Daniele Sepe - Folk Club, Torino, 16-10-1999 Intervista

30/11/1999 di Alessandro Besselva

Abbiamo intervistato Daniele Sepe nei camerini del Folk Club, poco prima di unconcerto intenso e memorabile, in cui il nostro ha dialogato a lungo col pubblico.In attesa di ascoltare i suoi prossimi lavori, tra cui un album, interamentededicato al cantautore cileno Victor Jara, in cerca di produzione e distribuzione,gli abbiamo "estorto" alcune considerazioni a 360°. Lo abbiamo lasciato con lasperanza che la sua musica venga frequentata maggiormente al di fuori degliappassionati di world music e musica etnica. Mai fidarsi delle etichette:rischiate di perdervi uno dei suoi concerti....tenete d'occhio i locali dellavostra zona.



Rockit: Lavorare Stanca, il tuo ultimo lavoro, è un cd, ma è contemporaneamente un libro-inchiesta: com'è nata l'idea di coniugare le due cose?

Daniele Sepe: E' nata dal fatto che spesso, nel testo e nella musica, non riesci a raccontare la realtà, molte volte è più facile da capire che da raccontare. Per cui, nel momento stesso in cui tu canti, rappi o metti in versi qualcosa, sembra sempre una tua lettura, e in effetti lo è, è una tua registrazione dei fatti, una tua maniera di vedere il mondo. Volevo che un disco sul lavoro fosse supportato da una serie di dati inoppugnabili, perchè se il CNL o l'Istat dicono che il divario fra ricchezza e povertà, nel pianeta e anche in Italia, si allarga, non è una mia opinione. Volevo che oltre alle mie canzoni ci fossero dei dati, in modo che chi comprava il disco capisse che le cose stavano così. Non è soltanto la mia immaginazione o quella di tanti altri. Questo fine secolo non è dominato dall'allegria e dalla ricchezza, ma dal fatto che dopo trent'anni il divario fra chi ha tanto e chi ha poco è ancor più largo di prima.

Rockit: Molti ti classificano come musicista "world music". Secondo me è un'etichetta un po' comoda e limitante, in realtà la tua musica è decisamente onnivora...

Daniele Sepe:E' proprio il concetto di world music ad essere un contenitore adatto a tutto, perchè va da Goran Bregovic, a Joe Zawinul, a Nusrat Fateh Ali Khan. Anche i Massive Attack, alla fine, possono essere considerati world music. E' una parola che serve a classificare un certo tipo di musica che può essere fatto usando diversissimi linguaggi, dove il riferimento alla tradizione è l'elemento più qualificante. In realtà poi, come tutte le etichette, serve solo a vendere un prodotto, non serve a un cazzo per far capire cosa c'è dietro. Non penso che chi compra Nusrat Fateh Ali Khan conosca tutti i dischi dei Weather Report. Alla fine penso che Zawinul sia molto più world music di tante menate pseudopopolari che sentiamo. Sì, è un'etichetta, mi hanno sempre fatto un po' schifo le etichette: secondo me esistono, anche se è una banalità, la musica buona e la musica cattiva. Solo che c'è l'esigenza, da parte di chi vende, di classificare in qualche maniera. Come il jazz oggi: sono quarant'anni che si accapigliano sul decidere se è più jazz Braxton o Charlie Parker. A noi, alla fine, non ce ne frega nulla, la musica è solo un modo di dire delle cose, come la letteratura.

Rockit: Credo che l'etichetta World Music sia anche un modo per considerare questa musica come un sottofondo, qualcosa di abbastanza folcloristico e innocuo...

Daniele Sepe...fra la new age e la musica da tappezzeria, si, serve a svilire il fatto che la musica popolare ha dei contenuti intrinsechi, di rivalsa sociale, che spesso e volentieri vengono eliminati per dar posto invece alla nostalgia bucolica di quello che cantava il buon selvaggio, che poi può essere o salentino o pakistano, l'importante è che rimanga selvaggio e che i conti in banca li tengano altri, che sono molto più tecnologici.

Rockit: Tu hai collaborato in questi anni con la scena napoletana di Almamegretta e 99 Posse. Ora che questi gruppi hanno raggiunto un certo successo, è possibile che si siano aperte nuove strade, magari nella mentalità del pubblico che solitamente acquista solo musica che finisce in classifica?

Daniele Sepe: Non lo so, io ho la sensazione che siano cambiati più i gruppi che la mentalità della gente. Se si ascoltano i dischi di 99 Posse o Almamegretta, quando non erano così commerciali, in quello che dicevano erano abbastanza radicali. Visto che mi sembra che il mondo e la società italiana non siano cambiati radicalmente, anzi, la situazione è pure peggiorata, penso che siano cambiati loro. Se fosse cambiato il pubblico avremmo fatto la rivoluzione. E' passata una fase, io continuo a fare più o meno quello pensavo fosse giusto fare allora, molti hanno invece preferito parlare più del privato che del politico.Questo un po' mi rattrista, un po' me l'aspettavo.

Rockit: I tuoi concerti sono piuttosto imprevedibili, questa sera cosa suonerai?

Daniele Sepe: Non lo so, dobbiamo ancora fare la scaletta. Ovviamente il club è una situazione diversa, ci possiamo permettere di non fare quello che facciamo sul palco. Ti posso dire che quest'anno, in questa formazione (Daniele al sax, Auli Kokko alla voce, Massimo Ferrante alla chitarra, Piero De Asmundis alle tastiere, Enrico Del Gaudio alla batteria e Aldo Vigorito al basso, n.d.i.), abbiamo fatto sentire una parte dei pezzi di "Lavorare stanca", una parte di pezzi che probabilmente saranno contenuti in un prossimo disco e, soprattutto, una parte di pezzi del disco che abbiamo appena registrato, che non so quando uscirà e se uscirà mai: abbiamo sempre il problema di trovare una produzione decente. E' un disco completamente dedicato a Victor Jara, cantautore cileno, comunista, trucidato da Pinochet, un progetto abbastanza suicida se vogliamo.

Rockit:Altri progetti in cantiere?

Daniele Sepe: Quello su Jara è uno, poi c'è un lavoro bello ed impegnativo, la colonna sonora del prossimo film di Enzo D'Alò, il disegnatore de "La Gabbianella". A giorni uscirà "Totò Sketches" (colonna sonora dell'omonimo spettacolo teatrale dedicato all'attore, n.d.i.), nel frattempo si combatte contro la realtà della discografia italiana, che, dopotutto, è una merda, nè più nè meno di quanto lo fosse 10 anni fa. C'è stato un momento d'illusione, in cui le etichette indipendenti avevano il loro peso, ma mi sembra che ormai la situazione sia rientrata nell'ordine, perchè, nella realtà dei fatti, continuano a spendere milioni per dischi che incassano un cazzo e continuano a non voler dare una lira a dischi che nella loro onestà guadagnano molto di più di quello che costano. Questa non è una mia situazione particolare, io sono già fortunato, però conosco moltissimi musicisti che fanno cose egregie e sono condannati all'anonimato. Dopotutto, le industrie discografiche sono dominate da gente che di musica non capisce un cazzo. Il che , diciamolo, è abbastanza grave...

Rockit: Forse all'estero sono riusciti a valorizzarsi meglio...

Daniele Sepe: All'estero c'è un'attenzione diversa per queste cose, d'altronde c'è una tradizione molto più forte sia per ciò che riguarda quella che tu chiami world music, ma anche per il punk ad esempio, per cui anche se un gruppo punk italiano è molto bravo alla fine deve farsi il culo. Da noi c'è una banalizzazione enorme del discorso compositivo e commerciale, basta sentire i testi, la metà di quelli che sentiamo per radio è da buttare. Questa è la realtà, sono poche le cose che ti colpiscono. Perchè ti abituano così, e la colpa è sicuramente anche dei musicisti, che si piegano a fare quello che il discografico gli dice, e dei discografici, che dicono che una certa cosa funziona in una certa maniera perchè il pubblico è scemo. E' un dramma insomma...

Rockit: Un'ultima curiosità: che mi dici dei riconoscimenti che hai avuto all'estero?

Daniele Sepe: Ormai all'estero siamo discograficamente una presenza abbastanza forte, Vite Perdite continua a vendere dopo 5 anni, dall'Australia al Brasile, e questa, ovviamente, è una grossa soddisfazione per me. Facciamo moltissimi concerti fuori d'Italia. Adesso abbiamo vinto il premio Qualità del Ministero per una colonna sonora, ma i premi, alla fine, non servono a niente per il tipo di musica che facciamo noi. Il Tenco lo ha vinto Atahualpa Yupanqui molto tempo prima di me, e non mi sembra che in Italia molta gente lo conosca. Dopotutto molta gente non conosce nemmeno Luigi Tenco... sono cose che lasciano il tempo che trovano. C'è una situazione voluta dai grossi mezzi d'informazione, dovuta all'ingerenza di quello che si chiama libero mercato, il quale dovrebbe garantire la libertà di scambio, di informazioni e di cultura, perchè quello che facciamo noi è cultura, e quello che tu sai, hai. Invece le radio, le televisioni pubbliche o private contuinuano a tirare fuori roba che non serve a nessuno per imparare qualcosa in più. Se la gente imparasse un po' di più su come vivere meglio, su come poter pretendere di più, probabilmente gli farebbero il culo a strisce. L'unico consiglio che posso dare, a chiunque legga una mia intervista, è di imparare ad essere sempre più curioso e stare attento al fatto che, dietro a quello che gli vendono, spesso c'è una truffa, né più né meno di quando vai al supermercato e ti vendono la roba scaduta.

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