Foto Profilo: Jambox, leggi l'intervista e ascolta l'ep d'esordio "Spleen" Intervista

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12/04/2016 di

Foto Profilo è la nostra rubrica di interviste con la quale continueremo a seguire la nostra vocazione primaria: presentarvi validissimi e nuovi artisti italiani. Le regole sono semplici: con ogni risposta, una foto. Oggi tocca ai Jambox, una giovanissima band (quest'anno faranno gli esami di maturità) che suona rock psichedelico guardandosi le scarpe. Leggi l'intervista in cui si presentano e ascolta l'ep d'esordio "Spleen".

Scrive il poeta Dylan Thomas in una poesia molto famosa: “I vecchi dovrebbero bruciare e delirare al serrarsi del giorno”. Però voi siete giovani, molto giovani, quindi prima di bruciare e delirare perché non vi presentate? Chi siete?
Siamo tre ragazzi di Torino che si conoscono da circa cinque anni e che, invece di infierire contro il morire della luce, infieriscono contro il morire di un certo tipo di sonorità; un tipo di sonorità che si sta lentamente perdendo in mezzo al gigantesco oceano musicale moderno.
Una delle caratteristiche che forse più ci contraddistingue - come da te sottolineato - è l’essere molto giovani, ma per noi è un semplice dato anagrafico, senza nessuna connotazione positiva (il potenziale) o negativa (l’esperienza): abbiamo 18 anni, frequentiamo la stessa classe, ascoltiamo la stessa musica, condividiamo gli stessi interessi e - dopo aver iniziato a suonare nel non troppo lontano 2012 - abbiamo dato vita ad una band.
Fin dall’inizio ci è sembrato fondamentale usare la musica per descrivere in modo sincero i paesaggi interiori ed esteriori che caratterizzano il nostro quotidiano; evitando di nasconderci dietro a testi fasulli ed emozioni preconfezionate.
Dopo aver attraversato vari cambi di formazione ed aver sperimentato diverse sonorità, siamo approdati al mondo delle chitarre distorte e sognanti e dei “muri del suono”. Probabilmente siamo nati negli anni sbagliati ed in un certo senso abbiamo nostalgia di un’era mai vissuta: gli anni ‘90 dei Reading e dei Dinosaur Jr.



Da molte parti si legge di una specie di rinascita dello shoegaze in Italia. Vi sentite di fare parte di questa nuova ondata oppure ci sono anche altre influenze nella vostra idea di fare musica?
Immagino tu ti riferisca all’italogaze, di cui parlava Manfredi Lamartina qualche settimana fa proprio sulle vostre pagine. Visto che - se abbiamo capito bene - si tratta semplicemente di una costatazione del fatto che in questi anni la scena shoegaze vanta molte bands italiane, allora è in qualche modo implicito farne parte: essendo noi italiani e suonando shoegaze. D’altra parte quella di racchiudere tutte le bands italiane shoegaze dentro un sola etichetta, ci sembra un po’ una forzatura. Piuttosto ciò che ci accomuna a questa ondata di nuovo shoegaze italiano - oltre l’utilizzo di pedali analogici e di voci ampiamente riverberate - è probabilmente il sentirci un po’ tutti i nipoti dei grandi padri del genere. E siamo un po’ tutti intenti a portarne avanti il nome a modo nostro.
Allo stesso tempo ci teniamo a precisare che il nostro sound si caratterizza per la presenza di altre influenze musicali come ad esempio il grunge di Seattle degli anni '90, la new wave dei primi Cure e lo skate-rock californiano più recente. E senza dubbio, una buona parte l’hanno giocata anche le vagonate di dischi e vinili che ci hanno fatto ascoltare i nostri genitori. La nostra musica è perciò figlia non tanto di un genere, ma di tutte le sonorità che abbiamo assorbito e che sono andate a formare la nostra identità.



Il vostro ep si chiama “Spleen”, un ovvio riferimento a Charles Baudelaire e a tutto quel mondo di insofferenza verso il tempo, diciamo così, moderno. Oltre a lui chi sono i vostri riferimenti in ambito culturale?
Siamo affascinati da vari climi culturali passati. Ad esempio, la controcultura americana degli anni '60 e '70, descritta al meglio dalle foto in bianco e nero di Dennis Hopper e caratterizzata dai grandi festival psichedelici. Siamo dei grandissimi appassionati di cinema di ogni genere e forma. Spesso ci ritroviamo per guardare pellicole poco conosciute, come la trilogia di Nicolas W. Refn ambientata nella realtà nuda e cruda della Copenaghen di periferia. Apprezziamo anche i grandi autori come Tarantino, Nolan, il Coppola di "Apocalypse Now" (obbligatoriamente in versione Redux da 3 ore e 14 minuti ) o i fratelli Coen e la loro filosofia di vita del Drugo. Ci appassioniamo anche alle serie televisive, da quelle piú datate a quelle contemporanee come "True Detective". Ciò che piú ci intriga sono le atmosfere lynchiane di "Twin Peaks" (damn fine coffee!) oppure la comicità nera di "Fargo". Ogni tanto, stanchi dei moderni schermi, ci perdiamo tra le pagine di un buon libro: siamo rimasti particolarmente affascinati dalle atmosfere oniriche di Murakami.



Una band che avete ascoltato da poco tempo e che vi ha fatto dire: “Vorremo suonare come loro, non proprio uguale a loro, ma con la stessa consapevolezza nei propri mezzi”.
Un gruppo che sin dal primo ascolto ci ha colpito sono gli Splashh, band Nu Gaze inglese non molto nota (ma ormai conosciutissima dai nostri amici, i quali non ne possono più di ascoltare il ritornello di "All I Wanna Do"). Quello che più ci ha affascinato ed influenzato è il modo in cui riescono a trasmettere l’energia shoegaze filtrandola attraverso un’ottica della realtà fatta di luoghi esotici e giornate spensierate. Che è un po’ quello che ci proponiamo anche noi: caricare i suoni di immagini e sensazioni, capaci di trasportare l’ascoltatore nel mezzo del nostro personale soundscape.

Dove vi capita di scrivere, materialmente, i testi: che so in autobus, nell’ora di religione o di notte fonda quando non si riesce a dormire?
Le nostre canzoni non sono scritte in maniera uniforme, con una trama logica o secondo lo stile tradizionale del racconto, ma sono composte da istantanee di vita e scorci in technicolor. I brani perciò non si originano in un Dove ma bensì in un Quando. E solitamente i testi prendono forma ogni volta che abbiamo bisogno di comunicare qualcosa. Può quindi accadere di scrivere un paio di pezzi nel giro di una settimana a causa di un sovraccarico di eventi, oppure, frustrati dalla noia mortale della nostra vita monotona, non prendere in mano la penna per diversi mesi.



A giugno avrete la maturità: tutto a posto o avete qualche “tallone d’Achille” su qualche materia da dichiarare?
Prossima domanda, grazie? A parte gli scherzi, per ora tutto fila liscio; continuiamo a studiare (senza esagerare però).

Tag: foto profilo nuovo album

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