L'imperfezione è punk: Paolo 'Chinaski' dei Linea 77 intervista i Fluxus Intervista

11/07/2017 di Paolo 'Chinaski' Pavanello

I Fluxus sono "un gruppo collettivo verticistico autodisorganizzato nato nel 1991 a Torino", oppure, più semplicemente, una delle band hardcore più importanti che l'Italia abbia mai avuto. Negli anni hanno pubblicato 4 dischi, a cui hanno collaborato membri dei Negazione, Roy Paci, Teho Teardo. Dopo 15 anni di silenzio, hanno registrato un nuovo disco, tutto in presa diretta: si chiama "Non si sa dove mettersi" (un omaggio agli Stormy Six) ed è attualmente a tanto così dal completare la campagna Musicraiser che permetterà alla band di stamparlo (per contribuire, cliccate qui). Per intervistare una delle band più autentiche, impegnate, fondamentali per la storia del punk italiano, abbiamo chiesto a Paolo 'Chinaski' Pavanello dei Linea 77 di incontrarli. Ecco che cosa si sono detti.

Sono passati più di 15 anni dal vostro ultimo disco, perché avete deciso di farne un altro adesso?
Perché probabilmente siamo nella posizione privilegiata di non aver mai vissuto di musica, per cui fare musica ci diverte un casino. Paradossalmente dalla musica abbiamo sempre preso le cose belle, non i soldi. C'è la musica, c'è il vinile, è quello che conta. Ed è una grande fortuna.

Quindi siete tornati per il gusto di suonare insieme?
Esattamente. In questi anni in realtà non ci siamo mai sciolti. Ci siamo presi una sorta di lunga pausa, per vari motivi personali. Sappiamo fare bene quello che facciamo, ci piace farlo, quindi è stata una cosa abbastanza naturale. Una buona spinta è arrivata dal tributo di qualche anno fa: ci ha fatto tornare un po’ la voglia di suonare, che comunque non avevamo mai perso. Ci siamo anche ritrovati a suonare insieme e fare naturalmente le cose che ci piacevano, è stata una cosa abbastanza spontanea. Sicuramente questo è un periodo in cui c’è uno spazio per ascoltare musica diversa, e in cui forse c’è un po’ carenza di questo tipo di musica. In ogni caso questo è un ritorno sincero.

Pensate di tornare anche dal vivo?
Si spera! Se ci saranno le condizioni certamente. Vediamo se la cosa funziona, se il disco interessa, se riusciamo a uscire da questo crowdfunding in modo positivo. Ci dovrebbero essere delle condizioni minime. Bisogna capire se questo modo di vivere la musica e se questa attenzione diversa ai gruppi, anche con il ritorno del vinile, porti anche a delle condizioni nuove in cui vivere i concerti e consenta di fare la fatica immane di suonare in un posto in modo compatibile con la vita, i costi, i casini che abbiamo.
Il disco suona come un live, quindi la dimensione live per noi non è assolutamente secondaria. Non possiamo ignorare che siamo stati in silenzio per molti anni, adesso siamo partiti con questa cosa ma non vogliamo mettere il carro davanti ai buoi. Dobbiamo vedere se alla gente interessa quello che facciamo o meno e il primo banco di prova è proprio il disco. In più non abbiamo obblighi né contratti, siamo liberi. Se la situazione ci ispira, siamo assolutamente contenti di farlo. Se invece non ci saranno le condizioni, per vari motivi, pazienza. Siamo molto sinceri su questa cosa.



Qual è la pulsione che anima questo nuovo disco?
Intanto oggi è difficile trovare dei temi. Quando suonavamo con continuità era più semplice trovare degli argomenti, era tutto abbastanza chiaro e noi parlavamo sempre delle cose che succedevano, con con i nostri sguardi, autonomi, su dei soggetti precisi, con un focus. Negli anni si sono sfumati i profili. Oggi è difficile dire a cosa appartieni, sia come scena musicale che nei rapporti con gli altri. A livello politico, ma anche sociale e antropologico, sono cambiate le cose. È più difficile trovare la strada giusta per dire quello che senti. Quando non hai niente da dire, o non sei sicuro di quello che vuoi dire, è inutile produrre qualcosa, perché diventa solo un esercizio sterile. In questo momento forse la situazione stessa è diventata un soggetto, nel senso che alla fine vale la pena parlare del caos che ti circonda, delle contraddizioni. Anche la mancanza di chiarezza diventa un soggetto che abbiamo scoperto può essere interessante da affrontare, può essere un argomento di cui parlare in modo convincente.

A questo proposito, ho letto che il titolo “Non si sa dove mettersi” è una citazione degli Stormy Six. È un tributo o ne avete approfittato per divulgare un messaggio preciso?
È una frase che riassume bene la situazione. Non si sa dove mettersi, c’è una mancanza di posto. È una descrizione della dimensione in cui ci troviamo tutti. È come se ti fossi alzato un attimo e ti avessero preso il posto in cui stavi prima, un po’ come il gioco delle sedie. Poi gli Stormy Six sono un gruppo che abbiamo sempre stimato tanto, al di là della musica sono stati uno dei pochissimi gruppi italiani che hanno lavorato sul testo in modo nuovo, con coraggio. Sono una band che risponde davvero alla definizione di “sperimentale”.

Mi ricordo bene il loro brano “Dante di Nanni”.
Quella è un po’ la loro prima vita, già “Non si sa dove mettersi” appartiene a quel loro lato più sperimentale, più coraggioso. Praticamente il primo disco era un disco di beat italiano, abbastanza tradizionale, poi hanno fatto “Un biglietto del tram” dove c’era appunto “Dante di Nanni”, che è stato un inno della canzone di protesta italiana. Erano ancora abbastanza razionali, raccontavano degli episodi, con degli accenni a quello che avrebbero fatto dopo. Dopo sarebbe arrivato “L’apprendista”, che è un capolavoro non tanto musicalmente, ma dal punto di vista dei testi. Negli anni ’80 suonarono in piazza Castello, che è una piazza di parcheggio, e loro erano lì per terra, con giusto un paio di cose e basta. Avevano la batteria sull’asfalto ed erano loro, non serviva nient’altro. Quel periodo storico fa parte del nostro DNA: era fondamentale sapere dove mettersi. Sono stati un’esperienza importante per la musica italiana, e quindi una frase del loro testo ha il senso non proprio del tributo, ma di prendere dal passato quello che ci portiamo dietro.



Torniamo al vostro album. So che avete sempre cominciato con delle jam lunghissime. È stato così anche per questo album?
Sì, sì sicuramente. Abbiamo registrato 6 o 7 ore di musica, forse 8. Uno butta giù un riff e continuiamo a jammare finché non ne viene fuori qualcosa. Alla fine nel disco ci sono 12 brani ma ne avevamo registrati circa una ventina, tutti in presa diretta.

Mi ricordo che i vostri primi album erano ricchi di strati di suoni, soprattutto in “Vita in un pacifico nuovo mondo” si sentiva un sacco di roba. Poi ho notato che nel tempo avete fatto un altro tipo di lavoro, cercando di sottrarre, di asciugare, che è una cosa a volte anche più difficile.
Forse solo sul disco del maiale (il s/t del 2002, ndr) abbiamo fatto un lavoro di sottrazione e ci siamo concentrati su quell’aspetto. Sugli altri tutto sommato non abbiamo tagliato tanto. Oltre al fatto che non abbiamo mai deciso a tavolino come produrli, abbiamo deciso attraverso la sensibilità, la sensazione, il tema generale. Di certo il trascorrere degli anni influisce. Dopo tutto questo tempo interpreti la musica in un altro modo. Può succedere che per ottenere lo stesso effetto, ad esempio, trovi un modo più semplice. Forse senti qualche pezzo adesso e magari sembra un po’ più sciolto, ma solo perché a forza di picchiare il naso impari come muoverti.

Quindi ogni disco ha avuto una sua direzione artistica?
Per esempio il primo disco aveva delle chitarre spaziali, effettate, che sono state messe dopo, c'è stato un lavoro di arrangiamento. Il secondo invece era un lavoro molto più dritto, sono state aggiunte solo poche parti di chitarra successivamente. Già il terzo era in presa diretta, tutti insieme. Per il maiale invece abbiamo lavorato in maniera diversa, il disco è nato in studio, ma sempre suonando in presa diretta. Anche nel caso di “Attraverso Managua”, dove poi Roy Paci mise le trombe, abbiamo lavorato sulla prima registrazione. In realtà non abbiamo mai fatto una sessione multitraccia classica.



E per “Non si sa dove mettersi” come avete lavorato sotto questo punto di vista?
Per questo disco abbiamo lavorato tutti insieme in sala prove. Poi magari la sala prove che usiamo non è il massimo, ma abbiamo fatto un casino con pareti, paretine, divisori e abbiamo registrato tutto lì. Abbiamo rifatto delle batterie, ma per una questione puramente tecnica, cioè per evitare troppi rientri. Questa scelta è legata al fatto di voler riportare su disco l’effetto sonoro che si crea grazie alle risonanze, a un certo volume. Insomma un po’ quello che si crea dal vivo, con tutti gli errori del caso, a cui noi comunque siamo molto affezionati. Noi per primi, in molta musica di quella che ascoltiamo, sentiamo tante cose che sono caratterizzate da quell’errore tipico del live e diventano più affascinanti, ti danno quel senso di autenticità. Il nostro disco ha un suono curato, lo abbiamo scelto, ci abbiamo pensato, ed è il primo che facciamo senza basso.
Ecco, parlando di sottrazione, noi avevamo una formazione con tre chitarre, anche se poi gli strumenti non erano utilizzati con del virtuosismo, ma più per avere un suono molto profondo, con molte sfumature. La cosa che ci piace di alcuni nostri vecchi dischi è che in alcuni casi non si capisce niente di quello che fanno i singoli, ma poi nell’insieme... Oggi è molto più facile confezionare un prodotto preciso, pulito. Contemporaneamente c’è una perdita di autenticità, di tutta una serie di cose per cui, se da una parte è diventato più facile fare qualcosa con un livello qualitativo più alto, dall’altra è diventato difficilissimo fare un prodotto che abbia un suo suono particolare, che sia riconoscibile. Già dai tempi del maiale Luca per esempio suona quella che chiamiamo una chitarra-basso.

Quella con quattro corde?
Esatto, ma più spesse. Ed esce su due ampli. È bello poi sperimentare con il suono, no? All’ascolto di questo disco non si sente minimamente la mancanza di note basse, ce ne sono in quantità. Nello stesso tempo però, non avendo il basso come strumento, con le sue cordone, la cassa ad esempio ha una vita diversa. La batteria ne giova in modo bestiale. Banalmente intanto eviti sovrapposizioni di frequenze, come succede quando accumuli le note basse di un basso elettrico con la cassa, che dinamicamente tende a sparire.

Il risultato finale qual è?
Da una chitarra con delle corde così spesse le note basse vengono fuori, volevamo tornare a un suono abbastanza aggressivo. È un disco più semplice di altri musicalmente, e per questo è più semplice caricare le cose. Poi ci piaceva, per ritornare al discorso di prima, parlare di confusione, facendolo però con una nitidezza nei pezzi abbastanza chiara e precisa. Sentiamo il bisogno di musica aggressiva in questo momento. È giusto che la musica sia aggressiva, è un momento in cui c’è bisogno di aggressività secondo noi, mentre di solito, almeno in Italia, l’aggressività è sempre stata un pochino smorzata, stemperata. Le cose nuove puntano di più all’atmosfera, a una dimensione più mentale e meno fisica. Noi volevamo tornare al punk, proprio ad una fisicità della musica.



Avete appena anticipato due domande che vi avrei fatto. La prima è: ho letto spesso nelle interviste che avete fatto dei riferimenti al punk, non tanto come stile quanto come attitudine, e allora la mia curiosità è: si può ancora nel 2017 essere punk?
Ovvio, il punk si porta dietro tante cose, dalla grande libertà all’iconoclastia, fino ad una libertà sostanzialmente espressiva, che però non insegue per forza la non-omologazione. È l’esercizio del più assoluto libero arbitrio, anche se questo è un concetto molto relativo. È un esercizio di libertà mentale, attitudinale. È lo stesso esercizio con cui noi ci approcciamo alla scrittura dei brani, per cui non ci mettiamo a tavolino a decidere prima le cose.
Normalmente il punk è identificato nell’immaginario collettivo come un genere musicale, magari con tanti fattori estetici. Nel punk la musica è una cosa relativa, quasi marginale. Il punk in sé, secondo noi, è forse il più grande movimento artistico del secolo scorso. Sarebbe anche ora che se ne accorgesse qualche critico d’arte, perché ha veramente permeato tutto. L’introduzione dell’imperfezione si deve al punk. Oggi non esiste nulla che non abbia un’imperfezione, dall’alta moda a qualsiasi altra cosa, la cifra dell’imperfezione è diventata quasi mainstream. Oggi addirittura i software, sia video che audio, tentano di introdurre l’imperfezione nella perfezione. Il senso è stato identificare l’imperfezione come il limite umano. Questa roba qui ha cambiato il costume, la politica. Il punk è stato centri sociali, comunità, editoria, arte a tutti i livelli e anche musica. È una roba di cui forse non ci si rende nemmeno conto, nessuno è fuori da questo discorso, ora è nell’immaginario collettivo. È chiaro che noi, avendolo vissuto in pieno già da ragazzini, lo vediamo come il mettere in discussione tutto. Per tutti il punk è qualche cosa che ha cambiato il modo di vedere le cose.

La musica digitale ha migliorato o peggiorato la situazione della musica in generale? Sia in termini di produzione che di divulgazione.
Secondo me bisognerebbe distinguere tra la fruizione, che ha dei vantaggi e degli svantaggi, e la produzione, perché comunque per molte persone oggi è diventato molto più facile raggiungere certe cose. Se ti interessa la musica tibetana elettronica suonata da un gruppo tedesco da qualche parte la trovi. C’è una grande offerta e questo può essere anche positivo. Non parlo di qualità di suono, ma della proposta. Il fatto che mi registro il disco a casa non influisce troppo, se non sono capace il disco posso farlo a casa, in studio o dove mi pare, non cambia nulla.
Per dirla in modo enfatico, la musica oggi è un suicidio capitalistico. Nell’ottusità del prendere etichette in cui lavoravano persone appassionate, con gusto e orecchio, e sostituirle con dei manager, che magari vendevano lavatrici e volevano solo velocizzare il processo, hanno ucciso la gallina dalle uova d’oro. Solo vent’anni fa c’era un esercito di inscimmiati come noi che aspettava che aprissero i negozi per spendere quei quattro soldi che si guadagnavano in quella magia. Questa roba è stata uccisa da una forma di distribuzione che teoricamente assicurava profitti più alti. Già solo il fatto che il cd costava meno rispetto al vinile in termini di produzione, in quel momento ci hanno convinti a fare il passaggio, e le persone poi si sono ritrovate non con un supporto di serie A, ma con qualcosa che potevano clonare. Secondo me è stato un errore. Dall’altro punto di vista c’è il discorso del consumo: c’è talmente tanta roba che se anche nella mia vita compro un disco ogni tanto ho tutta la possibilità di godermi la musica che voglio comunque. Non è necessario che io mi compri tutta la musica che esce per starci dentro, per avere qualcosa di cui parlare. D’altro canto questo è un discorso di puro consumo di beni. L’importante è recuperare un rapporto con la musica. Creare uno spazio nella tua vita, anche economico, per la musica. Questo consente la sopravvivenza di etichette, delle band e di tutti gli altri, e consente anche di avere anche un'idea.



Voi usate i social network?
Adesso sì, (ridono) per necessità!

Qual è il vostro punto di vista sulla cosa, al di là della promozione del disco?
Alla fine viviamo in questo tempo. I social hanno sostituito la comunicazione, se non ci stai ti ritrovi a fare un po’ il Nanni Moretti del “mi si nota di più se non vado o se vado e sto in disparte”. Visto che non vogliamo fare gli Ecce Bombo non avrebbe alcun senso tirarsene fuori. Come per tutte le cose questo ha degli aspetti estremamente positivi e negativi, bisogna semplicemente essere consapevoli, e quindi avere un atteggiamento critico per il quale sai che certe cose funzionano in incerto modo e non ti fai poi coinvolgere. In termini di comunicazione e promozione di questa campagna di crowdfunding non nego che sia utilissimo e che ci aiuti a raggiungere persone che non potremmo raggiungere. Torniamo in un tempo nel quale, soprattutto per noi che siamo stati silenti per tanti anni, non ci sono più i negozi specializzati. Tutta una serie di luoghi di raccordo in cui ritrovarsi sono stati sostituiti da gruppi virtuali, che in qualche modo ci riavvicinano tanto a persone che sono autenticamente interessate a quello che facciamo. È un bello strumento, ti permette di comunicare qualcosa. Poi ci fanno ridere quelli che criticano Facebook: il 50% dei messaggi su Facebook sono di critica a Facebook stesso o alla gente che lo frequenta. Sembrano gli indiani che guardavano i primi treni a vapore e credevano fosse il demonio. Poi è andata così, gli indiani sono stati decimati, ma la colpa non è del treno a vapore in sé, è dell’uso che se ne è fatto. Il treno alla fine ha portato tanti benefici. I social network sono la stessa cosa.

Secondo voi siamo preparati come genere umano alla potenza che questo strumento ha?
Il nuovo genere umano sicuramente, per forza. I bambini di oggi lo danno per scontato come io da piccolo con il telefono. Noi non siamo della generazione dei nativi digitali. C’è un bellissimo documentario di Herzog, l’ultimo, che se lo guardi adesso ti da uno specchio di un mondo per cui sembra preistoria quello che è nato pochi anni fa. Questa in fondo è la storia, la dinamicità della tecnologia. 5 o 6 anni fa si pensava che la realtà virtuale sarebbe stata il futuro, invece non ha funzionato. Basti pensare all’esperienza di Second Life e tutte le parole spese a proposito. Nonostante si abbia più consapevolezza rimane comunque un qualcosa che poi si costruisce tutti insieme, con il tempo.
Può essere anche uno strumento pericolosissimo, il classico coltello che puoi usare per tagliare il pane o per uccidere qualcuno. La selettività dei social network, che è finalizzata alla creazione di spazi commerciali, in cui tutta l’analisi della tua vita viene utilizzata per fini commerciali, nello stesso tempo ti mette in contatto con persone e contenuti affini. Quindi si creano delle comunità che sarebbero impensabili, o ci vorrebbero decenni per creare fisicamente, e queste hanno delle responsabilità. Anche questo poi, come nella vita reale, attiene alle responsabilità individuali. Il discorso è assumersi delle responsabilità, e da sempre è così, se no le cose non vanno.

Tag: intervista

Pagine: Fluxus Linea 77

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