Se pensiamo alla musica di Bristol, è facile che ci venga in mente una scena precisa: quella dei Massive Attack e dei Portishead, di quel trip hop che sarebbe affiorato tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90, rendendo la città inglese un epicentro musicale importantissimo. In tempi più recenti sono stati gli Idles a darle nuovamente lustro, grazie alla nuova ondata post punk degli ultimi anni. In questa brulicante e vivissima scena c'è però anche un musicista che più italiano non si può, tanto da non aver mai adottato l'inglese per i suoi brani, preferendo concentrarsi sulla scrittura in italiano. Si tratta di Franco Franco, nato a Napoli, cresciuto a Prato e finito a Bristol per imparare l'inglese, fino a rimanerci diversi anni.
Da lì Franco si è poi spostato, trasferendosi a Brema prima e a Berlino poi, dove attualmente risiede. Un pezzo di cuore è però ancora lì, a Bristol, dove ci sono diversi artisti e producer con cui continua a collaborare. Come per esempio Kinlaw, musicista con cui ha lavorato su diversi dischi, compreso il più recente Faith Elsewhere. Vista una carriera così atipica e affascinante, ci restava solo una cosa da fare: intervistarlo.
In che contesto sei cresciuto artisticamente?
Da bambino ascoltavo musica accumulata dai genitori — cantautorato italiano (Dalla, Zucchero, De Gregori, De André) e rock classico anglofono (Supertramp, Toto, Pink Floyd, Queen) — più la musica passata da vari cugini più grandi o in voga allora: 883, Lunapop, Articolo 31, Tiziano Ferro, oltre a MTV e All Music. Con la pubertà e nuove conoscenze cominciai la mia ricerca personale, principalmente attraverso Wikipedia come mappa e l'internet come cava dalla quale estrarre a volontà e sentimento tutto quello che avrebbe potuto piacermi. I più ascoltati in quegli anni: punk rock commerciale e melodico, ma anche quello degli albori inglesi, diverse band del revival garage britannico anni 2000, new wave (specie i Cure), rap italiano, rock e pop elettronico, big beat, witch house, nu-metal (specie i RATM), band italiane come TARM e 24 Grana.

Quando ti sei appassionato davvero al rap?
Verso la fine delle superiori presi la capata finale col rap, italiano principalmente, e per gli anni a seguire fu quasi solo quello, con tutte le sue tangenti — il movimento hip hop, il sampling e, di pari passo, l'elettronica. Dal 2012 circa cominciai a scrivere i miei testi, e con la fine della scuola, insieme ad altri due amici — Dario (Maremmario) e Giacomo (Saito) — adibimmo una cantina condominiale a studio musicale. Tra chi lavorava e chi frequentava l'università, il progetto-studio divenne un accentratore di intenti artistici e di condivisione al di là della quotidianità. Il posto veniva usato come ritrovo per stare insieme, chiacchierare, sperimentare con le macchinette ed eventualmente anche per fare musica — musica che in parte travalicò ampiamente i confini pratesi, come i beat tape lo-fi di Saito. Tra varie jam e freestyle tra di noi, registrammo un album con i beat di Saito e i testi che scrivevo da tre anni a quella parte.
Poi sei arrivato in UK, per la precisione a Bristol. Perché lì?
A metà strada per evitare Londra e la fascinazione per le mitologie trip-hop e dubstep che in quel periodo erano nel mio focus. Fu una cosa genuinamente sporadica, dettata dalla necessità di evadere un ambiente lavorativo esasperato e dalla curiosità, appena ventenne, di esplorare miti culturali che alimentavano la mia immaginazione. La continuità musicale col rap avvenne principalmente per fattori ambientali: col tempo si formò una comitiva di coetanei affini con cui era prassi fare freestyle e, in generale, infottarsi di musica — cosa che, a livello personale, mi aiutò a mantenere la pratica attiva.
Che città era Bristol? E come ti sei avvicinato a Noods Radio?
Come oggi pullulava di eventi musicali giornalieri, molti dei quali gratis o a prezzi accessibili. Dedicai tutto il tempo libero dagli impegni alla musica e alla socialità attraverso di essa, quindi l'impatto con la città fu più che entusiasmante. Nello stesso periodo conobbi uno dei ragazzi di Noods, e poco dopo aprirono il primo studio nella micromansarda di un locale in centro città chiamato Surrey Vaults. Vivendo in periferia, mi ritrovavo a spendere lì molti pomeriggi post lezione. Assistendo i residenti in studio nell'aspetto tecnico della trasmissione streaming fui esposto a molta, molta musica, il che ampliò la mia prospettiva su quanta ne esistesse che non conoscevo, affinando le mie sensibilità e i miei gusti personali.

Poi che accadde?
In quei due anni, quasi un bootcamp di ascolto musicale, conobbi via via tutte le persone con cui avrei collaborato — Kinlaw, Miles di Bokeh Versions, Amos di Young Echo e quasi tutto il collettivo Avon Terror Corps. La chiusura del Surrey Vaults nel 2017 e la riapertura repentina della radio sopra un altro locale, insieme alla presenza del Brunswick Club (altro posto di aggregazione creativa e concerti DIY) e altre cellule ostinate a promuovere musica ed eventi sui generis, provarono una connessione locale abbastanza solida da poter continuare a sviluppare progetti in chiave collettiva. Credo che la miscela di esperienza positiva di spazi condivisi (anche ideali e immaginari) dove il fare è al centro del discorso, la volontà di mantenere la luce accesa, e un gusto per la sperimentazione rumorosa costituisse il carburante che alimentò le operazioni in quel periodo.
Cosa vedono nella tua musica e nel tuo background italiano?
Nel mio caso credo che lo straniamento evocato da una lingua incomprensibile, mischiata alla ritmicità e animosità del rap, costituisca il più dell'intrigo. In un contesto dove la musica strumentale già funziona bene, l'aggiunta della voce come strumento ritmico e tonale, piuttosto che strettamente comunicativo, porta l'ascoltatore interessato a immaginare significati e messaggi in base all'emozione che la musica d'insieme evoca. Ho sentito dire molte volte, da gente che ascolta musica assiduamente, che il significato delle parole non è comunque quello che cercano nell'ascolto di musica cantata anche in una lingua a loro comprensibile — o almeno non è priorità. Forse in un contesto locale di musica strana come quello in questione, anche l'esoticità di una lingua incomprensibile può giocare il suo ruolo se accostata a una performance live che comunica un'emozione.
E cos'hai preso tu invece da quel contesto?
Quello che ho assimilato di più credo sia l'imperativo del DIY come visione e realizzazione. Molte persone che ho incontrato erano — e sono — focalizzate sulla propria musica o arte in generale, priorizzando la realizzazione (album, concerto, etichetta/collettivo) piuttosto che lo status che ne può derivare (successo/insuccesso). Questo forse aiuta a mitigare i tratti dell'individualismo fine a se stesso, e lancia un segnale implicito di invito alle persone interessate e inclini, ma ancora inattive, a rendersi partecipi piuttosto che a stare a guardare. Cosa che, a mio gusto, costituisce un valore ideale da ricercare e valorizzare in una comunità artistica — se non in una comunità in generale — ovvero quello della partecipazione piuttosto che del consumo. Con questo non voglio dire che sia sempre così, né per tutti i caratteri e le personalità, né che sia una condizione unica di Bristol — anzi. Ma resta, per me, l'aspetto della loro cultura che più mi ha ispirato.

Come nasce la collaborazione con Kinlaw?
In questo contesto mi trovai a fare un freestyle durante uno show serale di Ceramics, trasmissione radio di Kinlaw su Noods, e di lì a poco cominciò a mandarmi dei beat. Nel periodo che precede la registrazione di Mezzi Umani Mezze Macchine registrammo altre comparse freestyle in radio, dalle quali venne estratto il primo pezzo, Agglestone, pubblicato sull'EP di Kinlaw Drax per Haunter Records tempo dopo, oltre a un freestyle per la radio pubblicato su YouTube. Registrammo Mezzi Umani Mezze Macchine due o tre pezzi alla volta, in uno studio rental fai-da-te con scheda audio, casse e microfono. Il processo fu strampalato ma rapido e indolore: ogni sessione durò circa due ore, con diversi testi e beat solo abbozzati, e alcuni pezzi improvvisati sul momento. La cosa che ricordo con più piacere di quel periodo è la percezione di essere in un flusso ben avviato — tutto tornava senza dover fare troppi giri. Il risultato dell'album ci convinse subito: era un render sonoro fedele, in qualche modo, all'impeto e all'improvvisazione che mettevamo nei live e nel collettivo in quel momento. Fu la seconda release di Avon Terror Corps, nel 2019 — un anno speciale un po' per tutte le persone coinvolte.
Da lì che avete fatto?
Con la freschezza in poppa arriva il 2020, il Covid, il deserto. Lavoriamo a Mega dopo Mega, processo direi opposto al primo: lento, tediato e titubante, specchio anche del periodo, immagino. Quello che nacque dal processo, al di là della musica astrusa e metallica, credo fu almeno la volontà di scostarmi da temi esistenziali in chiave depressiva — non tanto per le canzoni in sé o per l'amarezza della realtà dei fatti, quanto per non rendere la mia scrittura dipendente da uno stato d'animo in cui viene negata anche la possibilità di desiderare. Un po' da questa realizzazione, e dalle direzioni più apertamente melodiche di Kinlaw, arriviamo a Faith Elsewhere. Non credo sia un album positivo nella superficialità del termine, ma quanto meno più cosciente e proattivo — un po' come l'ultimo colpo di reni prima di perdere l'incontro, per rubare un'analogia al wrestling. Questo album è stato quasi un lavoro d'assemblaggio, con parte del materiale lirico già esistente e sparso in varie collaborazioni tra il 2022 e il 2025. Il contenuto dei testi è frutto di una presa di posizione che si è delineata nel corso del tempo, e quindi non pienamente anticipabile fino alla stesura dell'album. Il processo racchiude in sé la strampalata efficienza del primo, perché registrato quasi furtivamente nei ritagli di tempo disponibili — mi ero infatti già spostato in Germania, e tornavo a Bristol per lavorare con Kinlaw e cercare la quadra.
Qual è il valore aggiunto che ci mette una persona così al tuo fianco?
In questo tipo di situazioni l'approccio pragmatico alla produzione di Kinlaw è la toccasana: mette fiducia nell'attimo, accettandolo con le sue imperfezioni e leggerezze — as long as it works. Credo sia una skill trasferita dalla sua pratica fotografica, ed è un'attitudine che, essendo quasi all'antipode della mia (specialmente in studio), ammiro ancora di più. Musicalmente il suo stile per me sta tra le nuvole nel cielo e i macchinari esausti che girano fuori tempo massimo. Invito chi non è familiare ad ascoltarsi la sua discografia precedente e il suo nuovo progetto, Norman Church, che vira su territori nuovi ma altrettanto coerenti. Anche se la musica è la cosa che ci lega di più, siamo anche amici, e mi dispiace molto che non viviamo più nella stessa città: con la vita, e ora la distanza di mezzo, è molto più difficile beccarsi in generale, e ancora di più fare cose insieme.

Com'è la vita a Berlino?
Di Berlino in particolare apprezzo l'internazionalità, l'architettura e l'infrastruttura dei mezzi pubblici, specialmente su rotaia. So che impallidiscono davanti agli incastri di efficienza mobile cinese e giapponese, ma restano comunque una novità per me, che è la prima volta che vivo in una grande città. Per come me la vivo c'è molto da girare, ed è attraverso l'esplorazione fine a se stessa (in stagioni favorevoli) o il commuting che il posto mi sta dando le ispirazioni più benefiche al processo creativo.
Che rapporto hai con l'Italia e la musica italiana?
In Italia c'è la mia famiglia, e cerco di tornare il più possibile senza sballottarmi troppo. Per il resto, routine credo condivisibile in linea di massima da chi vive fuori: seguo i vari misfatti, fatti e strafatti con assiduità; da un paio d'anni faccio pure vacanza estiva per ripigliarmi dal pallore centro-europeo e concedermi una temporanea romanticizzazione dei beni culinari e geografici della madreterra. Ascolto la musica italiana che mi piace tanto perché ne capisco le parole e le pene con istintività. Cerco di seguirne l'evoluzione, fallendo, perché incastrato nell'ascolto di artisti datati (solo cronologicamente) che mi fanno piangere di gioia o sentimento a seconda del momento. Non so se avrei potuto avere più ascolti in Italia: considerando che artisticamente parlando ho messo la fronte fuori dal buco grazie a persone che non mi capiscono neanche quando parlo normalmente, figurarsi per il mio rap, mi sembra già incredibile che qualcuno mi ascolti in assoluto. Detto ciò, nel corso del tempo non posso negare di aver ricevuto riscontri molto positivi e scalda-cuore da chi, oltre alla musica, apprezza anche quello che voglio comunicare nel rap (rispetto e grazie, perché comunque ci vuole dedizione) — il che mi è bastato e avanzato per proseguire sulla mia strada.
Hai qualche legame in patria dal punto di vista artistico?
Dal 2019 a oggi ho avuto modo e privilegio di stringere legami d'intesa ed eventuale amicizia in varie città: Mistomame e Radio Blackout a Torino, SINCE crew e Fanfulla a Roma, Udicesima Casa e Freak Out a Bologna, Spazio Materia e Fango Radio tra Prato e Pistoia, EKS e Perditempo a Napoli. Queste persone, questi collettivi e questi posti hanno accolto varie mie proposte, regolarmente e in diverse fasi, sbattendosi a volte per farle accadere. Tramite questi rapporti ho sviluppato spunti di riflessione sul perché continuo a fare questa cosa e sulle modalità di collaborazione che, tramite immaginazione e tanta sbatta pratica, vogliono creare situazioni in cui in genere si riesce a dare il meglio di sé, si sta bene nel proprio e insieme, si partecipa e ci si prende cura. Per questi motivi le tengo vicino al cuore, e spero che vadano avanti.

Ci dici tre artisti italiani che ti piacciono?
Massimo Volume, Radio Hito, Tricarico.
Le tue ispirazioni in assoluto, invece?
Alan Vega e i Suicide, l'hip hop, le avanguardie artistiche del '900.
Come definisci la tua musica? C'è uno o più generi in cui accetti di essere "infilato"?
Nove volte su dieci mi ritrovo a farla con persone fisicamente vicine in quel momento della mia vita, che mi piacciono o che trovo interessanti come stile musicale — e viceversa — quindi credo "collaborativa" sia una tag adeguata. Poi, la mia espressione principale è attraverso la scrittura o l'improvvisazione rap, con tutti i suoi canoni: direi che, a livello di generi, sicuramente il rap ci può stare. Non credo che molti nell'hip hop mi accoglierebbero per questioni stilistiche, ma la mia matrice è comunque quella. Anche se di terza o quarta mano, la cosa che più mi ha catturato dell'hip hop sin dal primo approfondimento è stato l'assioma individuo-stile, specie nella narrazione di aspetti della propria vita, della propria estetica e filosofia — l'espressione di sé più wild e creativa, ma al contempo integra e idealmente presente in tutte le sue varie forme e media. Quindi, magari smussando e adattando quei limiti al mio gusto — a volte un po' troppo rigidi per me — mi sento comunque di aver tenuto fede almeno a un distillato di quei principi. Da un punto di vista prettamente musicale, invece, collaboro con gente dai background e dalle intenzioni più svariate, quindi "sperimentale" si potrebbe usare come termine ombrello — magari un po' generico, ma comodo. Di base voglio essere libero di fare quello che mi pare musicalmente, e non mi interessa troppo la categoria. In alcune occasioni è stato piacevole imbattermi in gente sconosciuta che si è rivelata ascoltatrice — che sia per la performance, l'attitudine, la musica, il rap o i testi — ricettiva a questo approccio.
Cosa ti fa proprio schifo della musica oggi?
Diplomaticamente e onestamente ti dico che da un po' di tempo c'è tanta roba che mi strazia molto più di qualsiasi cosa inerente alla musica, quindi cerco di tenerla lontana il più possibile.
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L'articolo Franco Franco fa rap per chi non parla italiano di Redazione è apparso su Rockit.it il 2026-08-11 16:23:00

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