Karkadan - Forza Italia Intervista

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08/01/2013 di

Il nuovo album, gli arresti domiciliari e la comunità tunisina che lo considera un peccatore. Karkadan è un rapper che vuole vivere e vivrà per sempre in Italia, anche se imparare la lingua è difficile, anche se canta in arabo e francese. L'intervista di Francesco Fusaro.

Mi racconti un po' dell'ultimo album, "Zoufree"?
Vorrei inanzututto che fosse chiaro che "Zoufree" per me è una sorta di antipasto al disco che uscirà verso la primavera-estate: per questo abbiamo mischiato molto le carte e ci puoi trovare episodi più underground e cose da club, quindi variegato come sonorità, mentre il prossimo sarà molto più compatto e chiaro come scelte musicali, e in un certo senso più 'sperimentale' e 'ricercato'.


Di solito il rap nordafricano ama utilizzare certe sonorità tradizionali, mentre tu ti sei sempre distaccato da questo approccio musicale.
Sì, non mi piace attaccarmi ad un'etichetta. Ho fatto un disco come "Karkadance" e il rischio era che si pensasse a me solo per quel tipo di suono, invece non è così, e se senti "Zoufree" ti accorgi di come mi piaccia cambiare, fare sempre cose diverse. Tornando al discorso arabo, non mi sento nemmeno arabo come individuo, quindi figurati se mi metto a fare cose che suonano in quella maniera!

E infatti penso che sia significativo il titolo dell'album, "Zoufree", ovvero "peccatore"...
Guarda, ormai la comunità tunisina non mi chiama nemmeno più Karkadan, ma direttamente "Zoufree".

Qui in Italia o in Tunisia?
In Tunisia. In Italia non mi vedono come Satana, in Tunisia sì. [ride, NdR]

Addirittura?
Sì, se leggi un po' di commenti su Youtube c'è di che divertirsi. Pensano che io non rispetti la cultura solo perché non mi vedono andare in moschea o cose del genere. In realtà io credo, ma a modo mio. Io ho la barba ma non sono come loro, io sono arabo ma non come lo sono loro. Questa cosa dà un po' fastidio ai tunisini in Tunisia, mentre quelli che abitano in Italia si sentono toccati quando faccio un mixtape che si chiama "Tunisino in ciabatte" ["Tunsi Fi Shlekka", primo mixtape di Karka hosted by Dj Harsh, NdR] per dire loro che sono dei pezzenti pronti a fare i fighi appena ritornano in patria. Mi riferisco alla mancanza di integrazione, alle difficoltà nel parlare in italiano nonostante i lunghi anni che trascorsi qui, eccetera. Poi le critiche non sono mai indirizzate realmente ai contenuti: mai uno che mi dica qualcosa sul flow o sulla musica. Quindi sono critiche che mi incoraggiano a proseguire per la mia strada, certo non il contrario.

Che appoggi avevi quando sei arrivato in Italia nel 2003?
Sono venuto qui con un programma di studio tipo Erasmus: avevo voti molto alti e quindi mi sono procurato quest'opportunità di spostarmi per qualche mese. Lo studio è stato per me un modo per permettermi un certo tipo di vita: se fumi e la polizia ti ferma, basta che tu faccia vedere il tesserino universitario e ti lasciano in pace. I miei mi trattavano bene per questo, mi lasciavano fare quello che volevo fino a che dimostravo di fare il mio dovere come studente, quindi da questo punto di vista non ho mai avuto problemi. Quando sono arrivato stavo al dormitorio di Lambrate, dove ci sono solo terroni e arabi. Avevo anche dei parenti a Pantigliate [uno dei primi paesi oltre la periferia di Milano, NdR], ma non andavamo molto d'accordo, quindi mi sono arrangiato da solo. Nel frattempo mi sono concentrato sulla lingua, cercando di impararla subito al meglio grazie alle correzioni di amici italiani.

Sei fisso a Milano ora?
Sì, e lo sarò per sempre!

Che cosa pensi dell'immigrazione in Italia rispetto alla scena rap? Voglio dire, ho sempre pensato che in Italia la vera spinta alla diffusione dell'hip hop potesse derivare solo da una società multiculturale come già negli Stati Uniti e in Francia. Qual è la tua visione al riguardo?
Penso sia proprio così: in Francia le comunità provenienti dalle ex colonie sono il motore di una produzione hip hop capillare e spesso di alto livello. In Italia mi auguro succeda presto una cosa del genere, anche se da questo punto di vista non vedo nulla all'orizzonte prima di dieci o quindici anni.

Certamente negli ultimi anni il rap italiano sta godendo però di una luce nuova, decisamente importante. Sì, anche se credo che ci sia ancora più fumo che arrosto.

Non girano i soldi che giravano ai tempi degli Articolo 31...
Non girano proprio, te lo posso dire. Tutta scena, ma sembra che almeno la gente sia presa piuttosto bene per il genere.

Che tipo di pubblico viene ai tuoi concerti?
Quando ho cominciato a fare i live nei centri sociali mi aspettavo la presenza di tunisini, invece ho trovato subito un pubblico italiano. Con gli anni qualche arabo in più ha fatto la sua comparsa, ma sempre una minoranza.

In Francia hai cominciato a girare un po'?
In realtà mi sono dovuto fermare. Ho avuto dei guai con la legge, sono stato fermo a causa degli arresti domiciliari, quindi molte cose che stavo costruendo sono necessariamente crollate. Ci sono delle buone possibilità, c'è interesse, si tratta solo di dare tempo al tempo.

Mi racconti meglio quest'ultima esperienza?
Ho fatto due anni agli arresti domiciliari. Il primo completamente isolato: potevo solo vedere mia madre che mi portava la spesa il lunedì pomeriggio, fermandosi per un massimo di mezz'ora. L'anno successivo ero in affidamento da una psicologa. La solitudine mi ha arricchito molto, da tanti punti di vista, in particolar modo da quello artistico. Ho messo a fuoco molte cose della mia vita e ho riflettuto molto. La riflessione personale non va sottovalutata, è una grandissima risorsa.

Quindi il nuovo disco è stato creato in questa fase?
Grazie a Skype ho lavorato molto da casa con il mio produttore, Yung-Lee Da Finest. "Zoufree" è il frutto di queste lunghe session online, ed è anche per questo che desideravo uscisse il prima possibile, perché mi sento in un certo senso già oltre a questa esperienza. È uno step che porterà al prossimo lavoro, sul quale stiamo ancora lavorando molto. I risultati si vedono già: penso ad esempio alla collaborazione con Def Jam per il singolo "Still not loving police", un segno di apprezzamento che fa seguito alla pubblicazione del mixtape "Tounsi Fi Shlekka vol.2" sul sito americano di riferimento DatPiff.

Invece che cosa mi dici a proposito della tua uscita dalla Dogo Gang, data per certa su Wikipedia? Questa è una bella occasione per chiarire questa cosa: i miei rapporti con la Dogo Gang sono assolutamente tranquilli, tanto che in "Zoufree" c'è anche un featuring con Gue. Diciamo che la mia ex fidanzata per un po' si è divertita a mettere in giro voci su di me, sul fatto che mangio carne di maiale e cose del genere. La mia affiliazione ai Dogo è sempre stata piuttosto marginale, anche se sincera come amicizia. Questa è per me la base di qualsiasi collaborazione: non mi interessano i soldi, faccio le cose solo con chi mi dà fiducia, con chi credo che valga la pena di fare qualcosa. Mi sono stati chiesti diversi featuring in passato perché magari fa figo avere il rapper arabo nell'album: io ho sempre collaborato dove ne valesse veramente la pena. E poi c'è sempre Lama Islam quando non sono disponibile io. [ride, NdR]

Ti occupi personalmente dei featuring, anche dal punto di vista produttivo?
Sono molto attento al profilo delle persone con cui lavoro. Prendi Yung-Lee: l'ho seguito per due anni per capire cosa faceva, che giri frequentava, come si promuoveva, prima di decidere di contattarlo e proporgli di lavorare insieme. Non lavoro giusto per: credo in quello che faccio e credo di avere fatto, in nove anni passati in Italia (togliendo poi gli arresti e i primi due anni di ambientamento) davvero molte cose.

Visto che fai rap in arabo, francese e italiano, mi spieghi come arrivi a decidere per l'una o per l'altra lingua?
Dipende sempre dal beat. C'è magari una strumentale che ascolto e che non mi dice nulla per un mese, e c'è invece quella che mi fa chiudere il pezzo in un pomeriggio. Ma sono le sonorità che mi spingono verso una lingua o un'altra. Dopo gli arresti domiciliari sentivo di dovermi esprimere nella mia lingua madre, per essere pià a mio agio. Ora è arrivato il momento di dare anche al pubblico italiano qualcosa in italiano.


Com'è andata invece la faccenda con Universal?
Il disco è andato bene, anche se forse poteva fare meglio. Poi è venuto il discorso live: mi volevano come spalla di Marracash e io mi sono fortemente rifiutato. Guarda ad esempio come è andata a Vacca: finché faceva la spalla a Fibra, non se lo cagava nessuno. Ora che sta facendo le sue cose da solo, ha il suo pubblico, il suo business e tutto. Quando un giornalista si è presentato da me chiedendomi se io fossi "Karkadash" ho capito che c'era qualcosa che non stava andando per il verso giusto, e quindi ho deciso di prendere la mia strada e fare da solo. "Zoufree" e il prossimo disco sono autoprodotti insieme a Yung-Lee: un bel sacrificio economico fatto grazie all'appoggio di gente che crede nel progetto, dai video alla produzione musicale alla comunicazione. In questo senso "Zoufree" deve fare il suo lavoro il giusto, perché le differenze con il prossimo disco si vedranno, e da tutti i punti di vista. Un passo selezionato e ragionato, insomma.

C'è qualche collega tunisino che ti piacerebbe segnalare in chiusura?
No, non seguo quella roba e non spingo nessuno. Perché dovrei ascoltare gente che dice che il fumo fa male? [ride, NdR]
 

Tag: legge

Commenti (1)

  • Mohamed Chine 16/03/2017 ore 11:19 @mohamed.chine

    Mi sembra che i tuoi studi non hanno avuto un esito positivo sul tuo cervello, i Tunisini di cui parli te sono un misto di razze e religioni che vivono nel rispetto noi siamo degli atei che non abbiamo mai avuto problemi.
    In quel che riguarda i Tunisini in Italia sono come gli italiani all'estero ansi quest'ultimi sono peggio, dipende del contesto in cui vivi.
    Ti voglio ricordare che inTunisia csono case chiuse degli anni 60 ed é stata approvata del governo la legalizzazione del fumo.
    Detto cio ti volevo dire che la tua musica è una musica del popolino scarsa come lo sei te.

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