Francesco Di Bella: fino a Gianturco a piedi Intervista

10/10/2016 di

Incontro Francesco allo Scugnizzo Liberato, uno spazio occupato (o meglio, liberato) al centro di Napoli, in un ex monastero del ‘500 ed ex carcere minorile. L’ex 24 Grana è reduce da altre interviste e da uno showcase di presentazione del suo primo album di inediti, “Nuova Gianturco”, in uscita lo stesso giorno, ma ha sfidato il traffico del centro cittadino di venerdì sera per suonare qualche pezzo in acustico alla festa che gli attivisti hanno dato per festeggiare il primo anno di riqualificazione della struttura e attività sociali/culturali. Non è facile trovare un posto tranquillo dove parlare, c’è molta gente e Francesco viene fermato ad ogni passo da vecchi amici, compagni, conoscenti, o da qualche ragazzo o ragazza con la metà dei suoi anni che dichiara amore assoluto per lui e le sue canzoni. Due minuti di chiacchiere non li nega a nessuno, come mi dirà dopo “io e mia moglie viviamo una vita da precari, con un mutuo, i figli, lei con il mio lavoro io con il suo. Fatico a sentirmi diverso o distante da chi non sale su un palco, secondo me il mio è nu mestiere comme n’ato. Certo, si tratta di musica, di poesia, tutto quello che vuoi, ma ha una funzione sociale e qualcuno lo deve pure fare.”
Alla fine ci sistemiamo sulla terrazza panoramica dell’edificio, con affaccio sul centro storico e sul Golfo, un po’ scomodi ma a distanza di sicurezza dalla musica e dal via vai. E poi, vuoi mettere la vista?

Iniziamo dal principio, “Nuova Gianturco”. Per chi non lo sa, per chi magari ci legge da altre parti di Italia, cos’è Gianturco e cos’è la “nuova” Gianturco?
Gianturco è un quartiere alla periferia est di Napoli, è quel quartiere che guardi, secondo me, dando le spalle al mare. È quindi un’altra percezione di Napoli: già parti diversamente, non ti lasci incantare da questa bellezza (indicando il panorama, ndr), ma guardi verso il Vesuvio, verso la Terra di Lavoro, verso Pomigliano d’Arco e tutta quella zona lì. Simbolicamente, vuol dir tanto, perché è anche il quartiere della stazione, quindi da dove arriva e parte la gente. È il quartiere che doveva rappresentare il rilancio di Napoli, perché quando fu edificato il Centro Direzionale (zona di uffici adiacente a Gianturco, ndr) doveva essere un po’ l’avanguardia e il volano della città ed è il quartiere delle raffinerie, quello più industrializzato e uno di quelli che è stato più inquinato. Poi è stato svenduto e adesso appartiene poco alla popolazione della zona; io non sono un territorialista, però guardare un progetto sfuggirci di mano ti fa fare comunque delle domande. In più è stata la prima periferia che ho visto sorridere, negli anni ‘90, grazie a un’attività dal basso, quella del centro sociale Officina 99: Officina ha creato una connessione con il quartiere ed ha attivato una rete di soggetti che hanno iniziato a rendere la periferia più colorata. Quello che rappresenta il titolo del disco, insomma, è un auspicio.

È un quartiere che in qualche modo ti appartiene, quindi.
Sì, non ho mai vissuto a Gianturco ma l’ho vissuta. “Fino a Gianturco a piere”, come canto nel pezzo, perché a piedi a Gianturco ci sono passato per i cortei, le manifestazioni, o la notte per tornare da Officina. È un quartiere che mi appartiene in questo senso.

A Napoli, sull’onda lunga e oggi molto diversa di esperienze come Officina 99, oggi si muove molto.
Non ci deve sembrare molto lontana però, sai? Perché se no è come se la cosa non ti appartenesse. Invece è stata la coerenza e la forza di volontà di tanta gente come me di portare avanti quelle istanze e quelle esperienze a fare in modo che, in maniera molto naturale, si arrivasse dove si è oggi.

Sicuramente c’è un filo rosso che non si è mai spezzato, nonostante le forme siano molto diverse. Quello dove siamo oggi è un esempio dell’ultima generazione di spazi liberati in città, esperienze che puntando sulla connessione con il tessuto sociale cittadino e riqualificando strutture di interesse collettivo o storico, per molti cittadini si stanno configurando come veri e propri beni comuni. Pensi che questo tipo di attivismo politico/sociale possa essere anche un antidoto la marginalizzazione delle periferie come quelle di cui canti nel disco, laddove lo Stato spesso è assente o ha fallito?
Si, sono l’unico antidoto possibile, secondo me. È quello che poi ho rilevato meglio anche grazie alla mia attività di musicista, che mi ha portato in giro per periferie e province che ho visto sempre riattivarsi nella maniera più bella e spontanea proprio quando qualcosa si muoveva dal basso.

A proposito di questo, cosa ha rappresentato per te il legame fra musica e movimenti sociali? 
È un legame che sento in particolar modo. Per riconnetterci a “Nuova Gianturco”, proprio ad Officina 99 ho trovato il terreno per sperimentare: c’era il folk che veniva dalla Pomigliano operaia, dalle tammorriate di gruppi come E’ Zezi, e contemporaneamente c’erano il punk, il metal e il reggae che giravano ad Officina, i 24 Grana sono usciti fuori così.N

Nel disco c’è anche un pezzo con i 99 Posse. Loro sono un gruppo con cui hai un vissuto importante in comune, e che per la prima volta sono ospiti in una tua canzone
Sì, sono stato prima io ospite da loro su “1234” in “Curre curre guagliò 2.0”. Con i Posse abbiamo condiviso tanti tour, tante cose, e poi io lo dico sempre: la prima volta che ho ascoltato ”Curre curre guagliò”, all’epoca, quando ero guaglione pure io, ho cominciato a correre e non mi sono fermato più. E come me tanti, perciò ci tengo ci tengo sempre a ribadirlo, penso che quella sia stata la scintilla.

La canzone si chiama “Aziz”, e racconta prospettiva di un migrante. Solitamente i quartieri periferici sono quelli che finiscono ad assorbire la maggior parte dei flussi migratori urbani, e spesso in quelle situazioni l’integrazione e la convivenza diventano più difficili che altrove. Da quali esperienze nasce il testo?
“Aziz” nasce da un incontro nel quartiere dove vivo attualmente, il centro storico di Salerno, che è un centro storico ma in realtà come popolazione è un po’ una periferia del centro perché, come a Napoli, nei vicoli c’è un’alta percentuale di migranti. E la storia l’ho presa da un ragazzino che incontro spesso mentre prende l’autobus per la scuola con gli altri bambini, immaginando che ragazzi come lui crescono troppo in fretta.

Lo dici proprio nel brano, infatti. Però poi si tocca anche il tema dell’imperialismo, delle guerre e delle ingerenze occidentali che sono fra le cause delle recenti ondate migratorie.
Esatto. Grazie anche al supporto di Luca (O’ Zulù dei 99 Posse, ndr) e delle sue immense liriche, abbiamo costruito una soggettiva che andava al di là di come un bambino poteva vedere questo mondo nuovo. Le canzoni quando sono vere devono sempre partire da qualcosa di empatico e questa sicuramente è partita dall’effettivo incontro con la prospettiva di un bambino, ma poi con Luca e gli altri 99 Posse abbiamo voluto allargare un po’ il discorso.

Un altro featuring che salta all’occhio è quello con Neffa su “Progetto”. Una collaborazione che a prima vista potrebbe sembrare insolita, ma che nella realtà non lo è: hai parecchie cose in comune con lui e con il suo percorso
Neffa è anche lui un personaggio di Gianturco. Voglio dire, appartiene comunque a quell’immaginario: parte come batterista hardcore nei Negazione, frequenta i centri sociali, fonda la posse dei Sangue Misto… “Messaggeri della dopa” è un disco che è stato ed è ancora una delle soundtrack dei centri sociali.
“Progetto” racconta una sorta di “nostalgia del futuro”. Secondo me il futuro ci è negato, ultimamente, e quindi noi in un certo senso ne proviamo nostalgia, perché quando eravamo bambini invece vivevamo per quello. Mi sembrava perfetta la voce nostalgica di Neffa per raccontare questa idea di come a volte i nostri progetti naufragano perché magari “le basi” non li sostengono. Tra l’altro la sua voce per me è una delle migliori del “pop alternativo italiano”, non so come definirlo. Ma a me anche quando canta, non so, “Un mondo nuovo”, racconta l’industria, il Livello57, non racconta le solite cose.

Invece l’unica cover del disco è “Briganti se more” dei Musicanova di Bennato e D’Angiò, una canzone che nel tempo è diventata per molti una sorta di inno meridionale. Come spesso succede dal vivo, la canti con Dario Sansone dei Foja e Gnut, due esponenti della nuova scena cantautorale napoletana a cui, in un’intervista di qualche tempo, ti riferivi come “nuovo folk delle nostre parti”
Il folk è la musica che racconta le storie alla gente, e qua mancavano un po’ di storie che parlavano di questa generazione, ora lo si sta facendo. “Briganti se more” è una canzone che, negli anni ‘90, si sentiva cantare quasi tutti i giorni a Piazza San Domenico (uno dei ritrovi storici della Napoli “alternativa”, ndr) da qualcuno in mezzo alla strada. Ho voluto fare una sorta di mio omaggio alla nuova scuola folk, passando il testimone con questo che per me è un inno molto importante, che è interessante portare alle nuove generazioni. Avevo paura che questo pezzo si dimenticasse, so che non è successo perchè è appunto una canzone importante e sempre molto suonata. Avevo in testa di fare questa cover veramente da vent’anni e non è la prima volta che faccio canzoni dei Musicanova, che secondo me è stata un’esperienza molto importante.

Infatti con i 24 Grana hai suonato anche “Canto allo Scugnizzo”, canzone dedicata ai ragazzini che presero parte alle Quattro Giornate di Napoli. È bello parlarne proprio oggi, perché ricorre l’anniversario dei moti e perché fra quei ragazzi c’erano i detenuti scappati dalla struttura dove ci troviamo, allora carcere minorile
Esatto, è un pezzo che non suonavo da un po’ ma a cui sono molto affezionato. I canzonieri a cui preferisco riferirmi sono proprio quelli di gruppi come Musicanova o Zezi, piuttosto che quelli della canzone classica napoletana, ripescando ad esempio “Vesuvio” o “Lu cardillo” anziché cimentarmi in versioni di “Malafemmena” o altri classici. Nella musica popolare ripresa da quei gruppi c’è un’idea di canzone a cui sono legato, quella della canzone come cronaca, che è anche quella del folk americano di Woody Guthrie o Bob Dylan. Le canzoni così, alla fine, sono anche un documenti storici: riprendono episodi che rischiano di essere dimenticati, come per esempio “A Flobert” dei Zezi che riprende un episodio ben preciso (un tragico incidente in fabbrica che nel 1975 costò la vita a 12 operai, ndr) che è bello sia raccontato in una canzone. Insomma, io amo questo tipo di musica.

Tornando invece al nuovo folk, trovo sia molto bello il rapporto che hai con questa generazione di musicisti napoletani: ti possiamo trovare sul palco dei Foja o in un loro disco e viceversa, però tu hai alle spalle un’esperienza enorme che è sicuramente una fonte di ispirazione importante per chiunque suoni questa musica oggi a Napoli. In qualche modo, però, si può dire che anche tu hai subito l’influenza di questa generazione, che stava nascendo all’epoca di un progetto di impronta cantautorale come “Ballads Cafè”?
Be', diciamo che il primo album più cantautorale che ho fatto è “Ghostwriters” dei 24 Grana, dove c’è “Accireme” che è proprio in quello stile là, chitarra acustica e ballata. Penso che quel pezzo sia stato l’inizio della nuova ballata folk in napoletano perché, insomma, ha preso bene un sacco di gente. Ricordo che quando uscì ci fu una bella reazione, mo’ no pe m’attiggià, solo per ricostruire la cosa, ma “Accireme” potrebbe essere un po’ un archetipo di questo tipo di canzoni. È un’ipotesi (ride).

Sicuramente sei uno di quelli che ha fatto scuola per l’utilizzo del napoletano in certi contesti musicali
Quando abbiamo fatto le prime cose i nostri modelli, tipo Kurt Cobain, erano americani, lontani. Ma non possiamo essere proprio come gli americani, viviamo un modello culturale diverso e in un certo senso amma fa’ gli italiani, amma fà e’napulitan. Quindi abbiamo iniziato a prendere la loro lezione di rock indipendente per portarla qua e cercare di comunicare con la nostra lingua, con le frasi che si dicono in strada. In America molte canzoni funzionano perché usano lo slang, che è un po’ come usare il dialetto. Noi quando vogliamo dire una cosa e a vulimme dicere o’veramente, usiamo il dialetto per sottolinearla e nelle canzoni è successo questo. Ho iniziato a scrivere canzoni in napoletano perché volevo metterci quello che ci diciamo per strada.

A proposito di rock indipendente, fra le tue frequentazioni musicali ci sono alcuni dei nomi più importanti del rock indipendente USA e della cultura DIY: sul nuovo disco ci ha suonato anche Joe Lally, bassista dei Fugazi, mentre l’ultimo lavoro dei 24 Grana, “La stessa barca”, è stato registrato con Steve Albini.
Lo conosci? Be', i Fugazi sono stati un ideale per i 24 Grana, il loro ideale di indipendenza era il nostro ideale di indipendenza. Anche Steve Albini, per chi è appassionato di rock americano è un personaggio importante. Registrare in presa diretta con lui è stato un regalo che ci siamo fatti noi come 24 Grana dopo tanti di carriera, era da tanto tempo che volevamo registrare un disco non “a mattoncini”, ma proprio suonando tutti insieme, intensamente, in studio.

In “Nuova Gianturco” invece la produzione è di Daniele Sinigallia, già al mixer su “Ghostwriters”. Rispetto a “Ballads”, che riportava le canzoni alla loro dimensione essenziale, il sound è più stratificato, gli arrangiamenti più complessi
Sì, ci sono più chitarre, più ritmo, sicuramente. C’è anche un motivo squisitamente a appassionatamente musicale, dietro tutto questo: quando hai la possibilità di scrivere musica in uno studio, con dei musicisti molto bravi come Andrea Pesce, Alfonso Bruno, Alessandro Innaro, Daniele Sinigallia, Joe Lally, Ivo Parlati, Laura Arzilli e tutto il team che ha suonato sul nuovo disco, inizi a comporre il disco che ti piacerebbe fare, non so se mi spiego. Io avevo degli obiettivi, essendo un grosso consumatore di dischi che compra vagonate di vecchi vinili, ho un orecchio particolare per le produzioni e quindi in testa avevo tanti tipi di produzioni, molto diverse ma tutte, in generale, abbastanza raffinate. Ultimamente sto citando “Graceland” di Paul Simon per far capire l’integrazione fra folk e ritmo mediterraneo e africano che sta alla base di questa appassionata ricerca.
Produrre dischi così può essere un punto di partenza per cercare un sound, per le canzoni che avevo inciso in “Ballads Cafè” quello era un punto di arrivo per la canzone, quello del voce e chitarra.

 

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