Garrincha Dischi, un'etichetta diversamente curata Intervista

19/03/2015 di

Garrincha Dischi ha prodotto, tra gli altri, gli album di Stato Sociale, L'Orso e L'Officina della Camomilla, ovvero alcuni tra i dischi che in questi anni hanno fatto più parlare e discutere. In occasione di Diversamente Felici, doppia serata (24 marzo a Milano e 27 marzo a Bologna) in cui suoneranno tutte le bande della label, abbiamo fatto una chiacchierata con Matteo Romagnoli, responsabile di Garrincha Dischi, per capire percorso e obiettivi dell'etichetta. L'intervista di Marco Villa.

 

Se dovessi spiegare nel minor numero possibile di parole cos’è Garrincha Dischi, cosa diresti?
Ѐ un collettivo di persone che scrivono canzoni. La mia ambizione è fare canzoni pop che possano essere cantate nei futuri falò o finire nei nuovi canzonieri. Canzoni con strofa e ritornello, che sono pop anche se sono sbilenche o non rispettano i canoni mainstream della canzone da classifica.

Questa chiarezza d’intenti c’è stata da subito o è maturata nel tempo?
Nei primi due anni, dal 2008 al 2010, non ti avrei risposto così, perché in quel periodo abbiamo prodotto solo dischi in cui suonavo io o dischi di amici. Poi con il tempo mi sono reso conto che c’era gente con obiettivi simili e un modo simile di vedere il mondo, per quanto poi ognuno avesse la propria visione personale. Quando vedo qualcosa in una band, credo si debba sempre provare a spingere sull’acceleratore, senza però forzare la mano: in quel momento il caso ha voluto che non bisognasse spingere per niente. Le collaborazioni sono venute naturali ed è stata naturale anche la trasformazione dell’etichetta, che mi ha portato a non avere più tempo per fare i miei dischi.

Questa dimensione collettiva si percepisce chiaramente ancora oggi: nel tempo siete diventati una label seguita dal pubblico in quanto tale, al di là delle singole band. Ve lo aspettavate?
Abbiamo sempre voluto creare un pubblico unitario: ognuno avrà le sue preferenze, ma sa che esiste tutto il resto e per lui conoscerlo e valutarlo diventa subito un obiettivo. Che questo tipo di risposta continuasse è stata una bella sorpresa: non siamo un major degli anni ‘80 con dei fondi, che decide di fare una cosa e poi questa cosa accade. Se non fossimo nell’epoca dei social network e non fossimo stati capaci di trovare un nostro linguaggio, probabilmente non avremmo avuto questo successo. È grazie ai social network che siamo riusciti ad avere un rapporto con il pubblico che non fosse per forza dipendente dai giornali o dagli addetti ai lavori. Il risultato è stato ricercato, ma è stata comunque una sorpresa perché non c’era niente di scontato.

Matteo Romagnoli

Guardando da fuori, la proposta di Garrincha è molto compatta: tutte le band fanno cose molto simili, che potrebbero intrecciarsi tra loro senza problemi. A parte alcune eccezioni, in questi anni il suono di Garrincha è sempre stato lo stesso: non avete paura di essere ripetitivi o di bloccarvi?
Noi ovviamente tentiamo di far sì che questa cosa non accada. Vogliamo aprire a cose diverse, ma senza forzare. Penso al disco di Capra, che uscirà tra poco: a livello musicale punta da un’altra parte, ma a livello di filosofia e a livello umano è molto vicino a quello facciamo. Penso che la cosa che tenga uniti tutti non sia strettamente di genere musicale, ma un fatto di modo di porsi e di cosa metti in campo a livello umano: le tue piccolezze, le tue sfighe, cose anche molto personali, raccontate però con una grande leggerezza. A volte questa cosa qui diventa anche una grande rottura di palle, però in modo ingenuo è bello. Mi piace pensare che noi continueremo a mettere in campo tutte le nostre cose personali, perché non c’è un confine tra la canzone e la vita.

Ecco, la leggerezza. Parlando con Lodo dello Stato Sociale, mi diceva che secondo lui Rockit non stava capendo il lavoro che state facendo sulla leggerezza, sugli stati d’animo, su questi tipi di espressione che sono alla base delle vostre band. Ma è questo il compito di un’etichetta? 
Il compito di un’etichetta credo sia creare un’estetica, un immaginario: è questa la cosa che mi affascina di più. Io penso che i nostri progetti siano molto diversi esteticamente, anche se racchiusi all'interno di una cornice: prima o poi forse arriverà il momento di rompere quell’immaginario, ma fondamentalmente stiamo parlando di una storia di quattro anni e in più ogni band segue il proprio percorso. Io adesso mi aspetto un disco di grande rottura dall’Officina della Camomilla, ancor più di rottura di quello che ha fatto da poco L’Orso, ma in fondo il primo disco dell’Officina è uscito solo un anno e mezzo fa.


Lo Stato Sociale

Capisco che dal tuo punto di vista sembri iniziata da poco, ma da fuori la percezione è differente, proprio perché siete riusciti a creare un immaginario molto forte e a trovare il linguaggio giusto per trasmetterlo. In questi anni, qual è stato il momento in cui avete capito che le cose stavano iniziando a ingranare davvero?
Come momento potrei dirti il giorno in cui abbiamo aperto la partita IVA di Garrincha, ma in realtà quella è una cosa che puoi fare con leggerezza, tanto hai sempre un altro lavoro. Un lavoro - per me era l’educatore per disabili e casi sociali - per cui hai studiato e per cui sei apprezzato. In realtà il vero momento è stato quando io e Bebo dello Stato Sociale, che è uno stretto collaboratore oltre a essere un grande amico, ci siamo guardati negli occhi e nel giro di un paio di mesi abbiamo mollato i nostri lavori canonici. Non avevamo lavori in cui timbravamo il cartellino, però andavamo comunque in un posto a un orario e uscivamo a un altro orario e in quelle ore la musica era solo un pensiero, perché giustamente non potevamo appoggiare la penna e accendere il computer. È arrivato un giorno in cui abbiamo capito che questa cosa stava crescendo e quindi valeva la pena provarci oppure respingere le nostre ambizioni e passare la palla a qualcun altro.

Di che periodo stiamo parlando?
Siamo usciti con il disco dello Stato Sociale il 14 febbraio 2012. C’è stato un tour primaverile abbastanza agguerrito che ovviamente non ho seguito, perché lavoravo come un matto e fino a settembre gli stessi ragazzi dello Stato Sociale lavoravano. C’è stato un periodo nel quale la formazione dello Stato Sociale è stata veramente multiforme nel senso che è stata cambiata diecimila volta con vari innesti non solo miei, ma anche di altre persone, per tenere su la baracca. Ai primi di ottobre, finito il tour estivo, ci siamo guardati e ci siamo detti: “Qui è il caso che prendiamo delle decisioni”. Era il momento del tour autunnale, il primo ad avere un cachet che si potesse definire tale. Non cifre clamorose, eravamo intorno ai 700/800 euro, ma da quel momento è stato un “o tutti o nessuno”, perché se inizi a pensarlo come un lavoro non puoi andare un giorno tu e un giorno un altro. Non potevamo continuare a cercare sostituti perché qualcuno doveva fare un altro lavoro. Tutto è partito da questo exploit, arrivato a sei-sette mesi dall’uscita del disco dello Stato Sociale e con le altre band che erano ancora anni luce dal diventare qualcosa di solido.


L'Orso

Immagino che il vostro pubblico sia piuttosto giovane, è davvero così?
Ci sono indubbiamente molti giovani, ma abbiamo scoperto che molti adulti ascoltano senza poi venire ai concerti. Per fortuna i cd li compra anche gente più matura.

Quando si è giovani ci si affeziona tantissimo a a un certo tipo di musica, non importa quale, ma nel corso degli anni si tende poi a cambiare gusti e ad allontanarsi da quello che si ascoltava. In quanto responsabile di un’etichetta, come ti poni rispetto al fatto che il gusto del tuo pubblico - soprattutto di un pubblico giovane - cambierà nel giro di poco tempo?
Io penso che non ci si leghi solamente a un suono. La musica è spesso legata a dei luoghi: se da giovane hai ascoltato la trance, la trash o la drum and bass o altre cose, stiamo parlando di luoghi, di gruppi di persone che devi andarti a cercare e che un giorno potresti anche smettere di andare a cercare, perché i concerti, con tutta la loro fatica e il loro sudore, sono qualcosa che a un certo punto puoi mollare. Ci andrà qualcun altro o magari non ci andrà più nessuno. Le canzoni sono un’altra cosa e io continuo a essere patito di tutte le canzoni di cui mi sono innamorato durante tutta la mia vita. Non rinnego niente, perché la gente che ha amato davvero le canzoni non rinnega niente, motivo per cui anche voi di Rockit qualche anno fa avete fatto una raccolta dedicata agli 883. Loro hanno fatto tantissima merda, roba imbarazzante, ma hanno fatto due dischi a cui io continuo a volere bene e tutte le volte che mi imbatterò in quelle canzoni proverò affetto e rispetto. Le canzoni hanno questa capacità di distaccarsi da tutte le mode ed è per questo che secondo me dobbiamo incentrare tutto sulle canzoni, che vanno scritte bene e in modo originale. Se ti innamori di una canzone è difficile smettere di volerle bene.

L'Officina della Camomilla

Però se penso a canzoni di band Garrincha come Stato Sociale, L’Orso o L’Officina della Camomilla una delle prime cose che mi vengono in mente è che non si tratta di canzoni curate. Non mi sembra che ci sia stato un grande impegno per provare a fare belle canzoni, che possano rimanere. Ecco, io capisco il vostro obiettivo, capisco il vostro percorso, ma poi ascoltando non trovo la prova tangibile di tutto quello che mi dici, ovvero del fatto che la canzone va sempre al primo posto.
La risposta non ce l’ho. Penso che ci sia un modo diverso di intendere la canzone e penso che questo sia il motivo forte per cui delle persone si smuovono. Penso che le cose che sono rimaste sono quelle di cui il pubblico può innamorarsi e si tratta di cose molto riconoscibili. Jovanotti è un grandissimo e tutti lo riconosciamo non appena apre bocca, anche se dovrebbe andare da un logopedista: è uno che ha dietro un suo mondo, che può essere assolutamente discutibile, ma che c’è. O Guccini: non vedo perché qualcuno avrebbe dovuto investire su una persona con quella voce, con quei difetti. O lo stesso Max Collini degli Offlaga Disco Pax. Tutti quelli che hanno lasciato un minimo segno, partono da difetti e modalità completamente loro: poi il tempo passa e diventano modalità ufficiali e riconosciute. Credo che quello che viene percepito dagli addetti ai lavori come qualcosa di strambo, sia solo diversamente curato. Quando esce qualcosa che rompe un pochino gli schemi è ovvio che bisogna entrarci dentro: il me stesso di quindici anni fa non avrebbe capito quello che stiamo facendo noi oggi e sono convinto che gli avrebbe fatto anche schifo. Ma ovviamente si cambia e cambia anche il concetto di estetica. Se uno pensa che questi dischi suonino male, forse è perché stiamo creando una nuova estetica. Per buona parte del pubblico è già così, per gli addetti ai lavori probabilmente tutto questo deve essere storicizzato. Se tra dieci anni tutto questo andrà ancora avanti, una parte magari si sarà fossilizzata, un’altra si sarà evoluta e si potrà storicizzare quello che adesso può sembrare un modo brutto di fare le cose. Io so il tempo che ci mettiamo a fare dischi, i pensieri che ci sono dietro.

Guardando invece al passato, qual è la cosa di cui sei più orgoglioso e quella di cui ti sei pentito?
Solo qualche anno fa alcune band si stavano proprio sulle palle: facevamo le serate Garrincha Loves (serate in varie città d'Italia con tutte la band dell'etichetta, NdR), ma in realtà un sacco di persone facevano fatica a sopportarsi. È normale che sia così, succede in tutte le etichette del mondo. Con il passare del tempo, però, queste persone si sono intrecciate e affezionate e sono sempre felice quando vedo persone che riescono a stare insieme. Forse è per i miei trascorsi lavorativi nel sociale, ma credo sia un po’ merito mio e di questo sono orgoglioso.

E il pentimento?
Più che sulle cose fatte, il vero dispiacere è per quelle non fatte. Non ti voglio fare nomi, ma negli anni passati abbiamo dovuto dire no ad alcune band che avrebbero potuto spostare l’arco di quello che stavamo andando a fare. Mi sarebbe piaciuto lavorare con loro, ma allora non eravamo ancora strutturati e in grado di garantire loro un lavoro fatto bene.

 

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