

Si chiama "Il console generale" (un omaggio al padre?) l'ottavo disco di questo straordinario – e sottovalutato – artista. Sperimantale come e anzi più di sempre, eretico, "ruspante". La nostra intervista quantistica

Flavio Giurato
Flavio Giurato

Mettiamoci comodi, facciamo un respiro profondo, stacchiamo lo smartphone e chiudiamo la porta di casa a doppia mandata. Perché è arrivato il momento di raccontare il nuovo disco di Flavio Giurato. Cosa che non accade spesso, pertanto meglio farsi trovare pronti e al massimo della forma. Eccolo Il console generale, registrato allo Studio Verde di Roma, disponibile in streaming e in vinile, stampato in 500 copie dalla Panico Dischi. Già, ma da dove cominciare? Che ne direste di partire da un dato di fatto e di provare a riassumere, per sommi capi, le puntate precedenti? Bene, si parte. 

Togliamo di mezzo sin da subito il dato di fatto: Il console generale  è un album di una bellezza straniante, costruito con mezzi essenziali al grido di "Less is More". Scordatevi certe melodie catchy (che so, Marco e Monica…), rimuovete i fasti de Il tuffatore e dintorni: le lussuose produzioni del passato hanno lasciato il passo, mai come in questa occasione, a una dimensione da piccolo artigiano. E a un’opera per certi versi estrema, che necessita di un minimo di tempo per entrare in circolo, anche se alla fine arriva. La fedeltà allo status di cantautore diverso da tutti gli altri passanti è evidente: Giurato continua a fregarsene di voler piacere a tutti e a tutti i costi: segue la propria strada, permettendosi persino il lusso di cazzeggiare. Chi c’è c’è, chi non c’è non c’è, prendere o lasciare, insomma. Il consiglio è quello di prendere e di farsi trasportare da questo pugno di canzoni e da una voce che sembra arrivare da un altrove.  

E le puntate precedenti? Eccole. Giurato e il vinile avevano perso i contatti dai tempi di Marco Polo, anno domini 1984. Quando la discografia di casa nostra godeva di una discreta salute, tanto da permettersi di pubblicare persino dischi per nulla accomodanti, eretici, lontani dai gusti del pubblico di massa. Non so se avete presente l’album di cui sopra, ma al di là del fattore estetico, il suo autore, in quell’occasione, mise in chiaro una cosa: i dischi li faccio come voglio io. E basta. Non per niente, Marco Polo fu il suo ultimo appuntamento con la discografia ufficiale. Saluti e baci, a mai più rivederci. 

A questo punto evitiamo di ricordare come e quando il musicista romano tornò a galla, fatevi un giro in rete (o leggete qualche libro, tanto meglio) e troverete notizie in abbondanza. Solo un piccolo ma importante particolare: quando arrivò il momento di riemergere come un tuffatore che rinasce dall’acqua all’aria (ehm…), il 33 giri era considerato un reperto archeologico: il mercato discografico aveva trovato l’uovo di Colombo tirando fuori dal cilindro il cd, un dischetto agile, comodo, dal minutaggio meno striminzito rispetto al papà. Il ritorno si concretizzò proprio grazie al già menzionato agile dischetto (Il manuale del cantautore, 2007), via via, anche gli album successivi conobbero la stessa sorte. Tutto molto bello, per carità, ma volete mettere il fascino del vinile?

Un paio di anni fa sembrava essere arrivato il momento buono: stava per uscire Back to Vinyl ed era previsto fosse rotondo, di color nero e composto da cloruro di polivinile. Appunto. Non se ne fece nulla, vai a sapere perché. Il progetto abortito è riuscito poi a trovare fisionomia prendendo il titolo di Il console generale. Giurato è ripartito da dove si era fermato aggiungendo un altro paio di pezzi e operando qualche modifica sul materiale già esistente. Il vinile, quarantadue anni dopo. Era ora.

A questo punto, dovremmo parlare di canzoni. Invece no, partiamo dall’artwork della copertina.L’idea e la realizzazione sono del poeta Guido Celli (già produttore artistico di Le promesse del mondo), il risultato è una mappa emotiva di orientamento al disco. Una copertina quantistica. Il senso muta in base al momento di ascolto, il significato varia a seconda dal punto di osservazione. Mappa celeste, carta nautica, tecnica di trasmissione pittorica, quei punti fissati su di uno sfondo nero non sono altro che i buchi fossili nella roccia lasciati dai pali d’abete lungo il Vallo di Adriano. Tanta roba, che sarebbe stata pochina (e con un fascino prossimo allo zero) se quella mappa celeste avesse trovato spazio tra i miseri spazi di un compact disc. È il caso di ripeterlo: ma volete mettere il fascino del vinile? 

Eccoci, siamo pronti. Nove le canzoni diIl console generale, ottavo album firmato Flavio Giurato. Che in questa occasione è uno e trino, o quasi: “Quella di aver registrato l’album tutto da solo in studio – spiega ai microfoni di Rockit – è stata una scelta artistica dovuta alla necessità di lavorare sul momento senza niente di preordinato, senza roba scritta né leggii. Ho risposto solo a me stesso, sono andato avanti sperimentando, cazzeggiando, evitando qualsiasi tipo di costrizione, comprese quelle imposte dal metronomo o dal sequencer. Sì, lo so, il mio è un metodo di lavoro molto ruspante!”.

È la chitarra acustica a dominare la quasi totalità della scena. Gli arpeggi nervosi, quei blocchi di accordi apparentemente monolitici rappresentano le fondamenta di Il console generale. Lo si intuisce sin da subito, con le prime note di Intrepid Cosmonaut, che fanno un tutt’uno con il pezzo successivo,Tahiti Tamurè, quest’ultimo forte di un coro che ti si appiccica subito in testa. “Suono la chitarra arpeggiando o percuotendola con le nocche – aggiunge il cantautore –, solo io suono così, per quello che posso vedere. Ho sviluppato una tecnica percussiva, sono molto contento di essere arrivato a potermi esprimere in questo modo. Da ragazzino, usavo la chitarra per trascrivere Mozart: roba da suicidio! Adesso sono contento del rapporto che ho con lo strumento, di come cerco di non far suonare solo la tastiera ma di far suonare tutto”. La prossima liberazione (già apparsa un paio di anni or sono in Parole liberate vol. 2, compilation curata dalla Baracca e Burattini) sembra una conferma di quanto detto poco sopra, al netto di una importante variante elettrica (la sei corde di Nicola Di Staso). Ma, forse, l’esempio più lampante della “tecnica percussiva” è tutto nella breve e inquietaLaura e il cubano, poco più di due minuti per capire esattamente cosa significa “far suonare tutto lo strumento”.Segue Atene 4, una storia in vecchio stile giuratiano (stiamo parlando dei differenti piani narrativi che spesso caratterizzano i testi del nostro, sui quali torneremo a breve), che si arricchisce del coinvolgimento, su suggerimento del vecchio sodaleFulvio Abbate, di Carlo Delle Piane e (forse) di Vittorio Gasmann, sullo sfondo di una Roma funestata da vecchi taxi e tragici incidenti automobilistici 

Attenzione a come si apre il lato B: la title track si è sviluppata con gli anni, in rete se ne trova una versione dal retrogusto sinfonico con il titolo diVinci Roma. Non è rimasto che riprendere quelle vecchie armonie tra le mani spogliandole del tutto, riducendole all’essenziale, sia pur lasciando spazio alle scariche elettriche di Mattia Candeloro. Ma la vera novità è nell’intro, affidata a una vecchia registrazione che cattura in tutto il suo splendore il suono del pianoforte di Toto Torquati, una vera chicca per chi ha amato e continua ad amare il suo strabordante talento. E ora, attenzione aRicarica e alla suafollia. “Non sopporto quelli che dicono ‘vi voglio tutti con le mani alzate’, mi fanno venire un male al petto, mi fa molto cagare”. C’è poco da aggiungere alle parole del buon Flavio, se non il fatto che il brano parte sventrando una batteria elettronica e con un testo che recita: “Dj, hai scazzato ’o cazzo!”. L’atmosfera è quasi techno, anche se poi sopraggiunge una certa calma e la narrazione si confonde con la storia di una mancata ricarica telefonica. Il gran finale è tutto per un episodio già noto, ovvero Caravan, cavalcata di dodici minuti scarsi già inserita in Nuovo Marco Polo, suonata in full band – quindi parecchio distante da tutto il resto dell’album – e rimasterizzata per l’occasione da Fabrizio De Carolis. 

Si accennava aitesti ed eccoci qui a fare il punto della situazione. Giurato pesca un po’ ovunque, dai vecchi ricordi di liceo (laLaura di Laura e il cubano è una sua vecchia compagna di classe) alle discussioni con il figlio Thomas (Intrepid Cosmonaut), fino alle disavventure telefoniche di una giornalista di Panorama (Ricarica), mentre Tahiti Tamurè va a parare dalle parti della Shoa (“Abbiamo tutti il cuore trafitto per la sorte degli amici palestinesi, ma in nessun caso questo gran casino ci può far dimenticare quel che è successo e che può sempre ripetersi”. Nulla da aggiungere al commento di Flavio, non fa una grinza) e, con ogni probabilità, il brano che dà il titolo all’album vuole omaggiare il papà ambasciatore. Un discorso a parte merita La prossima liberazione, le cui parole sono state rielaborate partendo da un testo di un giovane detenuto dietro le sbarre del carcere minorile di Bari. 

Il console generale verrà presentato in una tournée che vedrà Flavio Giurato accompagnato da una band, partenza il 31 gennaio al Folk Club di Torino. “Sono un po’ spaventato per la vicinanza delle date, saranno cazzi, mi devo preservare!”. Tranquillo, ce la farai, anche se dalla tua fronte dovessero sgorgare le gocce di sudore più duro. Il che non è da escludere…

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L'articolo Flavio Giurato continua ad arrivare dall'altrove di Giuseppe Catani è apparso su Rockit.it il 2026-01-19 11:43:00

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