Fritz Da Cat - Non è una missione Intervista

I suoi primi due album, “Fritz Da Cat” e soprattutto “950”, sono ormai considerati due classici del rap italiano anni Novanta. Dopo un decennio abbondante di assenza, Fritz da Cat è tornato.I suoi primi due album, “Fritz Da Cat” e soprattutto “950”, sono ormai considerati due classici del rap italiano anni Novanta. Dopo un decennio abbondante di assenza, Fritz da Cat è tornato.
17/10/2013 di

Oltre alla versione italiana di Spotify e alla condanna Mediaset, il 2013 ha portato una terza bella novità: un nuovo disco di Fritz Da Cat. I suoi primi due album, “Fritz Da Cat” e soprattutto “950”, sono ormai considerati due classici del rap italiano anni Novanta. Poi, cambiato millennio, ha anche cambiato vita, dedicandosi alla produzione e distribuzione di vernici spray per la gioia dei writer di mezzo mondo. E non si è più (quasi) sentito per ben dodici anni. Fino a che non è tornato con un nuovo lavoro pieno di ospiti e beat marchiati dal suo inconfondibile stile.

 

Comincio con la domanda che ti avranno già fatto tutti...
Cercherò comunque di essere moderato nei toni.

No no, non devi essere moderato. Tanto io mica mi offendo.
Lo so, ma poi chi legge non capisce...

Va beh, facciamo questa domanda e poi vediamo: che hai combinato negli ultimi dodici anni?
Mi gioco una risposta che non avevo ancora dato a nessuno: sono andato a letto presto.

Sì però se l’era già giocata De Niro in “C’era una Volta in America”.
Già sentita dici? In effetti però non sono tanti quelli che stanno via dodici anni per poi tornare all’improvviso con un disco, no?

Che passano dodici anni ad andare a letto presto forse no. Però ad esempio - anche se non nel rap - c’è chi ha passato dodici anni fra eroina e affini e poi è tornato con dei dischi bellissimi. Se non altro aveva qualcosa da raccontare.
Beh, però così è una storia un po’ più scontata, lasciamelo dire. Il mio è un caso abbastanza unico: per dodici anni ho fatto qualcosa di totalmente diverso. In questo senso dicevo che sono andato a letto presto. Ho rigato dritto, ho pensato, ho fatto i conti con la realtà. Insomma, io nel 2001 ho smesso di fare musica perché mi stavo dedicando a un genere che non era mica tanto capito. E continuare a fare musica e vivere di musica, perché per fare davvero musica e trarne un profitto devi riuscire a dedicartici tutto il giorno, diventava difficile. All'epoca non c'erano i presupposti per trarne un sostentamento, figurati per farci i soldi. Avrei dovuto dare una svolta al mio sound, fare cose più fruibili, più facili. Ma non era la mia vocazione. Non lo dico per fare il figo, perché alla fine una mentalità di questo tipo può anche essere un limite. Non so se all’epoca sarei riuscito, e non so se ci riesco nemmeno adesso, a parlare davvero alle masse. Non ho quell'abilità.

Ma tu mica parli, fai beat.
Parlare alle masse in senso figurato, mettere in piedi progetti che facciano presa su un pubblico allargato. All'epoca avevo questo progetto con Fabri Fibra - Basley Click - e obiettivamente non ero in grado di parlare alle masse. Poi Fabri ha continuato a fare musica, ha trovato la sua strada. Io invece ho preferito rassegnarmi al fatto che vivere con il tipo di musica che faccio io è molto difficile. Per lo meno all'epoca non riuscivo a trarci quel che bastava per viverci, e mi sono messo a fare un altro lavoro.

Se la metti giù così, però, il tuo sembra un po' un ritorno di comodo.
No, non è un ritorno di comodo, al contrario. Detto volgarmente, sono riuscito a fare dei soldi con la mia attività professionale (Fritz ha prodotto e venduto vernici e spray per writer, NdR). Non sono Berlusconi, ma è sicuramente andata meglio a me che a tanti miei coetanei precari. E oggi che ho un minimo di sicurezza economica posso permettermi di tornare a fare musica senza il vincolo del “devo pensare a come farla”. Tant’è vero che, obiettivamente, penso che dal mio disco traspaia questa attitudine. Non c’è il singolone, il pezzo radiofonico, quello fatto apposta per provare a sfondare; è solo una raccolta di una ventina di pezzi di uno che è riuscito a permettersi un lusso: dedicarsi alla creatività pura senza aspettative di ritorno. Poi se il ritorno c'è sono pronto a lasciare il mio lavoro per dedicarmi a tempo pieno alla musica. Però sembra che non vada mai bene nulla... non capisco.

Ecco, messa così, invece, sembra più un ritorno di passione.
Ma anche allora era una questione di passione, e non lo dico per essere teatrale: continuo a fare tutto con una passione così grande che se non ho la possibilità di dedicarmi alla musica in maniera naturale, come mi viene, preferisco lasciar perdere e fare tutt'altro. Sempre per il discorso che facevamo sopra: comunque bisogna anche mangiare. C’è chi ha voluto continuare a fare la propria roba dura e pura senza scendere a compromessi, ma alla fine a un compromesso c’è dovuto comunque arrivare: farsi aiutare dai genitori. Ne conosco un po’.

Fai i nomi.
No!

Ok, allora non farli, però approfondisci il discorso che mi interessa.
Il fatto è che io metto sempre la dignità personale davanti a tutto. Insomma, avevo 25 anni e vivacchiavo di musica, ma ho comunque pensato che era arrivato il momento di diventare un uomo, non me la sentivo di continuare a legare la mia indipendenza economica ai capricci dell'essere artista. Evidentemente non c’erano i presupposti storico-culturali per essere compresi, eppure all’epoca mi davo martellate sui coglioni dicendomi “No, non sono buono io”, non davo la colpa al mondo.

Beh, ma ad esempio “950” era considerato un gran disco allora ed è un classico oggi. Il mondo non ha mai pensato che tu non fossi capace.
Sì ma quando sei apprezzato da mille persone non è che pensi “Eh, però tra vent’anni magari mi diranno che ero proprio bravo”. Cioè, alla fine con Basley Click ho venduto mille dischi, le major non ci volevano, e allora ci siamo sentiti io e Fabri al telefono ed è partita la critica: “Guardiamoci in faccia, siamo dei falliti e io non voglio esserlo. Con la musica siamo un fallimento al momento, non ci caga nessuno, voglio darmi da fare in qualcosa che funzioni, no?.

Poi però Fibra è riuscito a farsi apprezzare da più di mille persone. Non hai mai pensato “Cazzo, avrei potuto esserci anch'io”?
Ma no, perché ero contentissimo di quello che facevo, molto appagato. E succedeva proprio durante il periodo in cui il rap cominciava a guadagnare un suo spazio. Di conseguenza anche i graffiti avevano tanto spazio, e per me c'era veramente moltissimo da fare. Peccato che non sono riuscito a condividerlo con nessuno di quelli che frequentavo all’epoca perché avevo litigato quasi con tutti.

Comunque, dopo dodici anni, sei tornato con un album che pur presentando delle innovazioni nei suoni dimostra comunque una certa coerenza con i lavori precedenti.
Come dicevo sopra, posso permettermi di fare la mia musica a cazzo duro in nome dei dieci anni di culo che mi sono fatto. Per una decade mi sono approcciato alla musica solo da fruitore, ne ho ascoltata un sacco, ma anziché tornare a casa la sera e mettermi a produrre iniziavo a fare altre chiamate di lavoro. Mi ha assorbito, mi è piaciuto molto, ed è anche per questo che ora mi è tornata la voglia. La musica, come tutte le cose, è prima di tutto un piacere. Sai, è bello raccontare “Per me è una missione”, ma io metto il piacere prima di ogni altro aspetto. E non escludo che in futuro questa cosa possa venire meno, o che comunque subentrino nuove priorità che mi portino a fare tutt’altro. Come non escludo, nel caso, di tornare a fare un altro disco dopo X anni, perché sono motivato e ho voglia di farlo come piace a me. Esattamente come è successo questa volta: mi son messo davanti a uno schermo e ho fatto quello che mi veniva spontaneo, senza la condanna della missione insomma.

Come hai scelto gli ospiti del disco?
In base a un criterio estetico, che poi è lo stesso metodo con cui mi ero mosso per i miei primi dischi.

Niente chiamate agli amici?
No, anche se mi dispiace non avere il tempo necessario per fare le cose con gli amici, o comunque più amici di alcuni che sono sul mio disco per intenderci. Per molti la priorità è fare le cose con gli amici, per me l’importante è godere del risultato finale. E perché questo accada servono degli attori bravi, in modo che ogni pezzo vada poi al posto giusto. Poi se con quelli con cui ho collaborato non ci esco a cena pazienza. Io sono un regista e voglio gli attori bravi.

La cosa che mi piace di “Fritz” è che un disco tuo, si sente che le strofe sono scritte per la tua musica, anche quando si tratta di artisti che normalmente si muovono su tappeti sonori e tematiche differenti. Mi vengono in mente gli esempi di Dargen e Fabri. Come hai lavorato con gli Mc?
In realtà con i due che hai menzionato non c’è stata una grandissima interazione, con Dargen forse un po’ di più perché abbiamo registrato insieme in studio. Però alla base di tutto c’è sicuramente la volontà di avvicinare le reciproche personalità. Con Fabri questa cosa è amplificata, dato che nonostante tutto io conosco il mio pollo e viceversa, e credo che alla fine in effetti si senta. In generale ho cercato di beccare tutti gli ospiti uno per uno, perché così facendo si sprigiona un'altra energia, non ci sono cazzi. Lavorare faccia a faccia è diverso dall’inviare una rosa di 5 beat per permettere a uno che sta da tutt’altra parte di scegliere, scrivere e mandare la strofa. Adesso si fa un po’ tutto così, non solo con la musica. Da una parte è una benedizione, dall'altra un po’ meno, e se c’è la possibilità - specie se la persona mi interessa artisticamente - tendo a voler condividere il momento e a rimanerci insieme più tempo possibile. Ciò non toglie certi vantaggi che derivano dalla tecnologia. Oggi tutte le attività - musicali e umane - sono facilitate da Internet: io faccio la base adesso e la mando al mio amico giapponese che stasera mi manda la strofa. E il pezzo è fatto. Ci si adatta al mezzo senza che però cambi l’attitudine, l’importante è non fossilizzarsi. Io ad esempio una volta facevo tutto con il campionatore...

Il mitico 950, appunto.
Sì, esatto, per me era un oggetto, intoccabile. Oggi invece l’oggetto sacro è il computer.

Ma infatti: cosa usi adesso?
Logic. Ma faccio tutto con lo stesso spirito di allora, quando utilizzavo l'attrezzino economico che avevo a disposizione. E oggi per me non è cambiato nulla nell’approccio. C’è un sacco di gente che si circonda di macchine, più a scopo dimostrativo che altro considerando che poi non le sanno nemmeno usare.

A proposito dello spirito di allora: nonostante tutto mi pare che il protagonista delle tue produzioni sia ancora il sample.
In realtà nei pezzi ci sono tanti synth e virtual instrument, però sono effettivamente al servizio del campione. Ma questo è il mio modo di lavorare, mi viene naturale. E la cosa strana è che anche se utilizzo i virtual instrument, magari al primo ascolto possono sembrare campioni. Mi piace comunque riprodurre un certo flavour, è così che sono abituato. Ti faccio sentire il campione originale del pezzo con Fibra, è roba russa. Quando inizia il pezzo, il sample è importante ma poi si perde nell’insieme. E i suoni che vanno a rimpiazzare il campione sono tutti moderni, molto usati ad esempio dai Crookers. Ma qui sono utilizzati alla mia maniera, subordinati ai sample.

Con il 950 queste cose non le potevi mica fare.
Eh no, non c'erano i virtual instrument. Per cui quando mi sono messo su Logic ho dovuto ripartire da capo in un certo senso. Poi in “Fritz” ci sono anche delle cose suonate. Senti ad esempio il pezzo con Noyz, sembra ci sia un campione sotto ma è tutto suonato da Parix, che è un mostro. Lui è il futuro, altro che Fritz Da Cat: suona basso, chitarra, batteria, piano. Se il mondo fosse minimamente giusto, lui sarebbe una star. E spero tanto che lo diventi.

Sempre parlando del modo di lavorare, ricordo che all'epoca tu ti presentavi innanzitutto come un collezionista.
Sì, e adesso mi viene un po’ da sorridere perché mi proponevo come piccolo collezionista e studente. Che però nella realtà non aveva studiato granché.

Però parlavi dell’importanza del percorso, dell’informazione e di quel minimo di studio necessari per fare le cose in modo decente. Secondo te, oggi, è ancora valido il discorso?
Guarda, io i miei vinili ce li ho e ogni tanto vado giù, li pesco e li campiono ancora. Però non è necessariamente quella la mia fonte di campionamento e di raccolta di suoni, dato che formalmente il concetto di collezionista adesso è molto diverso da quello che era allora. Ma sostanzialmente è la stessa roba.

Dici che fra il collezionare dischi e ascoltare un sacco di roba su Spotify non c’è differenza?
Ci sono tante polemiche intorno a questo discorso, e torna sempre la famosa frase “Ma cosa lascerai in eredità a tuo figlio, un hard disk?”. Io ti dico che sono cresciuto girando per mercatini alla ricerca del vinile sfizioso, ma perché questo erano le possibilità che c’erano all’epoca. Per me comprare un disco significava acquisirlo, metabolizzarlo e quindi riuscire ad averlo in testa. Adesso ho una rete di blogger che copre tutto il mondo, e che mi passa un sacco di roba. E per me significa comunque collezionare materiale. Non ci sarà il fascino feticista del supporto fisico, ma non si possono trascurare i benefici che ne derivano. Prendiamo l’esempio pratico: sono in treno tra Francoforte e Amsterdam, mi viene in mente un film e penso che la colonna sonora era una figata. Allora cerco su Youtube e scopro chi l’aveva composta, cerco tutta la sua discografia e trovo un mare di nuova musica. Tutto questo velocizza il processo di acquisizione, e non è assolutamente un male. Il nostro problema è che stiamo facendo da cavie, siamo i primi che hanno iniziato a vivere davvero su Internet, prima che arrivassero i cosiddetti nativi digitali.

A proposito di nativi digitali: non ti fa strano che molti dei presenti sul tuo disco sono probabilmente cresciuti con “Fritz da Cat” e “950” e altri, per questioni anagrafiche, li han magari conosciuti solo ora, come due capitoli di storia?
Mah, proprio strano no. Però insomma, Rocco Hunt ad esempio di “950” ne ha sentito parlare come di un classico, ovviamente non ha potuto viverlo al momento dell’uscita. E la cosa bella è che se prima per lui ero un nome, ora siamo anche amici.

Sei soddisfatto del nuovo album? Come lo vedi rispetto gli altri?
La roba divertente è che uno fa musica prima per se stesso, poi dall'altra parte c'è il pubblico e si concorre insieme a farli diventare un classico. I tempi diranno se la cosa che sto facendo adesso è davvero buona. Solo il tempo può davvero giudicare un lavoro in maniera obiettiva.

Vuoi dire che quando hai pubblicato “950” non eri consapevole di aver fatto un buon lavoro?
Sì, ma lì c’era stato il boom della prima scena rap italiana, era normale che un disco come quello, con tutta quella gente sopra, venisse percepito come una sorta di apogeo del movimento. Ora la situazione è diversa.

Ma da un punto di vista strettamente personale sei soddisfatto o no? Ti sembra di aver fatto meglio o peggio rispetto ad allora?
Ripeto che non si può paragonare: all’epoca ero un ventenne e facevo le cose con l'entusiasmo di un ventenne, ora le faccio con l'entusiasmo di un quarantenne che ha la fortuna di potersi dedicare alla creatività. Ed è un'altra emozione incredibile. Sono vie diverse, ma ringrazio me stesso di essermi concesso questa seconda adolescenza.

Tag: rap italiano

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