Tra fragole e palchi napoletani la provincia diventa identità

Tra la quiete di Parete e l’energia di Napoli, Martina Di Nardo ha imparato a creare con poco e a cercare sempre nuove forme di espressione.

Ci sono luoghi che sembrano offrire poco, ma che proprio per questo costringono a guardare più lontano. Parete è il punto di partenza di un percorso fatto di campagne, caos, viaggi e trasformazioni: dalla provincia casertana a Napoli, fino ai quattro anni vissuti a Los Angeles.

La musica nasce così, tra la necessità di inventarsi qualcosa e la voglia di non restare fermi. Un percorso indipendente, fatto di sperimentazione, errori, cambiamenti e una ricerca continua di una propria identità, senza la necessità di rientrare in una categoria precisa.

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Dove sei cresciuta?

Vivo a Parete, in provincia di Caserta, ma ho frequentato il liceo a Giugliano e oggi il mio punto di riferimento è soprattutto Napoli centro, che è il posto in cui mi sento più a casa. È una città viva, caotica, piena di stimoli, molto diversa da Parete, dove invece praticamente non c’è nulla e vivo circondata dalle campagne. Forse però proprio questo equilibrio tra tranquillità e caos è quello che fa per me.

Piccola parentesi: ho vissuto anche quattro anni a Los Angeles, un’esperienza che sicuramente ha lasciato il segno.


Tre cose per cui è “famosa” la tua città/paese?


Parete è famosa soprattutto per i suoi campi di fragole: ce ne sono tantissimi, praticamente anche vicino casa mia. È un paese molto diverso da Napoli, ma ha quella dimensione provinciale in cui impari a trovare stimoli anche dove apparentemente non ce ne sono.


Da un punto di vista musicale/artistico che contesto era e come si è evoluto nel tempo? C’erano locali, etichette, altri artisti?


Non ho mai vissuto Parete dal punto di vista musicale, anche se solo recentemente ho scoperto che esistono piccole realtà interessanti. Napoli invece è un altro mondo: ci sono tantissimi artisti, tante persone che fanno cose diverse e una scena molto viva. I locali non sono tantissimi e le etichette ancora meno, ma c’è comunque una forte energia creativa.


C’è qualcuno che vi ha ispirato sul territorio? Raccontaceli.


A Napoli ci sono realtà come i Thru Collected, che hanno fatto e continuano a fare cose molto interessanti. C’è stato un periodo in cui organizzavano tantissimi eventi a cui andavo: univano live performance e dj set in contesti molto underground, con un’atmosfera davvero particolare.

Ultimamente è nata anche una realtà come Nziem Festival, che sta creando belle occasioni di incontro e musica.


Ricordi il primo live della tua vita? Quando, dove e com’è stato? Il locale del cuore sul territorio?


Il mio primo live è stato al Riot, al Vomero. Mazzariello mi chiese di aprire una sua serata: ero terrorizzata, stavo letteralmente cagata sotto, però è stato bellissimo. Dopo quella esperienza ho iniziato a frequentare diversi centri sociali e a suonare in quegli ambienti.

Un posto dove si fanno tanti live è il Mamamu, nel centro storico di Napoli: ci ho suonato anche io, anche se è molto piccolo.

Più che un locale del cuore ho diversi centri sociali a cui sono legata, come Mezzocannone Occupato, Scugnizzo Liberato ed Ex OPJ. Sono luoghi che organizzano tantissime cose e dove si respira una dimensione molto libera e creativa.

Se devo citare due locali direi Auditorium 900, dove però non ho ancora suonato, e il Duel di Pozzuoli, dove invece ho avuto modo di esibirmi.


In cosa è più difficile, in cosa è più facile essere un’artista emergente in provincia?


La cosa più difficile in provincia è riuscire a trasformare la musica in qualcosa di sostenibile economicamente. Anche quando riesci a creare una rete di persone e connessioni, non sempre è facile trasformarle in situazioni realmente funzionali.

D’altra parte, quello che sicuramente la provincia ti dà è la capacità di inventarti qualcosa: impari a fare tanto con poco, a essere creativa, a trovare soluzioni. A volte avere meno possibilità ti costringe a sviluppare più immaginazione.


Una cosa che non capisci o accetti della discografia oggi?


Non mi piace l’idea che un artista, per funzionare, debba essere necessariamente un prodotto perfettamente definito e facilmente vendibile. A volte le cose più belle sono proprio quelle piene di sfumature, contraddizioni e cambiamenti. Le persone reali non sono pacchetti ordinati: sono complesse, cambiano, hanno lati diversi.

Secondo me anche un artista dovrebbe avere il diritto di essere così.


Come e quando ha inizio il tuo progetto artistico?


Ho iniziato a scrivere canzoni da piccolissima, intorno ai 13-14 anni, quando pubblicavo cover su YouTube. Mi registravo con Audacity, in modo molto semplice.

A 18-19 anni ho pubblicato il mio primo EP insieme a un amico produttore. Oggi lo considero un esperimento: l’ho tolto perché non mi rappresentava più, soprattutto per il modo in cui scrivevo e cantavo.

Ci sono persone che riescono a trovare subito una propria identità, io ho avuto bisogno di sperimentare e sbagliare molto.

Poi mi sono trasferita in America, dove ho studiato musica per quattro anni. Non so quanto il college abbia realmente inciso: tante cose le ho imparate anche semplicemente guardando tutorial su YouTube.

Tra i 21 e i 22 anni ho iniziato a produrre con Logic e finalmente ho sentito che quello che facevo iniziava ad avere una direzione precisa. Da lì ho continuato a crescere e migliorarmi.


Quanto e come il luogo in cui sei cresciuta ha inciso nello sviluppo di idee e sound?


Vivere in provincia mi ha insegnato a essere creativa con poco, a sperimentare e a trovare spazio per me stessa anche quando apparentemente non c’erano grandi stimoli intorno.


Quali sono state le sfide più grandi che hai affrontato nel tuo percorso artistico?


Sicuramente la paura del palco. Poi perdere persone lungo il percorso, continuare a credere nel mio progetto anche nei momenti in cui sembrava che nessun altro ci credesse e riuscire a non farmi condizionare troppo dalle opinioni degli altri.


C’è un messaggio o un tema ricorrente che vuoi trasmettere con la tua musica?

Credo molto nell’idea che, in fondo, siamo tutti la stessa persona nata in corpi diversi. Spesso vediamo “l’altro” come qualcosa di distante, ma alla fine le emozioni, le paure e i bisogni sono molto più simili di quanto pensiamo. Viviamo esperienze diverse, ma cerchiamo tutti le stesse cose: sentirci amati, compresi, accettati.

È un concetto forse molto semplice, quasi democristiano da dire, ma credo sia vero. Non credo molto nella divisione tra buoni e cattivi: penso più che esistano persone che reagiscono meglio o peggio alla vita.

Quando scrivo non parto necessariamente da un messaggio preciso: racconto quello che provo e il modo in cui percepisco il mondo. Però credo che, alla fine, il filo conduttore sia sempre questo.


Come definiresti la tua evoluzione artistica dall’inizio fino ad oggi?


Sicuramente sono riuscita a trovare una mia dimensione, sia nella scrittura che nella produzione, ma anche dal punto di vista live. All’inizio suonavo solo in acustico o su basi. Oggi sono una sorta di ibrido: unisco produzione, chitarra dal vivo ed effetti.

Sento di essere ancora in continua evoluzione e mi piacerebbe, prima o poi, costruire anche una mia band.

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L'articolo Tra fragole e palchi napoletani la provincia diventa identità di Redazione è apparso su Rockit.it il 2026-07-11 11:39:00

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