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Fosca, se Colapesce fosse un montanaro

Giovanissimo, cantautore dal talento ancora grezzo, ma più che visibile: viene dalle Dolomiti e ci piace un bel po'
24/11/2019 16:03

Le cose semplici e naturali: Fosca è un ragazzo appena ventenne cresciuto sulle Dolomiti, vicino a Belluno. Dopo alcune esperienze con piccole band di amici, da poco si è messo a scrivere canzoni sue. Ci ha mandato il suo primo ep per una recensione (che leggete qui): 4 pezzi semplici, eterei e sognanti". Ci sono piaciuti molto e ci abbiamo visto "qualcosa". Cosa, chissà.

Il richiamo immediato è stato "ecco un nuovo Colapesce montanaro" (qualsiasi cosa voglia dire). Visto che il nostro lavoro è raccontare il talento e l'Italia tutta, provincia per provincia, abbiamo deciso di fargli qualche domanda per capire di più. Fosca è un talento grezzo ancora acerbo, l'augurio e l'incitamento che gli facciamo è di non perdersi e di scrivere scrivere scrivere canzoni, per scoprirsi e migliorarsi sempre di più.

Di certo parte avvantaggiato con quella faccenda del ragazzo solitario sperduto nel paesino di montagna che scrive le sue canzoncine romantiche in cameretta. Ma il racconto ha bisogno di compiersi e di arricchirsi. Intanto, dateci un ascolto e tenetelo d'occhio. E leggete sotto che cose sensate e intelligenti questo 20enne ha da dire.

 

Che formazione musicale hai?

Suono la chitarra da quando avevo undici/dodici anni, ho fatto un paio di anni di corsi di chitarra classica e l’anno scorso ho preso un po’ di lezioni di canto, ma la maggior parte della mia formazione è stata da autodidatta, osservando amici suonare soprattutto. Nelle prime band che ho avuto a 13/14 anni ero quello che faceva un po’ quello che serviva, e ho avuto quindi modo di giostrarmi un po’ con vari strumenti, senza mai approfondirne nessuno ma arrangiandomi per quella che era la mia finalità, che è sempre stata di scrivere.


Perché scrivi?

Questa è una domanda che mi faccio quasi quotidianamente. Da quando ho fatto uscire l’ep sono entrato in una sorta di crisi identitaria riguardo il posto che voglio occupare in questa cosa della musica. Una cosa che ho capito lavorando da solo è che, prima di tutto, scrivo canzoni perché mi piace molto scriverle, il che può sembrare parecchio ovvio ma per me è stata un’importante realizzazione. Più filosoficamente parlando, penso sia un modo per riuscire a comunicare profondamente con la realtà attorno a me, quasi un impulso, una comunicazione molto più corporale che verbale; è questa caratteristica fisica della musica che mi affascina maggiormente, il suo lavorare su un ambito percettivo a sé stante, che per quanto mi sforzi trovo inspiegabile a parole, essendo estraneo alla comunicazione verbale.


Dove vuoi arrivare? Che obiettivi hai?

Seguendo la risposta di prima, sono molto contento di essere arrivato a capire che mi importa molto di più dello scrivere di per sé che di tutto quello che viene dopo, perché, appunto, viene dopo. Mi importa di aver scritto un bel pezzo, un pezzo che muova qualcosa; poi, certamente, voglio che altri lo sentano, ma quegli altri per me si limitano ai miei cari, per un bisogno molto egoistico di farmi capire. È un po’ un modo per dire “so che non riesco molto a farti capire quello che sento, quello che mi passa per la testa; questo forse te lo può far capire”. Tutto quello che va oltre i rapporti personali a mio parere è fuffa. Certo, nonostante questo mi piacerebbe che il maggior numero possibile di persone sentisse quello che faccio, ma in un modo paragonabile alla condivisione di un’esperienza religiosa o di una realizzazione personale, che può essere un semplice “so come ti senti”, ma, soprattutto con gli ultimi pezzi che sto scrivendo, vorrei provare a dire ad un ipotetico ascoltatore “io ho aperto gli occhi e ho capito che la vita attorno a me è una meraviglia che vale la pena di essere vissuta; puoi farlo anche tu”.


Vuoi far diventare la musica un lavoro?

Io sono dell’idea che si possa fare musica senza l’aspirazione ad essere professionisti, a guadagnarsi da vivere. In molte società “tradizionali”, che tradizionali non sono ma hanno solo un modo radicalmente diverso di approcciarsi al mondo, il musicista ricopre un ruolo sociale e religioso, di tramite con una realtà più sottile. Io la musica la voglio prendere così, non mi attira affatto l’idea di dover in qualche modo adattare i miei ritmi artistici ad una fantomatica industria con delle scadenze imposte, e nemmeno quella di dover farmi la famosa gavetta di cui si parla troppo spesso per arrivare ad essere credibile. Mi sento più credibile avendo passato molto tempo a cercare di capire me stesso e il mondo attorno a me di quanto penso mi sentirei avendo vissuto l’ideale della vita della band rock underground. Penso che ognuno debba far uscire la propria arte nel modo più libero possibile, senza dover pensare a quello che viene dopo né a cosa sarebbe “giusto” fare. Nonostante l’idea di una vita tranquilla nei ritmi lenti della montagna, con una famiglia e un lavoro culturalmente stimolante mi attiri molto di più, mi piacerebbe portare questo progetto più in là di quanto fatto finora e aver la possibilità di portare la mia musica in giro, ma so che dovendolo fare da solo la cosa si tradurrebbe in una forzatura della mia personalità; so di essere una persona timida e non ho mai trovato alcun piacere nell’approcciarmi a sconosciuti per promuovere ciò che faccio, e tantomeno avrei voglia di essere costante nel promuovermi. Mi conosco abbastanza bene per sapere che queste cose mi pesano molto; se qualcuno troverà i miei dischi interessanti e vorrà investirci tempo e soldi lo accoglierò a braccia aperte, altrimenti continuerò a fare musica per me e i miei cari.

 La vista dalla cemeretta di FoscaLa vista dalla cemeretta di Fosca

 


Quanto aiuta essere nato e cresciuto in provincia nello scrivere canzoni? Quanto colpisce l'immaginario di chi ti ascolta il racconto di "un ragazzo appena ventenne che scrive le sue piccole canzoni nella sua casetta di montagna"?

Sono convinto che il luogo, sia fisico che mentale, in cui un artista cresce e scrive abbiano un’influenza importantissima sul suo approccio all’arte. Per tutta la mia adolescenza la musica era un tentativo di superare la distanza fisica tra me e i miei “simili”, cioè le persone con gusti musicali a me affini, una speranza di uscire dalla cerchia di montagne che sentivo come limite. Man mano la ricerca di questo luogo esterno si è trasformata nella consapevolezza dell’aver trovato un luogo in me stesso piuttosto che in altre persone; e in questo il vivere in montagna mi ha aiutato molto. Quassù i ritmi sono davvero diversi, se si è disposti a prestare attenzione, la natura che hai attorno ti porta davvero a voler uscire dalle dinamiche della nostra frenetica società occidentale, ed in questo l’unica cosa che ha senso fare è seguire la propria ispirazione e il proprio interesse. Non so se l’immaginario che hai descritto influisca in qualche modo sugli ascolti di chi si approccia al mio disco; sicuramente c’è molta aria di Belluno in tutto quello che faccio, e conoscere almeno in parte i suoi luoghi può aiutare ad entrare di più nella mia musica. Posso capire che il fatto di vivere in montagna possa colpire, ed è anche giusto che sia così. Mi rendo conto che la maggior parte dei ragazzi della mia età non ha avuto l’opportunità di vivere in una dimensione così diversa dalla realtà di una grande città, e questo crea una distanza ma suppongo anche una sorta di fascino culturale.


C’è una scena a Belluno? E a Venezia? Ti senti parte di una scena? Serve e aiuta secondo te far parte di una scena?

Non saprei dirti se a Belluno ci sia una vera e propria scena, in fin dei conti in tutta la città ci sono 30 000 persone, di cui penso il 60% siano ultracinquantenni. Io non uso i social, quindi non sono nemmeno troppo informato, e sono abbastanza schizzinoso per quanto riguarda i concerti, se una band non mi convince preferisco andare a dormire presto e godermi le giornate. Ci sono i Non Voglio che Clara che sono una delle mie band preferite, ma purtroppo io li ho visti una sola volta, l’anno scorso, e tra i ragazzi della mia età mi pare non si sappia neanche della loro esistenza. In più, a Belluno vedo che ci sono principalmente gruppi hardcore e metal, e la cosa non posso dire che mi entusiasmi. 
A Venezia non ci vivo da abbastanza tempo per poterne davvero parlare, ma sembra una situazione molto interessante; conosco pochi gruppi locali, ma noto che passano spesso artisti di spessore, soprattutto d’avanguardia, il che penso presupponga l’esistenza di un qualche tipo di realtà. In ogni caso, non mi sento parte di nessuna scena, tutta la mia formazione musicale l’ho fatta in modo indipendente, è una ricerca prettamente personale. Non sono il tipo da fermare la persona a fianco a me ad una serata e attaccare bottone, e i concerti, da appuntamento settimanale come erano qualche anno fa, sono diventati per me un’occasione piuttosto rara, i miei interessi sono migrati un po’ altrove. L’unica realtà di cui mi sento di fare parte è quella dei miei amici di Conegliano, i Liverpool Alligator Park, che fanno garage e hanno appena buttato fuori un super EP.


Nella recensione alle tue prime canzoni sono stati fatti i nomi de I Cani e Bon Iver, secondo me ci stanno Colapesce e -appunto- i NVCC. Tu che dici? che riferimenti avevi mentre scrivevi le tue canzoni?

Intanto ti ringrazio per i paragoni; Sicuramente Colapesce e i NVCC sono tra gli artisti che ho ascoltato di più da un paio di anni a questa parte, e tendo ad immergermici sempre di più. Per quanto riguarda l’ep, l’ho scritto in un arco di tempo piuttosto lungo, quindi ho avuto un’infinità di influenze di artisti vecchi e nuovi, che mi hanno portato a scrivere una serie di canzoni molto diverse l’una dall’altra; quelle tre/quattro erano quelle più coerenti fra di loro, ma vengono da ascolti molto diversi, spesso poco riconoscibili. Di internazionali ascoltavo molto vari artisti dream pop statunitensi (Johnny Goth fra tutti), Frank Ocean, Slowdive e Bon Iver, mentre di italiani i già citati Colapesce e NVCC, Battisti e soprattutto Battiato; da quando ho iniziato ad approfondirlo ha davvero iniziato una sorta di rivoluzione dentro di me, sia musicalmente che personalmente.

Dove nascono le canzoni di Fosca: le montagne fuori BellunoDove nascono le canzoni di Fosca: le montagne fuori Belluno

Se potessi scegliere, chi vorresti come produttore del tuo disco e con chi faresti una collaborazione domani?

Vorrei saper incorporare nuovi elementi nella mia musica, mi piacerebbe molto collaborare con qualche gruppo folkloristico scozzese magari. Passerei volentieri una giornata in studio con i 1975. Per la produzione, ci sono vari produttori che trovo interessanti, ma per collaborarci vorrei essere sicuro che siano davvero interessati a quello che faccio. Volendo sparare alto, aspirerei a collaborare con Malay, che ha prodotto tra gli altri ZAYN e Frank Ocean. Forse prima di tutto mi piacerebbe collaborare di più con i miei amici, che tra distanza e impegni c’è sempre troppo poco tempo per creare qualcosa assieme.


Come hai scelto l'artwork del tuo disco?

Per l’artwork dell’ep ho chiesto al mio amico Francesco Giacomin di lasciare libera la mente. Lui l’ha fatto, si è fatto un viaggione e mi ha mostrato quest’arancionissima copertina, io ero felicissimo e anche lui. Eravamo talmente contenti che poi ha fatto anche un video. Sono fortunato ad avere un amico come lui che so che vede dentro alla musica e fa esattamente quello che voglio senza che io sappia di volerlo.

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L'articolo Fosca, se Colapesce fosse un montanaro di Stefano 'Fiz' Bottura è apparso su Rockit.it il 24/11/2019 16:03

Pagine: fosca

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