The Gentlemen's Agreement - Vivere bene a Napoli: è la città perfetta se vuoi suonare Intervista

The Gentlemen's Agreement - E' giovedì sera, chiamiamo al telefono Raffaele Giglio, mente di The Gentleman Agreement. Ci risponde allegro, dicendo che è un ottimo momento: finalmente si concede una birra dopo una giornata intera passata a fare il falegname. Una chiacchierata sul nuovo disco e sulla loro vocazione “ecologica”,The Gentlemen's Agreement - E' giovedì sera, chiamiamo al telefono Raffaele Giglio, mente di The Gentleman Agreement. Ci risponde allegro, dicendo che è un ottimo momento: finalmente si concede una birra dopo una giornata intera passata a fare il falegname. Una chiacchierata sul nuovo disco e sulla loro vocazione “ecologica”,
04/04/2014 di

É giovedì sera, chiamiamo al telefono Raffaele Giglio, mente di The Gentleman Agreement. Ci risponde allegro, dicendo che è un ottimo momento: finalmente si concede una birra dopo una giornata intera passata a fare il falegname. Una chiacchierata sul nuovo disco e sulla loro vocazione “ecologica”, tra aneddoti, baratti e fiducia in un mondo migliore.

Ma non eravate contadini? In effetti, a sentire i rumori del disco, falegname è il mestiere giusto.
Io sono falegname da 17 anni. Sono laureato in restauro e ho cominciato a lavorare nel negozio dei miei genitori, che nel frattempo sono diventati “vecchiarelli”: ora lo mando avanti da solo. Faccio mobili e oggetti di tutti i tipi, si parte da zero, da un'idea, mio padre mi aiuta spesso a disegnarla, visto che è architetto. Poi la realizzo, su tre dimensioni: diventa qualcosa che tocchi, che puoi baciare. É bellissimo.


E tutto questo, oltre alla musica, lo fai Napoli.
Si, per il momento sto vivendo ai Quartieri Spagnoli. Ma è tranquillo, si sta bene.

Prima di parlare della tua città, parliamo del disco. Nel comunicato stampa si legge che l'avete fatto grazie al baratto. Cioè?
É un'idea che mi è venuta grazie a un amore che ho avuto in Salento. Venivo da un periodo particolare, sempre per colpa di un altro amore. Sono sceso in Puglia e ho conosciuto questa persona, che mi ha fatto conoscere moltissime realtà salentine, tra cui lo studio di Lecce dove poi abbiamo registrato (il SudEstudio, NdA). Il ragazzo che lo gestisce, Stefano Manca, ci ha invitato ad un festival in un giardino, in cui il palco era alimentato a energia solare, una cosa pazzesca. E' nata un'intesa: lui aveva una sala nuova di 24 metri ancora da realizzare. C'erano solo le pareti. Ha saputo che facevo il falegname, era novembre 2012. Così, insieme al percussionista e al contrabbassista, che non sapevano fare nulla e hanno imparato il mestiere, in un mese abbiamo finito la sala. In cambio abbiamo registrato per un mese gratis, ad agosto. Approfittandone per farci una bella vacanza in Salento.

E questo è stato il primo baratto...
Il secondo è arrivato prima di cominciare a registrare, anche questo per caso. A Napoli c'è una struttura del '500, il Lanificio 25, che ospita ora un teatro e anche appartamenti. Il proprietario ci conosceva e mi ha chiesto una mano per sistemarlo. Oltre all'aiuto manuale, ancora una volta da falegname, abbiamo cominciato ad organizzarci concerti, a gestirlo. In cambio abbiamo vissuto parecchi mesi lì, senza pagare affitto. Oltre alla convenienza, la cosa bella del baratto è che mette in movimento le energie umane: alla base dello scambio c'è la fiducia. Io mi fido di te, ti do un posto dove stare perché so che me lo farai splendere. É una fiducia che non c'è con lo scambio in moneta.

Oltre al baratto, che materialmente l'ha fatto nascere, il disco da cosa è stato ispirato?
Ho utilizzato un po' del malessere che mi dà questa città insieme al malessere “audio” legato al mio lavoro. Sento tutto il giorno in sottofondo la radio, intervallata da rumori di pialla e seghe. Suoni che si sentono nel disco, fino alla sesta canzone. Di lì in poi c'è il Salento. C'è la consapevolezza: cosa vuoi fare, stare in città a intossicarti? O preferisci ritirarti in campagna? Quando finiscono i rumori si capisce la scelta fatta: la fabbrica chiude e si va in zone più verdi. La campagna ti dà stress e lavoro, perché ti spacchi il culo. Ma restituisce energia e ti fa respirare.

Quindi hai lasciato la città?
Non proprio. Il baratto col Lanificio è finito un mese fa. Quel posto ha veramente le sembianze di una fabbrica e ha un'energia pesante al suo interno: un ex monastero, poi diventato fabbrica nell'800. Una scenografia perfetta per il disco. Ora mi sono trasferito in una casa giardino, che si avvicina all'idea di verde che ho in mente: ho una dependance nel giardino, ci sono tanti alberi e profumi. Paghiamo pochissimo di affitto, 100 euro al mese. E divido il resto della casa con una pittrice, un'insegnate di italiano e altre persone, siamo tutti attivissimi politicamente. Di sicuro, da questo periodo uscirà fuori un altro disco.

Attivi policamente, ma in che modo?
Soprattutto nel portare cultura in città. In più, come gruppo abbiamo scelto il baratto e di per sé è una mossa politica, mette al bando la moneta. Abbiamo anche pubblicato tutto in Creative Commons: non possiamo passare il tempo a lamentarci della Siae, aboliamo noi e andiamo avanti.



Quel che balza subito all'orecchio ascoltando “Apocalypse Town” è che i suoni di riferimento sono ben diversi da quelli dei primi dischi. Cosa è successo nel frattempo?
Sarà banale, ma quello che produco musicalmente è ispirato da quello che ascolto, e che vedo, in quel preciso momento. Per me è normale cambiare genere e non credo sia insicurezza. E poi è bello rifare le vecchie canzoni in una versione totalmente nuova, altrimenti sarebbe tutto molto macchinoso e noioso. Nel periodo in cui è venuto fuori questo disco ho ascoltato tantissimo Tom Zé, un artista che lavora con i rumori e che mi ha sempre ispirato insieme a tutto il mondo brasiliano: la mia famiglia ha sempre amato quelle sonorità e me le ha fatte ascoltare fin da piccolo, mio padre tra l'altro è un ex musicista.

Il titolo sembra cucito su misura su Napoli.
In realtà è il titolo di un libro, di un professore di sociologia che si chiama Alessandro Coppola (edito da Laterza, NdA). L'ho scelto nel momento in cui ho capito che volevo fare un disco così, che volevo trattare certi temi. Mi documento tantissimo di solito, vedo un sacco di film, leggo libri e saggi. Parlo con le persone. Questo “Apocalypse Town” è un libro molto pesante, parla di città americane “fallite” come Detroit, realtà post industriali che diventano poi luoghi fantasma. E fare il paragone con Napoli è abbastanza scontato: la mia città ha uno spessore culturale estremo, me ne rendo conto quando vado fuori, in giro per l'Italia o l'Europa. É molto attiva, ma vive in uno stato d'abbandono perenne. Ha un'architettura fascinosa, in netto contrasto con la zona industriale, degradata. Non vivo bene in un'ambientazione così disordinata, ma so che è piena di spunti. Molti se ne vanno, noi abbiamo deciso di restare, anche perché poi scatta la malinconia di casa. Ma i problemi ce li hai sotto gli occhi sempre, anche quando vai al mercato a comprare le verdure o la mozzarella: so che molto probabilmente sono prodotti inquinati, che chissà da qualche campo contaminato di rifiuti tossici vengono. Noi, comunque, cerchiamo di impegnarci: facciamo la raccolta differenziata, compriamo con i gruppi d'acquisto. E siamo vegetariani, gran parte del gruppo lo è.

In tour come fate a ricreare tutti quei suoni?
Ci siamo costruiti degli strumenti ad hoc e ce li porteremo dietro. Per il live abbiamo fatto delle colonne che contengono degli attrezzi da lavoro: pialle, trapani, frese. Saranno vicini a campanacci e pezzi di ferro, per produrre note ben distinte, comandati da pedaliere speciali collegate ai vari strumenti. Faremo del ritmo anche con i piedi, ci trasformiamo tutti in percussionisti. E lo spettacolo sarà pieno d'energia e pure psichedelico, con un tappetto di rumori interrotti spesso da frammenti di voci prese da film, mandati in loop con i delay. Si sentono Marcello Mastroianni, Monica Vitti, Alberto Sordi, Tiziano Terzani: una cosa un po' onirica. Sarà totalmente elettrico: ho venduto tutto quello che avevo di acustico. Avremo poi dei vestiti particolari, disegnati da un'artista partenopea, Simona Napolitano, sempre tramite il baratto: delle salopette che richiamano la rivoluzione industriale messicana, con la vita altissima. Poi, quando arriva il momento di cantare la liberazione della fabbrica, avremo ovviamente la camicia aperta.

Come vi è venuta l'idea di farveli da soli?
Avevamo già qualche idea, poi un giorno a Napoli ho incontrato un ragazzo fricchettone con l'ukulele. Peppe Treccia, un geniaccio, una persona magnifica. Lui usava questi strani strumenti, solo per fare rumore: lo psycho sitar, il mollofono...cose strane. Ci ha spiegato come farli e noi li abbiamo sfruttati anche da un punto melodico. Sullo psycho sitar, per esempio, abbiamo inserito un motorino che vibra su una corda, da modulare con dei tasti.



Quanti siete sul palco?
Siamo in 5, più un grande fonico, che è un ragazzo di Officina 99.

Esiste ancora?
Sì, fa eventi e anche grandi progetti. A Napoli centri sociali e movimenti di occupazione delle case disabitate sono ancora molto attivi. Certo, la situazione non è mai facile, gli sgomberi sono frequenti. Ma io trovo che sia un torto che ci siano case libere e gente in mezzo alla strada: si occupa non per fare bordello. Di centri sociali e spazi simili ce ne sono tanti e piccoli, soprattutto nel centro storico. C'è l'ex asilo Filangieri, vicino a San Gregorio Armeno e la strada dei presepi: è stato occupato in tre giorni da teatranti e artisti, c'eravamo anche noi, che abbiamo manifestato facendo un concerto. Ora si chiama La Balena e da due anni fanno tantissime cose, gratis.

Un po' come le esperienza di Roma con il teatro Valle occupato e di altri spazi in giro per l'Italia.
Esatto. Qui comunque c'è tanta musica ed è il posto perfetto per un gruppo che vuole ingranare, per un artista o per un attore. Gli affitti sono bassi, ti puoi permettere di fare una vita zingaresca con 400 euro al mese. E per strada c'è di tutto: si suona tanto, raccogliendo molte offerte. E la legge te lo fa fare: nei giorni feriali si può suonare dalle 10 alle 23, nei festivi addirittura fino a mezzanotte. Si può campare così, credimi.

Vuoi aggiungere qualcosa sul disco?
Beh, anche la copertina è strana. Il cd si chiude o si apre avvitando e svitando un bullone. É opera di un altro artista, Davide Arpaia. In più, penso che “Apocalypse Town” sia un disco, per la prima volta, per noi ben promosso. Con Sfera Cubica, che ci fa l'ufficio stampa, abbiamo fatto un accordo speciale. Per i pagamenti, anche con loro, abbiamo giocato sulla fiducia: avranno una parte delle vendite del disco, il che è un incentivo al loro lavoro. Una collaborazione interessante.

Ma poi, 'sta cosa di mollare la città inquinata e ritirarsi a fare una vita bucolica, è un'utopia? O ci credete davvero?
Ci sono persone che l'hanno fatto e stanno da dio. Come Giuseppe Piccapane, che inviteremo anche a un nostro showcase che faremo in comune a Napoli, a cui vogliamo dimostrare che facciamo cose importanti anche senza il supporto pubblico. Beh, lui lavorava nel marketing a Milano, laurea alla Bocconi. Un giorno si è stufato e ha investito 10 anni di lavoro in campagna. Ha mollato tutto e ora ha un'azienda agricola ed è una persona totalmente libera. Se hai voglia, riesci a vivere isolato. Io, però, ragiono da single senza famiglia. Chissà, un giorno potrei avere esigenze diverse.

Un'ultima curiosità: avete altri baratti in vista?
Forse. Con un tipo pazzesco di Palermo, che ha una specie di circo e ci ha invitato a suonare. A noi va bene anche solo essere sfamati per 15 giorni in Sicilia (ride, NdA). Comunque fra i progetti futuri c'è soprattutto un mini tour all'estero, a giugno: faremo qualche data a Parigi e in altre città di Francia, Belgio e Olanda. Non vediamo l'ora: partiamo col furgone, tutti insieme. Ce lo possiamo permettere, nessuno di noi deve marcare il cartellino. La libertà è anche questa ed è bellissima.

Tag: jazz provincia Napoli

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