Le canzoni so’ piezzi e’core: la storia di Franco Ricciardi da Mario Merola alla trap Intervista

28/07/2017 di

In un momento in cui c’è forte attenzione verso Napoli e i suoi prodotti culturali, Franco Ricciardi è uno dei nomi più interessanti a cui guardare per capire come la musica popolare napoletana possa riuscire a rimanere al passo con le sonorità contemporanea senza essere una parodia di se stessa, musealizzarsi e iniziare a puzzare di muffa.
Lo abbiamo incontrato in una calda giornata di metà luglio a Piazza Carlo III a Napoli, all’ombra (solo simbolica purtroppo) dell’enorme e semi inutilizzato Real Albergo dei Poveri, per parlare della sua carriera e del suo nuovo album, “Blu”. Fra un selfie con qualche fan di passaggio e l’altro siamo riusciti, nonostante il rap napoletano che pompano dal bar accanto, a farci raccontare i suoi primi trent’anni di musica, dalle produzioni neomelodiche a quelle trap degli ultimi singoli, passando per Scampia, Gomorra, David di Donatello e hip hop di qualunque latitudine.



Ciao Franco, vorrei iniziare con una premessa: siamo su una testata che probabilmente buona parte del tuo pubblico non conosce, così come buona parte dei lettori di Rockit forse ancora non conosce Franco Ricciardi o lo conosce da poco. Quindi prima di arrivare al 2017 e a “Blu”, mi piacerebbe ripercorrere un po’ tutta la tua carriera, Cominciando dall’inizio, ovvero trent’anni fa, giusto?
In realtà io canto da sempre. Come carriera, il primo disco ufficiale è stato nell’ottobre '86. Però ancora prima ci sono state delle cose, il primo talent, “Clap Clap” su Rai 2 con Barbara Boncompagni nell’85 e ancora prima cercavo di fare sempre. Però sì, ufficialmente è dall’86.

Quali erano le tue influenze allora?
La mia influenza è sempre stata la musica a 360 gradi. Non ho miti, una cosa che forse rimpiango pure. Tutti quanti hanno un mito e io no, non ce l’ho. Mi piaceva tutto, da sempre mi piace quello che mi emoziona. Negli anni '80 mi piaceva un po’ di tutto, Micheal Jackson, Bruce Springsteen e anche Mario Merola. Può sembrare assurdo ma per me è giusto così, parto da quello che mi emoziona e poi vado a vedere chi è, che fa. L’importante è non avere preconcetti.

Ho letto da qualche parte che a volte ti senti quasi “un altro Franco Ricciardi”. Cosa è rimasto invece dell’artista che eri all’inizio e che rapporto hai con i tuoi primi anni di carriera?
Non è che sono un altro Franco Ricciardi, questo è solo un Franco Ricciardi per cui sono passati un po’ anni. Lo dico anche in un pezzo di “Blu”, “so sempre chillo, chillo e tant’anne fa”. È strano parlare in terza persona, non lo faccio mai, però alla fine quello che è l’anello di congiunzione di tutto quanto è proprio Franco Ricciardi. Da sempre ho cercato di cambiare, già il primo disco per me già è stato una specie di cambiamento. Io venivo dalla dance anni '80, se vai ad ascoltare il pezzo del 1985 “Nuvole”, era un brano che suonava diversamente da quello che è venuto dopo, l’occhio guardava a quello che girava nel mondo ed essendo giovanissimo cercavo non di imitare, ma di fare quello che facevano in giro ovunque e non solo in casa mia.

L’etichetta di neomelodico ti pesa ancora addosso? Come la vivi?
No, assolutamente. Non mi pesa per il semplice fatto che prendere le distanze o non prendere le distanze da qualcosa la vedo una cosa abbastanza sciocca, capito?

A proposito di pregiudizio, a volte quando si parla di te si dice che prima facevi musica neomelodica ma poi sei andato avanti, un po’ come si ti fossi redento da un peccato originale. Ti sta bene questo tipo di racconto?
A me non sembra, ma comunque per me nulla è stato mai un errore e lo vai a vedere quanto ad esempio ancora oggi ripropongo “Treno” insieme a Rocco (Hunt, ndr) o “Prumesse” insieme a Enzo Dong, il vecchio con il nuovo. Vai a modificare, a rinnovare, però tenendo fede a quello che è stato senza rinnegare.



Recentemente ho letto un’intervista in cui Ivan Granatino diceva che prima la parola “neomelodico” lo spaventava, ma poi ha imparato a distinguere fra la musica neomelodica che viene dalla tradizione musicale napoletana e quello che invece è semplicemente trash. Ti ritrovi in questa distinzione?
Non è che non sono d’accordo, ma come ti dicevo prima io al di là di qualsiasi cosa porto rispetto per tutto e tutti, non mi va di dire trash o non trash perché ognuno fa delle cose e crede nelle cose che fa. E già ad un “credo” degli altri io porto rispetto. Per me è uguale, tutti quanti fanno musica, la amano e poi ognuno la fa in un modo, in base ai suoi concetti. Poi se mi interessa ascolto, se non mi interessa vado avanti.

Tornando a te, negli anni ‘90 arriva la svolta musicale. Mi sembra si possano individuare alcuni momenti chiave nella tua evoluzione musicale, per esempio “167”, una canzone scritta con Peppe Lanzetta che denuncia la situazione della zona di Scampia, una bomba sociale a orologeria che sarebbe esplosa definitivamente qualche anno dopo arrivando sulle pagine dei giornali di tutto il mondo. Come nascono il pezzo e la collaborazione che c’è dietro?
Il pezzo nasce da una mia idea, che sono della Masseria Cardone a Miano, a pochi metri da Scampia. Là sono nati sia Francesco Liccardo (vero nome di Franco Ricciardi, ndr), perché io sono nato in casa come si usava all’epoca, sia Franco Ricciardi, perché la prima volta che ho cantato dal vivo è stato proprio a casa, per la festa dei 25 anni di matrimonio dei miei genitori.

Che canzoni hai cantato?
“Papà è Natale” di Patrizio e “O treno d’o sole” di Mario Merola…azz! Avevo dieci o undici anni, ancora prima avevo cantato alle feste di fine anno a scuola, insomma l’ho sempre fatto. Essendo del posto ho visto Scampia venire su e sapevamo cos’era. Fra amici se ne parlava da sempre: la 167 è una legge che ha dato opportunità a chi non aveva una casa di averne una, ma se prendiamo tutti quelli che non hanno possibilità e li mettiamo in un posto solo, senza dare un’alternativa di nessun tipo intorno, sappiamo che si mette in atto una bomba sociale. A volte ci sono dei legami, un illegale che fa comodo al legale. E ti dico la verità, così all’improvviso un giorno mi viene questo ritornello in testa da cui è partito tutto, “1, 6, 7, chesta è a 167 / 6, 7, 8, po’ succeder o’48”. Mi ricordo come se fosse ieri, stavo sul vespino a Corso Secondigliano e mi ricordo pure dove, altezza Capodichino, e mi arriva questa cosa “1, 6, 7” (accenna il ritornello della canzone, ndr).
Poi io ho sempre amato confrontarmi e relazionarmi con gli altri e mi venne subito da pensare “per me qui ci deve stare Peppe Lanzetta”, perché è un autore e uno scrittore che ho sempre amato, che adoro perché racconta da sempre le periferie e i suoi abitanti, essendo uno di loro non posso non leggerlo. Sono riuscito ad arrivare a lui, gli ho fatto sentire questa idea e lui, senza esitare (e questa è stata la cosa bellissima), ha accettato di collaborare in questo pezzo. Stavamo sulla stessa onda, chi più di lui mi poteva dare una mano su questa canzone. La nostra idea sulla periferia, il nostro pensiero sta proprio lì in quello che abbiamo scritto.

Pensando a canzoni di questo tipo, l’etichetta di musica popolare ti sembra calzante?
Sì, sicuramente sì. Perché viene da lì, dal popolo.

Sono passati una ventina di anni e a Scampia sono cambiate molte cose. Dopo anni di violenza, di riflettori mediatici spesso distorti, di attivismo dal basso, adesso le Vele sono prossime all’abbattimento. Come vedi la situazione del tuo quartiere, oggi?
Ah, mamma mij… sì, delicatissima. Il mio pensiero è che sia giusto abbattere le Vele per dare possibilità agli abitanti di avere una casa più decente, sono d’accordo. Però una cosa che me facesse piacere è vedere una Vela, una sola, che rimane in piedi. Lo sto dicendo da una vita, dovrebbe rimanerne una che però rappresenti il riscatto, un centro di scambio culturale di musica, teatro, poesia e qualsiasi forma d’arte che potrebbe chiamarsi proprio “la Vela” ed essere dedicato soprattutto ai giovani. Così solo possiamo aiutare gli abitanti a far venire fuori un altro tipo di periferia e comunque un po’ già lo stanno facendo, ci sono più scuole, presto forse anche l'Università.
Credo che quello sia il senso di gestire la cosa pubblica, come se fosse un disegno in cui devi aggiungere i giusti componenti e con il tempo ci puoi riuscire proprio andando a puntare sui giovani, la cultura.



Un altro momento chiave credo della tua storia sia “Cuore nero” con i 99 Posse. Com’è successo che sei entrato in contatto con la frangia più antagonista e militante della musica alternativa napoletana?
Esatto, ancora prima di “167”, “Cuore nero” è del 1996 o '97. Com’è nato… magia, la forza della musica. Niente di preparato, ci siamo incontrato alla Flying di Agnano, uno studio con più sale e una sala comune. Io stavo registrando proprio l’album “Cuore nero”, tra una pausa e l’altra ci siamo beccati, conoscevamo l'uno i pezzi dell'altro e da qui è partito tutto. All’improvviso ci siamo trovati che avevamo scritto il pezzo, poi Massimo (Jrm, bassista dei 99 Posse, ndr) ci ha messo il basso, Luca O’Zulù ci ha messo la strofa.

“Cuore nero” era un inno antirazzista. Proprio pochissimi giorni fa un ragazzo africano di 24 anni è morto di appendicite, una morte che addosso ha l’ombra della negligenza del personale medico e dell’indifferenza di quanti, privati cittadini ma anche forze dell’ordine, pare si siano rifiutati di soccorrerlo. Questa cosa stride molto con l’immagine di Napoli, storicamente considerata città aperta e accogliente. Secondo te abbiamo un problema di razzismo?
Credimi, è una cosa che mi lascia a bocca aperta. Napoli è una città che ha sempre accolto tutti, da Partenope in poi qui ci sono passati tutti i popoli e questa è una cosa che abbiamo addosso. Quindi sentire una cosa così… poi figurati, io amo il mio paese come tutta la Terra, proprio dell’idea delle frontiere ho difficoltà anche a parlarne, perché non ho argomenti. Ma ci sono ancora tanti episodi del genere, è la natura dell’uomo quando viene educato in un certo modo. Magari avessimo una formula per appianare certe differenze. Al di là di qualsiasi cosa, credo che la prima regola, almeno per me, sia avere rispetto di tutto e di tutti. Paro nu poc nu prievete, eh? (‘sembro un po’ un prete, ndr)



Tornando alla musica, negli anni 2000 arriva l’avvicinamento al rap, all’elettronica, al rock, che sfociano soprattutto nell’album “Zoom”, del 2013. È anche il periodo del sodalizio con Ivan Granatino, personaggio fondamentale di questa fase della tua carriera. Come nasce questa collaborazione e quanto c’è di suo nelle canzoni di quegli anni?
La storia con Ivan parte con lui come mio fan. Io conoscevo il padre, cantavo con lui quando ero ragazzino, Ivan non era nato e il papà era fidanzato con sua madre, pensa. Poi ci perdemmo e ci siamo ritrovati dopo anni, ho saputo che il figlio era un mio fan e lui ha iniziato a seguirmi ai concerti. Ho sempre individuato in lui qualcosa che c’era, quando ce l’hai si vede da subito. Ci ho creduto e abbiamo iniziato a collaborare ancora prima di “Zoom” che invece è stato l’album del ri-incontro con Rosario D-Ross. Con Ivan, Ross e gli altri abbiamo creato un team affiatato con tante idee, che ragiona con attenzione e in cui tutti hanno la loro importanza. Il ruolo di Ivan ovviamente è stato sempre molto importante.

A proposito di collaborazioni, fra gli artisti con cui hai collaborato ci sono diversi ragazzi che hanno suonato con te quando erano famosi a livello locale, ma che oggi vengono ascoltati da milioni di ragazzi in tutta Italia, vedi Clementino, Enzo Dong o Rocco Hunt. Ci hai visto lungo?
Ma sai cos'è, è la curiosità, soprattutto verso le cose nuove e promettenti che giravano da queste parti. Per dirla alla Steve Jobs sono affamato e folle. Un po’ di follia ci vuole e poi bisogna essere affamati di musica, di tutto quanto, io dopo trent’anni sento ancora di esserlo e se devo dire la verità non so da grande cosa farò. Credo che questo saziarsi e poi essere di nuovo affamati sia il segreto non tanto per durare, ma per avere sempre fede, quel “credo” che è la base di tutto, prima dei numeri e di tutto il resto. Come dico sempre, se non avessi fatto il cantante avrei fatto il cantante.

Quella stessa curiosità che, nel successivo “Autobus” del 2013, ci sono brani sia con Jake La Furia che con Guè Pequeno, una collaborazione fra mondi diversissimi anche solo geograficamente. Come sei arrivato a mettere il tuo mondo accanto a quello del rap meneghino?
Loro hanno accettato subito, questa è una cosa che mi ha lasciato quasi incredulo. Una semplice mail e subito “ok dai, facciamo sta roba” (fa l'accento milanese, ndr). E lì capisci quando al di là, delle distanze, dei numeri, prevale l’interesse della musica.‘Ngopp o’primmo piatto serve a’musica, poi tutti i contorni vanno bene e devono essere rispettati, però la musica è al primo posto.

Poi nel 2014 arriva “Figli e figliastri”, un album che ti fa arrivare anche ad un pubblico i cui riferimenti musicali sono spesso più quelli del rock o dell’elettronica e oggi sotto ai palchi dove suoni, penso soprattutto a concerti come quello del primo maggio 2016 a Piazza del Gesù a Napoli, c’è sicuramente un bel melting pot. Tu che idea ti sei fatto del pubblico che viene oggi ai tuoi concerti?
Per me è una grande soddisfazione, soprattutto mi dà la forza di dire “cazzo, vai avanti, ci sono altre cose da fare e altre persone a cui arrivare”. Mi dà la carica giusta, perché oggi ci sono loro e domani ci saranno altri e altri, chissà chi si può avvicinare alla mia musica.

Nello stesso periodo di “Figli e figliastri” le tue canzoni arrivano sul grande e piccolo schermo, soprattutto in Gomorra.
Sì, il primo pezzo che è entrato in Gomorra è stato “A storia e’Maria”, un pezzo dell’album di Ivan Granatino di cui io ero il featuring. Prima ancora, Matteo Garrone era impazzito per questa canzone e ci chiamò per inserirla nel suo film “Reality”, poi dopo arrivò anche nella serie di Gomorra. Il secondo pezzo invece è stato “Uommene”, nella seconda stagione, e lì mi sono emozionato perché era come vedere un videoclip di una mia canzone.



Mi sembra che la tua musica sia stata parecchio importante per la costruzione di quell’immaginario a metà fra la classica sceneggiata napoletana di guapparìa e il contesto contemporaneo e urban che caratterizza la serie. Sia “Uommene” che “A storia e Maria” appaiono in momenti molto simbolici, una panoramica su Secondigliano e il dialogo fra Attilio e Ciro in apertura della prima puntata. Insomma, sono fra le prime cose a cui alcuni pensano quando pensano a Gomorra.
Ma sì, perché io racconto storie di strada. Cerco di essere “portavoce” di chi non ha voce e di trasferire nei testi i pensieri di chi vive queste condizioni, a 360 gradi, dall’amore al lavoro e a qualsiasi altra cosa della vita. Cerco di immedesimarmi, ma per me è facile, basta raccontarmi e raccontare quello che vedo.

Tu comunque che ne pensi della serie e della questioni che ha generato a Napoli e soprattutto a Scampia sull’immagine della città e sul pericolo di emulazione da parte dei ragazzini?
Secondo me è stata presa troppo sul serio questa cosa qua. Alla fine è una serie e prendiamola per quello che è, come tante serie americane che parlano del ghetto e di situazioni così, in maniera “caricata” al massimo, allo stato brado. Tra l’altro la serie ha dato anche un bel po’ di lavoro in città, mettiamola così.

Un’altra tua canzone, “A’verità”, fa parte della colonna sonora di “Song e’Napule” dei Manetti Bros e ti ha portato anche a vincere un David di Donatello. Cosa ci puoi raccontare di quest’avventura?
Questa è stata una delle esperienze più belle in assoluto, soprattutto perché è stata vissuta con semplicità. Ho fatto il film con i Manetti, in cui avevo due pezzi e anche una piccola parte. All’improvviso mi chiama Marco e mi dice che avevo ricevuto la nomination al David di Donatello. Facendo musica, era un pensiero che non mi aveva mai sfiorato, erano altri gli obiettivi e le speranze. La mia vittoria è stata questa, quella della nomination. Poi siamo andati lì increduli, con molta serenità perché mai avrei pensato di vincere, manco lontanamente.

Pensi che per un cantante napoletano come te vincere un David sia un po’ una forma di riscatto?
Ma sì, anche, è un… un…Maronna mia!

Nel frattempo dal bar accanto è partita a tutto volume ‘Higuain’ di Enzo Dong, necessariamente si perde un attimo la concentrazione.

Ti piace questo pezzo?
È un gioco, un bel gioco fatto bene e una grande idea che arriva subito. Quando mi becca che sono impegnato in altre cose mi piglia proprio la concentrazione… è il bello di questo rap qua.



E arriviamo a quest’anno, che ha visto la pubblicazione del tuo nuovo album “Blu”. Fra le varie cose che mi hanno colpito c’è il titolo, così sintetico e conciso rispetto all’espressività di un modo di dire napoletano come “Figli e figliastri”.
Cercavo proprio la semplicità e avevo sempre voluto dare un colore a un mio disco. Il blu è quello che più mi appartiene, mi giro e vedo blu ovunque, i colori della città, il mare, il cielo. Semplicemente questo.

"Madama blu"...
Sì, anche.



L’altra cosa che mi ha colpito è che questa volta la tua voce è protagonista assoluta, niente featuring, neanche con Granatino. Mi sembra una scelta abbastanza coraggiosa, quanto è voluta e quanto invece è capitato?
È una scelta che ho fatto proprio perché è coraggiosa. Affamati e folli. Però ci sono Raiz, D-Ross, Star-t-uffo, Ivan Granatino, Enzo Rossi, che è l’autore anche di ‘Malammore’. Sempre un lavoro di squadra, quindi.

In un paio di brani, soprattutto nel singolo “N’ata notte”, c’è parecchio della trap che in questo momento sta andando forte in tutta Italia. Tu che hai attraversato la fase d’oro dell’hip hop napoletano e italiano negli anni 2000, che ne pensi di questo nuovo linguaggio?
A me piace tantissimo, mi inviti a nozze. Mi piace in generale confrontarmi con il nuovo, poi ho la fortuna di collaborare, appunto, con D-Ross e Star-t-uffo che sono delle persone eccezionali e ragazzi che la sanno bella lunga. Ritengo D-Ross uno dei produttori più bravi in Italia, uno che sta con la testa nel resto del mondo. La stessa Star-t-uffo, suona come suona il mondo ed è bellissimo.

Non a caso sono loro che stanno portando la scena napoletana al presente, dal punto di vista dei suoni.
Esatto. Collaboro con loro da tempo e ne sono felicissimo, soprattutto con D-Ross con cui lavoro dal 2000 e qualcosa e che conosco dal '95-'96, quando era un pischelletto. Credo che i curiosi si incontrino, la musica ti dà la possibilità di incontrare le persone e io ho incontrato Rosario (Castagnola, D-Ross, ndr), Sarah (Tartuffo, Star-t-uffo, ndr) e tutti gli altri lungo il mio percorso, in questo momento anche tu (ride).



Il tour sta girando tutta la Campania, ma ad ottobre arriverai anche in un tempio della musica live milanese, l’Alcatraz. Cosa c’è di diverso fra un live di Franco Ricciardi a Trentola Ducenta e uno all’Alcatraz di Milano?
All’Alcatraz… Azz!! Beh cambia, perché è più adrenalinico, ancora una volta è un esame e quindi c’è l’ansia, quella da notte prima degli esami. Poi cambia tutto quello che non riguarda lo spettacolo per come lo porti tu, e ovviamente le persone, gli animi, ti approcci con altre idee e anche altre ansie. Su Napoli, insomma su dove sai come funziona lavori più tranquillo, là devi stare più all’erta.

Che tipo di pubblico ti viene a vedere a Milano?
Credo che con la rete adesso abbiamo aperto un sacco di finestre, se prima il mondo era piccolo ora è ancora più piccolo. Mi auguro che sia così, a Milano ci sono già stato a suonare a c’era un bel po’ di pubblico, attraverso i social vedo che c’è gente che mi segue anche là. Poi Napoli è ovunque e anche i napoletani. Ma io credo che quando sei interessato alla musica vai al di là della provenienza, non è un fatto ci campanilismo. Certo, una serata in un locale a Milano ha un sapore diverso da una in un locale a Napoli.



A proposito di Campania, in questo periodo Napoli sta vivendo un periodo molto particolare; ondate di turismo, attenzione mediatica anche positiva, musica locale che arriva in tutta Italia, insomma credo che quello partenopeo sia un brand che in questo momento tira molto. Cosa ci vedi di positivo e c’è invece qualcosa che ti spaventa?
No, pensiamo positivo. Anzi io sono felice di vedere la mia città che in un modo sta al centro dell’attenzione, fortunatamente in positivo, dopo anni. C’è anche il lato negativo, sì, ma guardiamo al lato positivo. Se vedi al lato positivo tutto gira meglio, magari anche il negativo. Io cerco sempre di trasmettere questa cosa, penso che siamo tutti il negativo e il positivo di noi stessi a guardando al lato buono possiamo dare alle cose un altro colore, un altro sapore.

D’altronde i problemi che ci portiamo dietro da anni sono ancora lì, penso alla situazione delle periferie aggravata da nuovi tagli ai trasporti, quasi che la fase positiva della città a volte debba fermarsi al Lungomare e alle serie tv girate al Centro Storico.
Intendo proprio quello, si potrebbe “trasferire” ancora di più il buono e si può fare con positività. Mo’ la città è cresciuta, sta a un livello alto diciamo, prendiamo quello che manca e portiamo in alto pure quello. Sicuramente non sarà il mio pensiero a cambiare questa cosa, ma io la vedo così.

Chiudiamo guardando avanti: “Blu” ha avuto una gestazione abbastanza lunga. Stai già pensando al prossimo colore?
Già ci sono delle idee, con la testa stiamo in altri colori e altre cose. Però non lo so, può darsi che uscirà fra poco, fra un anno o tre. Mo’ c’abbiamo i bambini ancora piccolini, fammell crescere. Tredici bimbi di due mesi… valli a crescere, chi s’appiccica cu o’frate, chi se piglia collera...
Le canzoni so’ piezzi e’core.

Tag: trap Napoli intervista

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