intervista

Frah Quintale: "Questo è il mio disco alla Lucio Dalla"

Per il suo nuovo album, "Banzai", ha preso il cantautore e lo ha shakerato con tanta black music. Per questo rifiuta l'etichetta di "itpop", e continua a cercare il modo di fare arte con la musica
29/06/2020 09:56

Chiamo Frah Quintale all'indomani dell'uscita di Banzai. È ancora un po' hangover per la festa della notte prima con la famiglia di Undamento, la sua etichetta. Chissà se stamattina ha guardato “prima il cell del cielo”, come rappa in Faccia della notte, il meraviglioso freestyle che chiude questo suo nuovo secondo disco. La sua è un'ebbrezza leggera, sana, orgogliosa. Il disco è uscito il 26 giugno, lo stesso giorno di Mr Fini di Guè Pequeno, con cui aveva collaborato per la hit “2%”.

Il rap li unisce anche se molte altre cose li dividono. “È tipo Genitore 1 e Genitore 2”, scherza Frah. Se Guè Pequeno ha ormai trovato la formula perfetta del fare dischi, per l'artista multidisciplinare di Brescia il discorso è diverso. “È un altro approccio, forse dettato dai numeri e dalla longevità”, spiega. “Lui è in giro da una vita, ha un'altra delivery. Il secondo disco è diverso dall'ennesimo che fai, sono due carriere ad un momento diverso”.

TRACKLIST

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Duole citare l'artista preferito del direttore di Rockit, ma è inevitabile: “Il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un'artista”?

(ride) È la cosa che mi stanno dicendo tutti da quando ho iniziato a lavorare al secondo album, dopo la conclusione del periodo Regardez Moi (il suo esordio del 2017, ndr). Maledetto Caparezza. Ha ragione, è così. Se il primo disco va bene e ti mette un po' in luce – e lo hai fatto con quella naturalezza che può esserci solo in quel caso – per il secondo hai tutta l'attenzione addosso. Senti di dover dimostrare determinate cose con il senno di poi. Sei soggetto a pressioni e aspettative. 

Raccontaci un po' questi tre anni. Cos'è successo? Sappiamo che è finita una storia d'amore. Che sei stato male. Che hai finalmente una casa, ora.

(ride) Un bel po' di cambiamenti. Dopo Regardez Moi sono stato talmente tanto in giro che non ho avuto il tempo di rendermi conto che cazzo mi stesse succedendo. Suonavo tutte le settimane. Abbiamo fatto eventi, date, tante cose. Non essendomi mai fermato non avevo metabolizzato ciò che mi era accaduto dal 2017 a oggi. Ci è voluto un altro anno di riverbero per farlo. 

Ad ascoltare Banzai, sembra che l'amore c'entri molto in questi cambiamenti.

Il disco parla di questo. Forse non solo di una storia, ma del trovare la serenità da soli. Venivo da una relazione di due anni e mezzo preceduta da un'altra di cinque. Una dietro l'altra. Ho vissuto veramente poco tempo da solo. C'era da rimettersi in gioco a livello di quotidianità. C'è un sacco di solitudine nel disco, ma anche l'imparare a apprezzarla e conviverci.

Traduco: era tantissimo tempo che non eri single.

Mi dà fastidio quella parola (ride) Però si, è così. 

Com'è questa vita da single?

Ci volo! (ride) L'equilibrio in coppia è condiviso. Da solo devi fare i conti con te stesso, le persone che hai vicino: gli amici, per esempio. Trovi l'appoggio in altre cose. È bello imparare a farlo, sentirsi ancora in grado dopo tanto tempo di trovare la serenità da soli dopo tanto tempo. Sono abbastanza sereno. Oggi sono contento.

Hai parlato di solitudine. Siamo usciti da poco da un lockdown in cui abbiamo dovuto fare i conti con l'isolamento. Hai mai avuto paura che il tuo lavoro potesse perdere di senso visto quello che stava succedendo là fuori?

In realtà no. Il lockdown mi ha dato la possibilità di avere più tempo, di ragionare di più su certe cose, di aggiungere dei brani che sono entrati all'ultimo.

Tipo?

Lambada. L'avevo già scritta mesi prima ma non avevamo trovato una casa a livello di sound. Durante il lockdown, un giorno, ho spippolato con Logic sulla strumentale. Ho sistemato le strofe. Ripensando al momento in cui vivevo un po' desperate in giro a sbronzarmi tutte le sere, quando m'ero appena mollato, ero più lucido nell'affrontare questo tema. È stato un momento di freezeraggio in cui ho dezoomato delle cose. 

Ormai un bel po' di mesi fa facemmo una call in cui tu eri a Barcellona. Quale di questi brani hai scritto lì?

Di quel periodo ho cestinato tutto. Non me la sono goduta. Ho solo ripreso e usato la strofa di Chanel, che però avevo scritto su un'altra strumentale. Quel periodo mi è servito per prendermi male e farmi venire le paranoie e affrontare tutti i mostri, ma di lavoro poca roba.

Frah Quintale, foto di Valentina De ZancheFrah Quintale, foto di Valentina De Zanche

Dopo tre anni esci con un album doppio. Diciamoci la verità, sei uno che fa fatica a chiudere le cose.

Le apro con facilità, tre-quattro progetti al giorno, ma ne chiudo magari mezzo nel giro di tre mesi. Sono bravo a lasciare le cose a metà. Mi annoio subito. Con l'arte mi piace sempre fare cose nuove. Ho la mania di cercare nuovi sound, di sperimentare. 

Sei uno dei pochi rapper/cantanti contemporanei a non avere paura di usare la parola arte. 

Lo dico perché penso di essere arrivato a un buon livello. Non è spocchia se uso la parola “arte”, è un dato di fatto. La cura e l'attenzione che metto nel lato estetico delle cose, il fatto che ho sono sempre curato il progetto in prima persona... Me lo vivo come se fosse un quadro. Non si tratta di fare il numero o il piazzamento. Certo, c'è anche quello, ma per me fare musica è fare arte.

Parliamo della tua ultima opera, allora. Banzai. Inutile dirti che la prima cosa a cui ho pensato è la famosa trasmissione satirica della Gialappa's Band. La tv ci ha colonizzato il cervello. Mi è piaciuto il fatto che non hai avuto paura a usare una parola associata ad un immaginario lol per farci qualcosa di serio.

È una bella scelta. Mi piace per tanti aspetti. È una parola strana, non tanto famigliare. Mi suonava meglio Regardez Moi come titolo. È una parola senza genere, la utilizzavo già come tag da ragazzino. Vuol dire “viva”, ma è anche un grido di battaglia. Rappresenta molte cose che ci sono in me e nel disco. Soprattutto se la reference è Mai dire Banzai, be', è esattamente ciò che devi fare per un secondo disco.

Hai definito Banzai come il lato blu del disco. Blu, blues o Blue Note?

È molto Blue Note, effettivamente. Avendo visto le copertine di Madlib (storico producer rap americano, ndr), ho pensato che quell'immaginario mi piacesse come atmosfera applicata a quel sound. Il blu poi come colore dei brani c'è tanto in questo disco. Ho connesso le due cose. È una scelta estetica. 

Tu scrivi musica fondamentalmente pop, ma con un tono di voce che rappresenta il tuo background rap, hip hop, street. Il tuo twist è mischiare tutto. A livello di sound, il bello di Banzai è che fai con l'italiano cose che al momento ho sentito fare solo con il francese e l'inglese.

Da paura. Pur essendo stato musicalmente un po' di rottura, mi hanno infilato nell'indie e nell'itpop, che è un sound propriamente italiano. Io ho un altro background. Ho sentito l'esigenza non di prendere le distanze, ma di tracciare una linea rossa – anzi, blu – in cui si capisce che la mia mira è un'altra. Non voglio fare il vecchio scorreggione, ma spesso in Italia c'è tanta voglia di riproporre ciò che qui funziona per paura di non essere all'altezza. Io invece penso che farsi influenzare da ascolti non prettamente italiani è figo. Non per copiare, ma per farle diventare nostre. In questo disco secondo me c'è molto Lucio Dalla. Pur non avendolo mai ascoltato molto, in realtà. Le cose sbagliate, per esempio, è molto Dalla. C'è molto funk. C'è un sacco di black music.

Frah Quintale, foto di Valentina De ZancheFrah Quintale, foto di Valentina De Zanche

Il disco ha uno sviluppo chiaro. Parte con un mood più intimo, poi cresce anche in termini di ritmo.

La tracklist l'ho fatta una sera in cui stavo risentendo i provini. Le prime quattro-cinque sono la roba più evidentemente sperimentale. Volevo ritornare evidenziando il mio cambiamento: c'è Buio di Giorno, Lambada che più drittona, Chanel che è super R&B. Volevo infilare queste cose nuove all'inizio, poi il disco un po' si normalizza. Volevo partire con le marce alte.

Qui su Rockit, Beltramelli si chiede nella recensione se Chanel sia un riferimento a Ganja Chanel di Entics. 

(ride) No, zero. Non lo è. Voleva essere il pezzo un po' tamarro del disco, però con stile. C'è anche una super cit. di Guè Pequeno. Ho scritto le prime barre del pezzo e mi è venuta in mente LLCD (Ladies Love Club Dogo) di Mi Fist dei Club Dogo, mi ricordavo la barra del Guè quando dice “Lascia una scia di profumo tipo sacchetto di weeda”. Bellissima. Ho detto fammi sentire come suona tagliare il sample e buttarlo dentro. Mi ha gasato tantissimo. Mi sembrava un omaggio al mondo A$ap Rocky, quando prende un campione chopped & screwed e lo usa come ritornello. Poi è diventato il filo conduttore dell'intero pezzo. 

Ti stai gasando con le produzioni? 

Di brutto. Io non suono strumenti, spippolo un po' con tutto. A orecchio. Però alcune cose le apro io, poi il Ceri (il suo sodale produttore, ndr) fa da mastice a tutto quanto. Avvicina una idea mia al suo mondo e la trasforma in una vera produzione. 

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Che cosa ti aspetti da Banzai?

Prima di tutto la parte 2! (ride) In realtà vorrei dimostrare che avere il coraggio di fare il cazzo che si vuole nella musica paga di più del fare il disco del momento. Che la libertà nella scrittura, nel fare arte è molto più importante e significativa dell'essere la cosa che funziona da qua ai prossimi cinque anni. 

Ti pesa non aver ancora fatto i palazzetti?

Ho più la pressione sul giudizio mio, che sul giudizio degli altri. Non mi sento di dover dimostrare qualcosa a qualcuno, se non a me e alle persone che ho attorno, per la gioia di vivermele. Non ho l'ambizione di fare il palazzetto per mettere il cazzo sul tavolo e dire a tutti che faccio i numeroni. Vorrei che la gente dicesse di me ha troppo stile. Far fare quelle rosicate belle, costringerli a dire “come cazzo fanno a fare questa roba”.

Qual è il pezzo del disco che la gente capirà meno?

Forse l'outro, Faccia della notte (il mio preferito assieme a Le cose sbagliate, nda). È brutto dire se la gente lo capirà o meno. È figo perché nella mia testa sono i titoli di coda del disco. Passami l'immagine: c'è più disco lì dentro che in tutto il disco. Le barre sono importanti, mi sono messo a nudo. La strumentale prodotta da Crookers è matta, mi piace tantissimo, mi ricorda i dischi di Madlib e Freddie Gibbs. Uno sfaso alla Kanye West. Per questo credo che chi mi associa all'itpop farà fatica a comprendere.

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L'articolo Frah Quintale: "Questo è il mio disco alla Lucio Dalla" di Carlo Pastore è apparso su Rockit.it il 29/06/2020 09:56

Tag: album - funk

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