Maccaia, scimmia di luce e di oblio

“Al suo riposo” e “In luce” escono oggi e chiudono il ciclo di “La Maccaia” di Gaia Banfi, uno dei dischi più solidi e convincenti degli ultimi mesi. A patto di prendersi il tempo necessario per l'ascolto e lasciare posare sulle nostre vita la musica di questa brava autrice. La nostra intervista

Tutte le foto sono di Gloria Capirossi
Tutte le foto sono di Gloria Capirossi

C’è un momento e un tempo per ogni cosa, anche per il caffè, segnatamente per quello turco. Il caffè turco, infatti, non si beve subito, va lasciato fermo, immobile, occorre dare il tempo necessario perché il fondo si depositi in modo uniforme giù nella tazzina. Solo allora lo si può portare alle labbra e sprigionare il suo sapore. Se lo si beve prima, quando ancora non è il suo tempo, è torbido, quasi limaccioso, disturbante. Se si aspetta quel tempo giusto, diventa limpido e totale.

Questa immagine, e anche un po’ quello specifico sapore, mi è tornata spesso in mente chiacchierando con Gaia Banfi sui suoi nuovi due singoli, la coppia formata da “Al suo riposo” / “In luce”, due brani usciti oggi e che chiudono, in modo ideale ma anche oggettivo, il ciclo di “La Maccaia”, il suo magnificente disco. Un disco tra i più osservati dell’ultimo anno, che l’ha portata a confrontarsi con palchi e pubblici diversi, dai festival europei come Trans Musicales di Rennes ed Eurosonic Noorderslag a Groningen, fino a una session per l’iconicaKEXP. Adesso Gaia Banfi si trova in un momento diverso: quello in cui le cose, prima di essere bevute, vanno lasciate ferme il tempo necessario.

Non però una coda, non un’appendice o una semplice aggiunta ma, giustappunto, una forma di quiete consapevole. Delle musiche, dei sentimenti, delle esperienze. Un gesto di sospensione lucida, dopo un percorso che ha chiesto moltissimo, artisticamente e umanamente. Partiamo proprio da qui: cosa significa per te “riposo”? “Non lo vivo come un qualcosa di negativo, come una cosa definitiva”, dice subito Gaia, “Ma come un momento di compimento. A un certo punto ti chiedi: questa cosa, così com’è nata, così com’è stata raccontata, così come l’ho vissuta io… quanto può andare avanti senza perdere valore?”.

Il riposo nasce da questa domanda, che fa da architrave al pensiero dell’artista. Da questo sentire che una parentesi si sta chiudendo non perché sia sbagliata, ma perché ha esaurito la sua energia vitale. “La Maccaia” ha vissuto nei concerti, nelle parole, negli sguardi del pubblico, ha fatto la sua strada insomma e anche la Gaia che abitava quel disco ha vissuto fino in fondo. E questo interrogativo diventa musica in “Al suo riposo”. “Quel brano è proprio la domanda”, spiega, “È l’inquietudine, il buio che arriva quando qualcosa ha compiuto il suo giorno. Musicalmente volevo che fosse lento, disteso, che ogni suono avesse il suo peso. Come se niente potesse essere affrettato”.

Questo pezzo è una ballad non convenzionale, che sembra rallentare il tempo invece di assecondarlo. Come quando due ciclisti in pista indoor stanno fermi prima di partire a tutta velocità. Un pezzo a cui non interessa indagare le risposte, ma resta sospeso dentro la fine. Poi però arriva “In luce”. E qualcosa cambia. Nasce o forse è meglio dire si evolve. “Sì, 'In luce' è l’altra faccia”, racconta Gaia. “È la consapevolezza. È il momento in cui accetti quella fine e la lasci andare. Anche dal punto di vista musicale è più aperto, più liberatorio”. 

Qui entra in gioco una parola che nella canzone italiana viene spesso evitata: morte. Le chiediamo se è stato naturale affrontarla in modo così esplicito. “All’inizio ci giravo un po’ attorno”, ammette. “Poi a un certo punto mi sono detta: ma perché? Stiamo parlando di questo. Dirlo era necessario. 'In luce' non avrebbe avuto senso senza quella parola”. Ma la morte, nei brani di Gaia Banfi, non è mai cupa o distruttiva. Non una fine, ma una zona liminale, un paesaggio emotivo, una visione interiore. Qualcosa che finisce per lasciare spazio a ciò che viene dopo. “Io non riesco più a vederla solo come qualcosa di negativo”, dice. “Anzi, penso che vederla come un punto fermo ti faccia soffrire di più. Preferisco pensarla come una trasformazione”.

Un ruolo centrale, in “In luce”, lo ha anche il suono. Un organo sporco, analogico, che si prende la scena, con la forza dell’intimità di una persona prima che di una artista. “È una tastiera degli anni Settanta”, racconta. “È l’unico strumento rimasto della vita musicale di mio padre - Giuseppe “Baffo” Banfi, storico tastierista del gruppo Biglietto per l’Inferno, una band italiana di rock progressivo attiva negli anni ’70. Lui aveva tantissime cose, Moog, sintetizzatori, registratori a nastro ma ha regalato tutto. Questo è l’unico strumento rimasto di mio padre. Usarlo per me nella mia musica è stato un gesto naturale ma non immediato”. Per un po’ di tempo Gaia l’ha usata solo come MIDI, collegata al computer. Poi, quasi per caso, qualcuno le fa notare la qualità dei suoi suoni. “Quando ho iniziato ad ascoltarla davvero mi sono resa conto che aveva una voce fortissima. Molto sporca, molto identitaria, materia che mi ricordava casa. Difficile da pulire. E ho capito che doveva stare lì, da sola”.

In “In luce” non c’è molto altro: voce e organo. Come se tutto il resto dovesse farsi da parte. “C’è anche un discorso affettivo, ovvio”, aggiunge. “Il fatto di poter imprimere quella memoria in una canzone. Per me è qualcosa di importante”. La chiusura definitiva arriva con la voce parlata di REHLL, in inglese. Perché proprio così? “Be', era un modo per chiudere tutti i cerchi”, spiega Gaia. “Le persone incontrate durante 'La Maccaia', le collaborazioni, anche l’uso di una lingua diversa dall’italiano. È una voce che racconta. Come a dire: questa storia è stata detta, raccontata, suonata”.

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Un epilogo che non cerca il colpo di scena, ma la quiete. Come il fondo del caffè che finalmente si posa. Ancora una volta del posare a fondo le cose. Dal vivo, intanto, qualcosa si è mosso anche nel tuo rapporto con il corpo: “Sì, ed è stata una sorpresa”, dice “Molte persone mi hanno parlato della mia fisicità sul palco. Del movimento, del fatto che il corpo vibra. Per me è stata una riscoperta personale enorme”.  Non è solo un discorso musicale, ma di presenza. Corpo che si fa strumento, cassa armonica del proprio ritmo interiore. “Io ho sempre fatto fatica a vedere il mio corpo come parte della performance. Ora sto capendo che lo è. E il pubblico me lo ha restituito come uno specchio.”. Già, Dancing as a way to self defend.

E guardando avanti? Dopo aver lasciato riposare tutto questo, cosa immagini per il prossimo capitolo? Gaia sorride. “Più ritmo. Più movimento. Senza perdere l’intensità emotiva. Mi piacerebbe mischiare queste due cose, anche se non so ancora come”. Non c’è uno schema, non c’è un progetto rigido. Solo l’idea che, per restare vere, le cose abbiano bisogno di tempo. Di decantare. Come un buon caffè turco, da assaporare, senza fretta ma con il tempo giusto, seduto al bar del lungomare di Genova. 

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L'articolo Maccaia, scimmia di luce e di oblio di Mattia Nesto è apparso su Rockit.it il 2026-02-06 14:15:00

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