Se vi eravate fermati allo stereotipo del tedesco come una lingua dura e minacciosa, allora Francamente potrebbe essere la persona giusta per riappacificarvi un minimo con i germanofoni. Lei, che a Berlino ha studiato per diversi anni, ha scelto un titolo in tedesco molto dolce per il suo disco di debutto, arrivato dopo una lunga gavetta e i riflettori di X-Factor: Bitte Leben. È un'espressione un po' ambigua, come ci spiegherà anche lei, ma che andrebbe interpretato come "Per favore, vivi", a ben rappresentare il suo rapporto con l'altro: un invito alla vita, che nasconde al suo interno un messaggio politico non strombazzato, ma altrettanto chiaro.
I diversi singoli pubblicati nel corso del tempo avevano già dato una certa immagine a Bitte Leben, che nel suo insieme è un album stratificato, di un pop elettronico con rimandi a quella Berlino che per lei è stata a lungo casa, ma anche al cantautorato italiano degli anni '80 - con particolare attenzione al sound di Franco Battiato e Giuni Russo -, fino a una scrittura più delicata, intima, personale. Un modo di entrare in punta di piedi nelle canzoni che poi è lo stesso che traspare quando la vediamo sbucare all'interno della redazione di Rockit, per prestarsi a un esperimento che abbiamo ormai consolidato da qualche tempo: un'intervista "collettiva" realizzata dalla classe della Better Days School, il nostro corso di giornalismo musicale. Ecco com'è andata, in attesa di vederla dal vivo a MI AMI.

Prima di tutto, come va?
Tutto bene! c'è il sole e, anche se sembra una cosa scema, posso tornare a muovermi in bici con ancor più felicità.
Giri spesso in bici?
Mentre ero a Berlino per studi, essendomi laureata lì in filosofia, lavoravo come guida turistica e il mio mezzo era la bicicletta. Portavo in giro gruppi di persone, tutti in bici. È molto più figo perché puoi vedere molte più cose: ti muovi da una postazione all'altra, ad ogni tappa si parcheggiano le bici e la guida racconta la storia o i dettagli del luogo.
A Berlino come ci sei finita?
È stata una scelta casuale. Avevo fatto richiesta per studiare ad Amsterdam, ma c'era solo un posto e io non venni presa. La seconda scelta era Berlino. Quando iniziai a studiare la città in modo più approfondito, al di là dell’essere una nuova casa, mi sono resa conto di come la limitazione della libertà così forte che aveva subito quella città è un unicum, quantomeno europeo: è una città che è passata da un periodo estremamente spumeggiante con la famosa Repubblica di Weimar, dove le donne votavano, a 12 anni di nazismo e poi a 40 anni di muro. È una città che è stata più divisa che unita, questa cosa rimane nella biografia delle persone: c'è un senso di rivalsa e una costante attenzione ai diritti che a me ha folgorato, proprio in virtù di quella negazione perpetrata per tanto tempo.
E sul tuo modo di fare musica, come ha influito questa parentesi di vita?
I primi tempi, quando ho iniziato a frequentare i club, ricordo chiaramente una sorta di folgorazione, perché avevo capito che esisteva un altro modo di pensare il suono, e questo mi ha aperto un mondo. Da quel momento ho iniziato a sperimentare insieme al mio amico Tomer Levy, e sono nati Fucina e Paracadute, brani spartiacque rispetto a ciò che facevo prima. Fino ad allora, il mio approccio era quasi esclusivamente chitarra e voce, una dimensione che continuo ad amare e che fa ancora parte di me, ma che si è ampliata radicalmente quando ho scoperto e iniziato a costruire un “cantautorato elettronico”.
Come sono i club berlinesi? Hai percepito un’energia particolare?
Io arrivo da Nichelino, un paese nella zona sud di Torino, e non ero abituata a ritrovarmi in spazi in cui le persone vivono una libertà così totale, soprattutto in forme molto diverse da quelle a cui ero abituata: dai costumi da unicorno fino alla nudità. Una delle cose che trovo più belle è che non è permesso scattare fotografie, questo crea davvero uno spazio in cui tutti possono sentirsi liberi e senza il filtro dello sguardo esterno o dei social.
Berlino compare nel tuo disco fin dal titolo in tedesco, Bitte Leben, che però è un po' ambiguo. Ce lo spieghi?
L'oggetto del titolo e quello che prova a fare l'album è la vita nel suo avere infiniti significati, nelle sue imprevedibilità. La vita è proprio qualcosa che non può essere perimetrato. Quel “Leben” può essere tradotto come verbo “vivere”, ma anche come terza persona plurale del verbo “loro vivono”. Per come l'ho inteso io è “per favore, vivi”, e quindi provare a realizzare i nostri sogni nonostante tutto quello che ti possa accadere.
Il tedesco è percepito come una lingua molto severa, ma il titolo del tuo album è come se andasse a contrastare questa teoria anche per il significato che porta con sé. Come percepisci questa sorta di attrito?
Da italiana inizialmente avevo anche io dei pregiudizi nei confronti del tedesco, ma poi è diventato una sorta di seconda lingua madre. Io non parlo tanto il tedesco perché studiavo e lavoravo in inglese, ma era il suono di sottofondo del mio quotidiano, avendo anche all'epoca una compagna tedesca. Non l'ho mai trovato aggressivo, forse anche gli studi filosofici mi hanno indirizzato in una sorta di amore per una lingua che in poco riesce a esprimere tanto.

Quali sono gli artisti che hanno influenzato maggiormente Bitte Leben?
Nella mia top tre, al primo posto c’è Lola Young, un’artista giovanissima con una penna incredibile. Il suo progetto mi ha davvero cambiato. Ho ascoltato tantissimo This Wasn’t Meant for You Anyway, suo penultimo album, perché penso abbia una forza pazzesca. Subito dopo ti direi Kate Bush, soprattutto in termini di suoni, mentre il terzo posto è in generale della cold wave tedesca.
In Sirene sulla luna canti “vorrei essere importante, anche se mi educano al niente”. Oggi per te cosa significa davvero essere importante?
La parola “importante” nel brano non è intesa nel senso di essere famosa, ma nel senso di valere, essere vista come un essere umano: avere gli stessi diritti insieme agli stessi doveri, avere un lavoro e poter esercitare la mia dignità, nonostante viviamo in un mondo che ci educa al gioco del ribasso perché devi ringraziare se hai un lavoro o se sei una donna è meglio che non fai determinate cose.
Ascoltando La casa dei nonni emerge una sensazione precisa: quella del nomadismo. Di quando parti per andare a vivere altrove, poi torni, e ti ritrovi a rivivere le stesse emozioni di quando sei andata via.
È proprio così. È come quando guardi una fotografia di te bambina al mare: ti torna tutto — i profumi, gli odori, le sensazioni. Però è anche una situazione contraddittoria, perché in mezzo c'è la famiglia. C'è una citazione di Michela Murgia che mi è rimasta impressa: "I rapporti di sangue si chiamano così perché fanno molto male". Ecco, c'è questa contrapposizione: guardi quella foto, la associ a bei ricordi, ma poi ti ricordi anche delle tensioni, delle liti. Oggi, a trent'anni, ho capito che ci si può amare mettendo un po' di distanza — e che quella distanza, in realtà, ti tutela. Ti allontani e capisci che puoi anche assomigliare ai tuoi genitori, ma stai comunque percorrendo un cammino tutto tuo. Ci sono persone che scelgono di non tornare mai più in certi luoghi, e altre che non partono affatto. Però penso sia importante ricordare che, legate alla famiglia, esistono emozioni dolci e amare insieme — ed è un po' il sapore della nostalgia, quella cosa che ti tiene sempre un po' con la guardia alta.
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La tua scrittura nelle canzoni è molto delicata e poetica, mentre le tue dichiarazioni pubbliche su tematiche sociali sono molto forti. Esporti così ti ha più avvantaggiata o ostacolata nel tuo percorso musicale?
Penso che ognuno di noi abbia quasi un dovere nell’utilizzare il proprio privilegio e, per una serie di cose, a me è capitato di fare della mia passione di cantautrice una professione e di trovarmi anche ad avere davanti un microfono letteralmente e io non posso non utilizzare la mia voce, sebbene in piccolissima parte, a favore della giustizia. Mal tollero chi magari canta di determinate tematiche come la guerra per poi non fare un solo passo nella società civile in questi termini. Insieme all'essere una cantautrice, sono in primo luogo una cittadina e dunque è necessaria una postura politica anche se le mie canzoni non sono politiche. Ho colleghi e colleghe che invece, ad esempio, riescono a esprimere molto di più la loro politicità attraverso i testi; quello che io auspico è però una musica che sia orizzontale, trasversale, che si sporchi con la vita e che non rimanga in una torre d'avorio non toccata dalla politica. Mi ritengo fortunata anche ad avere un'esperienza politica nella musica, che è quella del collettivo di cantautrici “Canta fino a dieci”, di cui faccio parte.
All'interno del collettivo riuscite a preservare l'individualità di ognuna e si crea quasi una sorta di sorellanza. Per te cosa significa dare voce a una canzone scritta da un'altra?
Entrare nella canzone di un'altra persona è un esercizio utilissimo, perché ti costringe ad ascoltare in punta di piedi. Ti spogli dei meccanismi di giudizio che magari metti in atto quando performi le tue canzoni, e rimani costantemente in ascolto, chiedendo all'autrice cosa vuole davvero da quel pezzo. È bello ritrovarti in bocca parole che non hai scritto tu, ma che condividi perché a scriverle è una persona con cui sei cresciuta, con cui condividi idee e principi. È un esercizio di sorellanza, senza dubbio.
Che cambiamenti hai percepito nel gruppo da quando ognuna ha preso la propria strada?
Il collettivo non è cambiato. È sempre stato una casa, un rifugio — e lo è tuttora, nonostante le nostre vite siano andate in direzioni diverse. È un luogo libero dal giudizio, dove ci divertiamo a fare quello che amiamo. Spero rimanga sempre così, e auguro a tutte noi delle carriere incredibili.

Ora sei tornata in Italia, a Milano. Come vivi questo ritorno?
Molto bene! Sono vicina alle persone che amo, e Milano mi sta dando tantissimo: c'è novità, c'è gente interessante. Per me è molto stimolante.
Se Nichelino, Berlino e Milano fossero tre persone, che tipo di relazione avresti con ciascuna? Ti sembrano tre parti di te che dialogano oppure fanno fatica a capirsi?
Nichelino è la relazione sana che si ha con la propria famiglia, rappresenta il luogo dove sono nata e in cui mi sento completamente tranquilla. Berlino la definirei una compagna, una relazione scelta che alimenta la mia libertà e che mi spinge piuttosto che frenarmi, lasciando spazio al cambiamento. Questa è una qualità che nelle relazioni considero estremamente coraggiosa. Milano, invece, è un’amicizia che tende all’utile. Devo dire che come città mi ha sorpresa molto, è come se avessi recuperato una dimensione di quartiere, essendoci tantissimi expat è davvero un ambiente interessante.
È in arrivo un tuo tour: come te lo immagini, come lo stai preparando e come ti stai preparando tu?
Per me è un grande onore. Ho messo su una band che vuole suonare con me, stiamo provando fino alla nausea — e sono davvero grata di questa opportunità. Non vedo l'ora.
Quest'anno suonerai al MI AMI per la prima volta. Che rapporto hai con questo festival?
Il mio rapporto si basa su una sensazione di spicyness — o, per dirla in modo meno ironico, di timore reverenziale. È un festival a cui non ho mai partecipato, neanche da spettatrice, perché sono stata spesso fuori dall'Italia. Ne ho sempre sentito parlare, però. Quando ho letto la lineup completa mi sono proprio cappottata. E poi pensa: oltre a suonare — che di per sé è già incredibile — potrò girare lì in mezzo e bermi una birra con artisti di cui ho i dischi a casa. È una sensazione assurda, nel senso buono. Anche un'occasione di apprendimento. Non vedo l'ora. E sono anche felice che esistano festival così longevi — in un mondo così veloce, è bello che ci siano delle istituzioni che resistono nel tempo.
L'intervista è stata realizzata dagli studenti e dalle studentesse del corso di giornalismo musicale della Better Days School: Sara Velardo, Giorgia D'Emma, Claudia Pezzimenti, Benedetta Buongiorno, Sofia Grilli, Paola Monselli, Francesca Cocchiara, Thomas Bollini, Agata Cipiciani, Marco Scipolo, Aureliano Petrucci, Camilla Sartorello, Amalia Ancora, Annalisa Libbi, Maria Giovanna Migliaro.
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L'articolo Francamente: "La musica deve sporcarsi con la vita" di La classe della Better Days School è apparso su Rockit.it il 2026-04-28 11:37:00

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