Morgan Marco Castoldi - Giffoni Music Concept, 21-07-2003 Intervista

12/09/2003 di Enzo Mosca

Incontriamo Marco Castoldi al 'Giffoni Music Concept' per una chiacchierata che si rivelerà interessante e per alcuni aspetti anche ricca di sfumature filosofiche - poteva d'altronde essere altrimenti?.

Buona lettura.



Il pubblico del 'Giffoni Music Concept' è un pubblico di giovanissimi. Come imposterai il tuo concerto?
Pensavo di mettere in scaletta almeno due pezzi per bambini: mi piacciono molto le forme d'arte che hanno più letture, e la principale fra queste direi che è quella dedicata alla fruizione infantile. Anche nella letteratura ci sono esempi altissimi di questo genere letterario; direi che il più importante episodio è forse "Alice nel paese delle meraviglie” come romanzo in sé dal punto di vista della letteratura. E poi la fruizione fiabesco-giocosa, quella enigmistico-enigmatica ed, infine, c'è quella logico-matematica, che rappresenta quindi una serie di altre letture. Ad esempio, anche "Pinocchio" è un libro che è stato letto in vari modi; conosco la riscrittura di Giorgio Manganelli intitolata "Pinocchio, un libro parallelo", dove l’autore mentre legge il "Pinocchio" di Collodi riscrive un romanzo, praticamente entrandoci dentro come se la forma dello scrivere fosse cubica e non lineare, entrando perciò nella ‘tridimensionalità’ del romanzo.

Tutto ciò per dire che mi attrae molto come genere. Mentre nella musica ho trovato dei brani interessanti a proposito; Gianni Rodari, un grandissimo poeta di questo genere, ha scritto "Ci vuole un fiore", un pezzo che ha musicato Sergio Endrigo, Per fare un altro esempio, nelle arti figurative per me il maestro assoluto di questo tipo di cultura apparentemente infantile - perché sono delle opere molto più complesse di quello che sembra - è Bruno Munari, in quanto ultimo futurista e artista milanese a cui mi sono anche ispirato molto per fare il mio album. "The baby", ad esempio, è un pezzo ispirato alla letteratura di Munari, che ha scritto anche poesie, canzoni e fiabe visive.

Che tipo di rapporto hai con gli anni ottanta?
Ho sempre avuto parole di entusiasmo nei confronti della demonizzazione soprattutto degli anni ottanta. Quando ho iniziato a suonare professionalmente, alcuni giornalisti mi hanno chiesto se si potevano vedere, stilisticamente parlando, delle tracce di anni ottanta dentro il mio lavoro;io ho risposto che non si poteva negare questa cosa, perché io non li ho mai abbandonati. In verità non considero la moda degli anni ottanta neanche adesso, perché è talmente naturale che io mi sia formato musicalmente in quell’epoca che quasi non devo neanche razionalizzare questa cosa.

Dentro questi anni, comunque, ci sono anche i settanta, i sessanta e i cinquanta; per esempio, negli Style Council, che sono uno dei gruppi più interessanti degli anni ottanta, c'erano dentro gli anni sessanta, era una maniera di fare gli anni sessanta alla anni ottanta. Idem negli Wham di George Michael, che facevano una specie di rimanipolazione del rhythm & blues e del soul. Possiamo citare, poi, i Duran Duran, nei quali, invece, ritroviamo gli anni settanta.

Diciamo che io sono attratto dalla storia, più che dagli anni ottanta; l'infinità che c'è nella storia è molto più infinita dell'infinità del futuro che è nulla, perché non esiste. Nell'inattualità delle cose storicizzate, invece, c'è tutto quell'agire odierno, contemporaneo, moderno: se vogliamo conoscere cosa siamo, dobbiamo partire dall'analisi storica. "Altre forme di vita" è un pezzo che è stato giudicato anni ottanta più che altro perché lì c'è un preciso riferimento, un'ispirazione alla musica dei Devo e degli Ultravox.

Esistono ancora i Bluvertigo?
Sì, anche se momentaneamente sono congelati, nel senso che abbiamo un po’ allentato la tensione del rapporto, in modo tale da non farci fagocitare dal music-business o, comunque, dalle pressioni che ha il gruppo. Poi i rapporti se sono troppo ravvicinati, troppo asfissianti, si corrodono, si rovinano, e noi abbiamo cercato di prevenire questo; c'era semplicemente bisogno di staccare ed io con "Canzoni dell'appartamento" ho staccato, ho fatto una cosa che non avevo mai fatto, un album in cui l'ultima parola spettasse a me.

Con il tuo esordio da solista ti rifai alla tradizione, mentre con i Bluvertigo cercavate di distruggere gli stili antichi. I due lavori sono quindi da considerarsi in antitesi?
Musicalmente è chiaro che ho cercato di fare una cosa molto diversa, in modo tale che potesse essere letta come una strada parallela, alternativa, che non andasse a sovrapporsi a quello che era il discorso musicale della band principale. Ho intrapreso una strada che mi piace molto perché fa comunque parte di me: non ho fatto fatica, non ho dovuto inventarmi una nuova personalità o costruire qualcosa che non sentivo mio. Anche nei dischi dei Bluvertigo ci sono dei momenti, delle canzoni, degli episodi che potrebbero essere visti come il germe di quello che sto facendo adesso; in "Zero". Ad esempio, "La comprensione" è una canzone che ha molto a che fare con quello che faccio oggi, solo che là erano solo dei piccoli episodi, mentre ora ho fatto tutto un lavoro dedicato alla musica acustico-orchestrale.

Mi parli dell'esperienza del “Tora! Tora!"?
E' importante riuscire a creare degli spazi, dei luoghi, dove i musicisti che non hanno delle grandi potenze contrattuali possano esibirsi e suonare la loro musica. E' un impegno che ha degli aspetti sociali, e in questo il direttore artistico Manuel Agnelli è molto bravo; lui, poi, è sempre attentissimo alle performance di tutti gli artisti, ed è veramente mirabile questo sui impegno. Il festival si sta espandendo sempre di più, e spero che diventi importante come Sanremo e che, anzi, lo surclassi.

Dato che siamo ad un festival cinematografico, vorrei sapere quale influenza ha il cinema nella tua musica.
A livello di testi molte volte ho citato dei film: in "Decadenza", una canzone del primo album, cito "Blade Runner", mentre in "Zero" cito il "Cattivo tenente" di Abel Ferrara. Il cinema è una delle forme artistiche che apprezzo e conosco di più; infatti adesso sto lavorando a una colonna sonora di Alex Infascelli con il "Siero della vanità", di cui faccio il commento orchestrale. Nell'ultimo album, poi, "Canzone di Natale" l'ho scritta dopo aver visto il film "I vestiti nuovi dell'imperatore".

Tante cose, comunque, mi fanno venir voglia di scrivere una canzone: anche la situazione di questa intervista potrebbe esserne una!

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati