Rancore & Dj Myke: generazione di artisti Intervista

Rancore e Dj MykeRancore e Dj Myke
22/10/2012 di

Uno è in giro già da un tot (mai sentito parlare di Men in Skratch?), l'altro è da meno tempo sulla scena, ma ha un sacco di cose da dire. Dj Myke e Rancore – dopo i due precedenti lavori in coppia, Acustico ed Elettrico – sono tornati. E anche se i suoni sono nuovi, l'attitudine è sempre la stessa. E adesso shhht. Silenzio. Parlano Rancore e Dj Myke.


C'è bisogno di silenzio in questo momento?
Rancore: C'è bisogno di silenzio nel senso che di chiacchiere, al giorno d'oggi, ce ne sono fin troppe.
Dj Myke: Ce n'è bisogno anche perché non ci sta più un cazzo da dire, si è detto già tutto. In realtà il titolo fa riferimento anche al fatto che dal punto di vista artistico siamo andati a togliere, lasciando solo il cuore dei concetti musicali e letterari.

Beh, in realtà mi sembra ci sia parecchia roba in “Silenzio” sia per quanto riguarda la varietà dei suoni che dei concetti espressi...
DM: Sì, è molto vario, anche perché personalmente sono legato a un concetto “barocco” di produzione, mi piace molto creare ambienti specifici in relazione a determinanti argomenti del testo, quindi anche inserire diversi cambi su uno stesso pezzo a seconda dell'atmosfera. Ma per quanto l'album possa essere molto vario, è allo stesso tempo monolitico, siamo andati a togliere tutto ciò che era superfluo. Se i lavori precedenti erano più sperimentali, “Silenzio” è un prodotto più “di pancia”, è un disco che va seguito dalla prima all'ultima traccia, non ci sono pezzi su cui puoi riposarti.

Domanda fastidiosa: se doveste trovare una definizione per “Silenzio”?
R: Violenza pura! A livello di generi e suoni non ci è mai piaciuto mettere delle etichette.

Ve lo avevo detto che era una domanda fastidiosa...
DM: [Ride, Ndr] In realtà è figa, perché è troppo comodo dire sempre “a me non piacciono le catalogazioni di genere”, così poi uno si sente giustificato a fare un po' quello che gli pare. É un po' un tentativo di fuga. A noi non piacciono le catalogazioni, anche perché – soprattutto in Italia – lasciano sempre il tempo che trovano. Però sappiamo bene quello che facciamo, che è il prodotto della realtà dei fatti: siamo due “musicisti” italiani che hanno ricevuto un sacco di input a livello musicale, e con un po' di coraggio e sincerità hanno fatto il loro prodotto.
R: E per fare un qualcosa che sia senza recipiente, un po' di coraggio lo devi tirar fuori, perché il recipiente serve anche a proteggerti. Noi avevamo delle cose da dire, e l'obiettivo era quello di tirar giù dei muri, per cui di coraggio ne abbiamo sicuramente messo.
DM: Sì anche perché il rischio, quando esci dai confini di genere, è quello di sentirsi dire “Eh sì, però non è hip hop”, piuttosto che “Eh sì, però non è rock” e via dicendo. Se uno dovesse rimanere sempre radicato in una definizione, finirebbe per perdere qualcosa. É come se dalla scoperta delle patate si fosse provato solamente a bollirle, senza mai contemplare altre modalità di cottura. Nulla sarebbe successo se non fosse saltato fuori qualcuno a pensare fuori dagli schemi.
R: Quando uno si porta un po' più in là a livello musicale viene subito etichettato come uno “sperimentatore”, se lo fa a livello di testi rischia di sentirsi dare del “poeta”. Ed è una cosa che sminuisce un po' quello che effettivamente è l'hip hop. Non è che se uno scrive un testo rap più ragionato si trasforma in un poeta, sarebbe come dire che tutto il resto del rap è una stronzata.

Ecco, allora partiamo dall'ultima parte: “Silenzio” è un album hip hop?
R: Assolutamente sì. Uno magari sente dei suoni un attimo vari e tende a pensare che noi non facciamo più hip hop. E invece no: “Silenzio” è un album hip hop. Per noi l'hip hop rimane sempre quell'insieme di discipline che ne vanno a formare una sola, e noi abbiamo sbattuto pesantemente la testa su due di queste. La considerazione che abbiamo dell'hip hop è comunque grandissima, è un'attitudine, non un vestito che si mette e si toglie.
DM: Esatto, non si può relegare l'hip hop – come qualsiasi altro genere – a uno schema, per me significa in qualche modo insultarlo. Io ormai sono un po' di anni che bazzico l'ambiente, e se prima la trasversalità era considerata un limite, oggi è un punto di forza. Per fare un esempio stupido, il rapper con la giacca di pelle e che in generale non risponde ai canoni del genere, è quello più figo, mentre una volta era demonizzato. Il problema è quando ci si stacca troppo dall'origine: comunque l'hip hop deve avere dei contenuti, deve avere un attaccamento a una base culturale, altrimenti è condannato all'estinzione.

Colgo la palla al balzo: al di là di cosa è stato detto o non detto in queste settimane, vorrei il vostro parere sugli anni Novanta, dato che Myke arriva da lì e Rancore – anche se anagraficamente e artisticamente viene dopo – sembra comunque avere un forte legame con quel periodo.
DM: Io parto da un fatto oggettivo. Anzi, praticamente un'equazione: meno mezzi, più realtà. Essendoci meno cose, informarsi e capire, era molto più difficile. Per sentire i mostri sacri dello scratch o del freestyle, dovevi riuscire a recuperare la cassetta del tipo che forse – almeno così diceva – era stato a New York. Oggi stai col culo caldo a casa e in cinque secondi hai tutto il mondo è a portata di mano. É innegabile che negli anni Novanta, anche in Italia, ci siano state molte più pietre miliari rispetto a oggi. Non si possono dimenticare Sangue Misto, Neffa, Colle Der Fomento, Frankie HI-NRG e tantissimi altri. Le cose interessanti uscivano eccome. Poi è arrivata la quantità, l'attenzione alle visualizzazione, all'immagine e a tutte le altre cose. E quando si registra una crescente attenzione da parte del pubblico, la cosa originaria va a perdere in parte l'aspetto culturale, si rovina. E non sono io a dirlo, è la storia.
R: Più che rovinarsi affronta un periodo di cambiamento, e quando il cambiamento è rapido c'è il rischio che l'originale si deformi. Il mezzo ha trasformato il prodotto finale: ci sono sempre più dischi, e sono fatti sempre più rapidamente per rispondere alla domanda.
DM: Il messaggio che arriva però è spesso debole, almeno dal punto di vista del contenuto, della ciccia. Spesso escono dei dischi che diventano automaticamente delle icone, proprio perché siamo in un periodo florido per quanto riguarda l'attenzione al fenomeno. Ma è una strada troppo comoda, una scorciatoia. La verità è che per fare un lavoro, anche il più stupido, devi faticare, ci devi mettere del tuo. Altrimenti esce un prodotto arido dal punto di vista dei contenuti.

In che misura “Silenzio” è in controtendenza rispetto a quanto appena detto?
R: Avevamo bisogno di mettere dei contenuti. In questo periodo in cui tutti parlano, a noi mancava più di ogni altra cosa il silenzio, per quello lo citiamo spesso e lo abbiamo usato come titolo. Chi sente le voci sogna il silenzio, chi dovrebbe star zitto sogna il silenzio, e chi dovrebbe parlare purtroppo sta in silenzio.
DM: Non vogliamo rompere i coglioni a nessuno ovviamente, perché non è proprio da noi, ma sinceramente notiamo un ambiente in cui gente giovanissima si sente arrivata. Abbiamo voluto mettere in dubbio una serie di fattori, come il sentirsi sicuri su determinate cose, soprattutto in un periodo in cui i cambiamenti arrivano rapidissimi.
R: Un po' meno certezze e un po' più di domande. In mezzo a tanti cristi, noi volevamo essere il diavolo, ovviamente in maniera retorica e mai seria dato che si sta parlando di intrattenimento. E l'intrattenimento, se ti fa anche pensare, è sicuramente più costruttivo.

Questo rap è la cosa più sbagliata che la musica potesse fare
R: Appunto. É successo che a un certo punto il rap ha praticamente invaso la musica italiana. Tutti vogliono stare nel rap, e la domanda che mi nasce spontanea è una: perché ora che ci sono davvero le possibilità di farsi notare su una scala vasta non si cerca di fare qualcosa che porti comunque un messaggio? Alla fine l'hip hop è nato proprio con questo obiettivo. E mi sono posto anche un'altra domanda: perché non si fa un rap che sia davvero italiano anziché rifarsi al modello americano? Da questo punto di vista siamo sempre una sorta di “colonia americana”. Invece questo è proprio il periodo in cui ci si può evolvere, sfruttare la visibilità per scrivere cose che sfondino veramente il cranio alla gente. In questo senso il rap è la cosa più sbagliata che la musica italiana potesse fare.

A vedere le vostre biografie saltano all'occhio più le differenze che le cose in comune. Cos'è che vi unisce?
R: Il fatto che nessuno dei due ha tatuaggi [Ridono, NdR].
DM: Scherzi a parte, è sicuramente l'attitudine. Siamo persone totalmente diverse, il che quando lavori a un progetto comune è secondo me una cosa fondamentale. Ma l'attitudine è esattamente la stessa, e credo sia imprescindibile quando si lavora insieme. Abbiamo una visione comune che ci fa trovare in accordo sulla parte musicale e sulla scrittura e che ci permette di creare un disco da zero. Quasi ci divertiamo di più a lavorare, piuttosto che a raccogliere i frutti.

Come avete lavorato all'album?
DM: Questa volta abbiamo lavorato totalmente insieme. Ci siamo rinchiusi da me a scervellarci insieme e abbiamo fatto il disco.
R: Le prime idee ci erano venute in sedi separate, fra la fase di elaborazione e quella di registrazione c'è sempre una bella differenza. Diciamo che si parla comunque di un quattro mesi di lavorazione.
DM: La cosa importante è che siamo stati sempre molto umili e pronti a metterci in discussione l'un l'altro. C'è stato un continuo scambio di pareri, senza che nessuno dei due ritenesse di dover avere l'ultima parola sul proprio lavoro. Credo che in alcuni pezzi si senta molto, e son venuti bene proprio per questo motivo.

Parlando di umiltà: avete dichiarato “insieme siamo due bombe atomiche”.
R: [Ride, Ndr] Una cosa non esclude l'altra. Anzi, è proprio l'umiltà a dare anche un buon carico di energia, e quando ne accumuli troppa rischi di diventare un vera bomba atomica. Sotto più punti di vista, dall'aspetto musicale alle cose di ogni giorno.
DM: Ma poi come dicevamo prima, la forza nasce proprio dall'unione. Anche perché, va bene mettersi in discussione e essere critici sul lavoro fatto, ma se lui mi faceva delle osservazioni sui beat – o al contrario io le facevo a lui sui testi – queste dovevano essere motivate. Poi capitava che mi ricredessi io e viceversa. Tutto si è basato su un confronto continuo. Siamo due bombe atomiche nel senso che siamo davvero convinti del lavoro svolto.

Che altro ci dobbiamo dire?
R: Niente. Silenzio, appunto. Tutte le risposte sono già dentro al disco: il modo con cui affrontiamo il rap italiano, la vita, il futuro. Spieghiamo tutto in “Silenzio”. La cosa migliore da fare per comprendere il mondo di Rancore e Dj Myke è ascoltare l'album.
DM: Di fatto sono delle cronache, se dovessimo trovare un sottotitolo a “Silenzio” sarebbe proprio “Le Cronache”. É un racconto che ci descrive in maniera piuttosto eloquente.
R: Sempre lasciando aperto un dubbio però, lo dice il titolo: forse sarebbe stato meglio il silenzio?

Commenti (1)

  • Giulio Pons 31/10/2012 ore 23:24 @pons

    Bella intervista e bel disco!

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