Gino Paoli intervistato da Colapesce Intervista

Gino Paoli - Colapesce intervista Gino Paoli. Si parla di donne e di poesia, ovviamente.Gino Paoli - Colapesce intervista Gino Paoli. Si parla di donne e di poesia, ovviamente.
18/11/2013 di Colapesce

Chiacchierano al telefono per un'ora buona. Gli argomenti sono tanti e ben approfonditi, si parte dal nuovo disco con il jazzista Danilo Rea - lo ascoltate interamente su Deezer - per passare dalla Siae, i talent, i cantautori e per finire a parlare, ovviamente, di donne e di poesia. Colapesce intervista Gino Paoli.

 

Colapesce: I “Diavoli del Rock” erano "quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo", forse non hanno cambiato il mondo, ma di sicuro hanno cambiato la storia della musica Italiana. Paoli alla batteria, un certo Luigi al sax e il piccolo Bruno al basso, gli gravitava intorno un ragazzino di nome Fabrizio.

Paoli è l'ultimo superstite di questo lento naufragio iniziato a Sanremo il 27 Gennaio del 1967, con la morte di Luigi Tenco.
Gino, classe '34, aveva provato a lasciare il pianeta prima degli altri, nel 1963 prese una pistola e se la puntò dritta al cuore: "Il suicidio è l'unico, arrogante modo dato all'uomo per decidere di sé. Ma io sono la dimostrazione che neppure così si riesce a decidere davvero. Il proiettile bucò il cuore e si conficcò nel pericardio dov'è tuttora incapsulato."
Capostipite di una tribù che periodicamente si rinnova, la tribù dei cantautori, ha la fama di antipatico, scorbutico e impulsivo. Niente di tutto questo, almeno con me. Abbiamo chiacchierato più di un'ora, ma sarei stato tutto il giorno a chiedergli aneddoti su personaggi ormai mitologici come Strehler. Ho fatto un quarto delle domande che avevo preparato e non gli ho neanche confessato che per una donna come la Sandrelli di "Sedotta e abbandonata" avrei fatto di tutto anch'io.


Non le nego che sono parecchio emozionato nell'intervistarla, in uno modo o nell'altro lei è contemporaneamente il primo e l'ultimo erede di una tradizione che ha fatto la storia del cantautorato italiano. Ma non serve ricordarle chi è, quindi le evito i preamboli e passo subito alla prima domanda partendo dalla fine delle sua carriera. Come sa non sono un giornalista…
Molto meglio (ride, ndr).

Beh non ha tutti i torti, si è già accorto che sono siciliano?
No, no, non si capisce… (ride per l'evidente accento siciliano di Colapesce, ndr).

Ok, partiamo: il suo ultimo lavoro racchiude 14 cover di grandi classici napoletani, musicati dal grande jazzista Danilo Rea. Com'è nata l'idea di questo disco e com'è stato lavorare con Rea?
Con Rea lavorare non è esattamente la parola giusta, con lui è divertimento, un'emozione, una meraviglia. Con Rea ho una simmetria, una sincronia nell'emozione, nella capacità di svolgere il tema che è come se suonassi io il pianoforte e lui cantasse, una cosa unica.

Simbiotica...
Esatto, non è ripetibile non potrei farlo con nessun altro.

Devo dire che quest'equilibrio arriva tutto nella registrazione…
L'altro giorno qualcuno mi ha detto: ma vi divertite tanto che vi pagano anche per suonare? (ride, ndr)

Che rapporto ha con Napoli e cosa ne pensa della Napoli odierna?
Ho un rapporto antico con Napoli, a parte il fatto della frequentazione abituale, all'inizio della carriera andavo spesso a Napoli. Allora non si lavorava come si lavora adesso, si facevano 15, 20 giorni in un locale con l'orchestra e io facevo quasi sempre due mesi l'anno, uno in primavera ed uno in autunno, allo Shaker di Angelo Rosolino. Questo l'ho fatto per 8 anni, quindi ho passato parecchio tempo in quella città. E poi ho sempre lavorato con napoletani, il mio gruppo storico è tutto di napoletani e anche gli arrangiatori che hanno lavorato con me sono napoletani: Vessicchio su tutti, ho avuto una frequentazione continua e quindi questo disco era quasi inevitabile. E poi il fascino che ha una certa canzone napoletana, quella dei grandi, di Bovio, dei Di Giacomo, che hanno un fascino notevole soprattutto per uno come me.

(Gino Paoli e Danilo Rea, ascolta il nuovo disco "Napoli con amore")

Si sente il trasporto, la sua versione di "Era di maggio" (nata da una poesia di Di Giacomo e musicata da Mario Pasquale Costa) me ne ha fatto venire in mente un'altra, quella del grande Roberto Murolo, io sono un grande ammiratore di Murolo, ha qualche ricordo legato al maestro?
La questione è che ci sono due maniere di intendere la canzone napoletana, svolgendola come una cosa lirica "sparata", con gli acuti etc. e poi c'è la canzone raccontata come faceva Murolo o come la faceva Sergio Bruni, e quella è un'altra maniera di affrontarla e chiaramente io sono più su quest'ultima linea… Con Murolo ci siamo anche frequentati, l'ho conosciuto perché un autore napoletano, che si chiamava Ettore Lombardi, me lo volle far conoscere e allora andai a casa sua. Abbiamo cominciato a chiacchierare e lui a suonare, a farmi delle canzoni e a un certo punto mi ha detto: "guarda ci sarebbe anche una canzone che ho scoperto da poco, un'antica canzone napoletana, si chiama “Angela”", e gli ho detto: no guarda questa l'ho scritta io poco tempo fa… c'è rimasto un po' male (ride, ndr).

Che opinione ha di fenomeni pop neomelodici come Gigi D'Alessio, che in qualche modo hanno snaturato la canzone "classica" napoletana…
Io non giudico quasi mai, non do delle definizioni, soprattutto quelle negative, però secondo me l'unico che potrebbe continuare una tradizione napoletana modernizzandola, perché ha una voce veramente sulle basse napoletane, è Enzo Gragnaniello, ha anche genialità come autore.
C'era un'altra realtà straordinaria a Napoli che era Napoli Centrale

Mi ha anticipato, le volevo chiedere di Barra e Bennato
Sono dei matti che non sono riusciti a portare avanti il progetto, però direi che Napoli Centrale era una grande realtà moderna della tradizione napoletana e adesso secondo me quello che ha la possibilità di essere quello che continua la grande tradizione è assolutamente Gragnaniello.

Lei è l'attuale presidente della SIAE ed ha dichiarato, dopo la sua elezione che si batterà "affinché quello del musicista sia considerato a pieno titolo un lavoro". State pensando a dei provvedimenti in particolare?
La SIAE viene definita come un organo che tassa la gente, tassa i locali etc. mentre la SIAE semplicemente preleva lo stipendio di un lavoratore, di un autore. Naturalmente questo stipendio cresce a seconda di quanta gente userà quella canzone, esattamente come un tassista guadagnerà a seconda di quanto utilizzerà il taxi o no, non vedo perché il tassista dovrebbe farlo gratis.
Io sono arrivato da 7 mesi e provvedimenti ne ho presi già tanti, naturalmente il discorso è cominciato con il commissario che ha fatto un ottimo lavoro, quindi sono due o tre anni che stiamo lavorando ai progetti tra loro e io, ma a questo punto dico che per mettere a posto le cose ci vorranno ancora degli anni, almeno due o tre, per portare questa barca a navigare libera. Perché l'importante è che sia libera, perché l'attacco che si fa alla SIAE è questo. E' stata fondata da Verdi e altri musicisti per poter gestire le loro opere in maniera autonoma, quindi su un principio di libertà, mentre se saltasse ci sarebbe la SIAE di Berlusconi, la SIAE della Rai, la SIAE di Google etc. ci sarebbero dieci SIAE e sarebbero tutte predominanti nei confronti dell'artista, mentre noi come autori siamo liberi grazie alla SIAE.

Lei è stato deputato tra le file del PCI dal 1987 al 1992...
Non sono mai stato deputato del PCI perché non ho mai preso la tessera, neanche quella del tram...

L'ho letto nella sua biografia…
Sono stato eletto come indipendente di lista, io sono un indipendente, prima di tutto, e poi di sinistra.

E la sinistra di oggi?
Se cominciamo adesso parliamo per quattro o cinque giorni (ridono, ndr)

Ok le faccio una domanda più semplice, (forse!). In un'intervista che lei ha rilasciato a Marinella Venegoni, parlando di Grillo dice "Io, Renzo Piano e Arnaldo Bagnasco abbiamo speso una notte a convincerlo di non farlo, perché si metteva in peripezie che avrebbero avvolto pure la sua famiglia, ma aveva questa urgenza. Posso aver dubbi su quel che sta facendo, non sulle sue intenzioni e sulla sua sincerità". Esclusa la grande amicizia, che opinione politica ha di Grillo e del movimento?
Prima hanno passato una notte loro a convincere me a non farlo (ride, ndr), la seconda puntata è stata convincere Grillo a non farlo, sì. Io sono molto amico di Grillo, quindi è difficile per me dare delle risposte quando mi fanno questa domanda, perché oltretutto ogni risposta che ho dato è stata interpretata come un attacco, oggi vorrei non darne più. Ti posso dire che io credo che Grillo creda in quello che fa, poi posso essere in disaccordo con lui su molte cose, sul metodo, mentre sono d'accordo moltissime volte sulle sue critiche, però la cosa essenziale secondo me, anche se non sono d'accordo con lui, so che lui è in buona fede, crede in quello che fa e secondo me uno deve fare quello in cui crede. Spero che non trasformi questa risposta in un'altra cosa (ride, ndr).

Assolutamente no, non cerco scoop, non si preoccupi, sono più interessato alla musica e alla sua opinione su alcuni fatti. Ritorniamo alla musica che forse è meglio… Lei ha partecipato cinque volte al festival di Sanremo che, ancora oggi, sembra essere la vetrina più importante per certa musica italiana, ma ho la sensazione che da qualche decennio non sforni più grandi autori e le canzoni sembrino durare al massimo i 5 mesi successivi alla kermesse. Cos'è successo secondo lei, cos'è cambiato rispetto agli anni '60, quando il cantautore era considerato quasi un intellettuale. Lei magari pranzava con Strehler che le chiedeva di scrivere un brano, la sera andava a bere con De Andrè e poi Bertolucci le commissionava un inedito per il suo nuovo film. Oggi, se va bene, un giovane autore scriverà per qualche ragazzetto coetaneo uscito dai talent che sparirà dopo 5 ore, o gli commissionano le musiche per una fiction di dubbio gusto su Canale 5. Cos'è successo? Di chi è la colpa? E' tutta del "Drive in" o c'è dell'altro secondo lei?
E' successa una cosa molto semplice, la canzone da mezzo espressivo è diventato un prodotto. Deve essere il giovane autore a decidere che la sua vita è scrivere musica, non avere successo. La canzone è un mezzo per dare, non è un mezzo per avere. Se la canzone diventa una maniera per arrivare a guadagnare, successo etc. questo è un altro discorso, io ho sempre citato un grande del jazz, quando sono andato a chiedergli cosa voleva dire suonare come suonava lui, come si fa, lui mi ha risposto: "suonare jazz è come pisciare". Cosa vuol dire? che è un bisogno, lo devi fare perché hai bisogno di fare quello e non altre cose. Questa è la partenza, poi il successo è un incidente, è qualcosa in più. Ma quando tu vuoi fare l'artista, cazzo è l'artista che vuoi fare, mica vuoi fare il tabacchino, non è un mezzo per avere qualcosa...

Su questo sono pienamente d'accordo, infatti mi riferivo più che altro all'ambiente culturale, completamente diverso rispetto a quello odierno.
Prima c'erano i mecenati che producevano e il discografico se credeva in qualcuno andava avanti, oggi crede nel prodotto se funziona e se non funziona lo butta via. Lucio Dalla per arrivare al successo ha dovuto fare sei long playing, oggi non fai neanche il primo, o meglio, fai il primo se ti danno la possibilità di farlo e se non vendi con quello hai chiuso. Se stai proponendo qualcosa di nuovo devi avere dietro qualcuno che ti appoggi in qualche maniera, che ti sostenga. Oggi se sballi una cosa sola non ti vuole più né la tua casa discografica né nessun altra casa discografica.

La sensazione è che si sia abbassata drasticamente la qualità, sia musicale che testuale...
Si è abbassata la qualità e si sono abbassati i soldi, perché se tu pensi che una volta quando vendevi un milione di copie di un disco, con quello potevi finanziare altri 3 dischi che non andavano o che stentavano ad andare avanti, oggi con un disco non paghi neanche il disco stesso. Come cazzo fai…

E quindi che si fa?
Per cominciare bisogna riprendere questa cosa per quella che è: a me piace suonare, suono, punto. Poi andiamo avanti. Bisognerebbe riformare una mentalità, noi eravamo ragazzini a cui ci piaceva suonare e poi per caso siamo finiti in questa storia, suonavamo perché ci piaceva, basta, non avevamo pretese. Ciascuno di noi voleva fare delle altre cose, Luigi (Tenco, ndr) voleva fare l'ingegnere, Bruno (Lauzi, ndr) si è anche laureato, io facevo il pittore, non era la nostra vita quella, però la musica ci piaceva e quindi si faceva, fai la musica e prima o poi succede qualcosa, però qui la gente non fa la musica con quell'idea, la gente pensa "adesso voglio avere successo" vado a... che so io, quei talent trasmissioni del cazzo e vediamo se mi riesce. La differenza sta fra gli artisti e quelli che non lo sono.



D'accordissimo anche su questo, e la musica diventa sempre meno un lavoro anche per via di queste dinamiche. Quindi il mestiere del musicista "artista" viene ulteriormente penalizzato rispetto a prima non crede?
C'è da dire che anche il contesto era diverso, quanti locali c'erano in Italia dove si suonava dal vivo? Un milione? Adesso quanti sono? Il lavoro c'era perché c'erano i locali, c'era la gente che voleva ballare con uno che suonasse, adesso mettono i dischi e buonanotte e chi se ne fotte, è tutto cambiato, ma è cambiato in negativo per quanto riguarda il lavoro dell'artista e del musicista, ma non si può tornare indietro, è difficile.

Mi riferivo proprio a questo, quindi mi ha risposto, grazie. Deduco quindi che ha una pessima opinione dei talent come X-Factor, che a me sono sempre sembrati dei tiepidi karaoke per ascoltatori pigri…
Queste cose qua a me mi fanno un po'… cioè… non è che non mi piacciono, proprio non le sopporto! Non producono niente e se producono cosa producono? Un personaggio televisivo. Prima c'era la canzone, poi c'era la canzone discografica, il prodotto. Adesso c'è la canzone televisiva, non ha importanza quello che è la musica, quello che sono le parole, l'importante è il personaggio, il prodotto confezionato e basta. Oggi c'è solo la canzone televisiva, c'è a chi piace… e so cazzi suoi, mica cazzi miei (ride, ndr).

Sono contento che la pensi così, ho letto molte dichiarazioni di personaggi anche validi che spendono belle parole su questi format, frasi come "ottime vetrine" e "si trovano veri talenti" che a mio avviso sono pallidi abbagli per far cassa nel semestre, è tutto basato sul bel canto privo di contenuti...
Eh, ma l'ipocrisia è lo sport più importante, insieme al salto sul carro del vincitore. Sono gli sport più importanti in Italia. Ipocrisia significa dire quello che tutto sommato va bene anche se non sei convinto, io devo dire cosa penso punto e basta e se qualcuno s'incazza che s'incazzi pure...

Lei ha vissuto da protagonista diverse fasi della storia della musica italiana, e quindi anche della discografia. Come ha vissuto, per esempio, la scomparsa del supporto e la crescita esponenziale di internet?
E' un guaio grosso… Perché il discorso è se il mezzo si mangia l'uomo o se l'uomo si mangia il mezzo. E' tutto qua. Cioè, se il mezzo diventa uno strumento per l'uomo per migliorarsi va benissimo, se invece lo strumento diventa lui il padrone e assoggetta l'uomo, allora le cose vanno male. Il mezzo può sempre essere positivo, io ho visto dei quadri o espressioni artistiche fatte col computer che sono perfette e sono belle, perché l'artista ha usato il mezzo per ottenere un risultato ben preciso, si è servito del mezzo per le sue potenzialità. Il problema è quando il mezzo si serve dell'uomo e spesso siamo in questa fase, purtroppo.

Ha iniziato come pittore, poi come disegnatore pubblicitario ed è arrivato al successo come autore, ma ha anche avuto dei momenti difficili. Nella sua biografia leggo che alla fine degli anni '60 ha pure fatto l'oste a Levanto. Quanto conta l'umiltà in questo mestiere? Non le nego che sono terrorizzato dal futuro della musica in Italia. Se la sente d'incoraggiarmi o faccio il concorso alla posta e faccio felici i miei?
(ride, ndr) L'umiltà è alla base, un artista se non è umile è un casino. L'umiltà è la possibilità del dubbio, non delle certezze.

Cosa ne pensa della musica d'autore oggi?
Ma il discorso è che non si sa quale sia, nel senso che se c'è qualcosa di veramente nuovo, di veramente geniale, i produttori non lo possono riconoscere, perché i produttori hanno come dogma il fatto che il successo deve essere immediato e a breve scadenza "io investo e devo guadagnar subito". La conseguenza qual è? Che accettano cose che vanno adesso, se va di moda un suono o se vanno certe cose, tutto ciò che assomiglierà a quello che va adesso sarà accettato. Quello che invece parte per la tangente e fa tutt'altro non sarà accettato, quindi praticamente se c'è non si vede. Ci sarà sicuramente della gente che scrive e fa delle cose geniali e diverse, ma questi non passeranno mai. Questo vale in tutto il business, non soltanto nella musica. Il geniale è anche diverso da quello che va di moda e quindi non viene riconosciuto, io credo che probabilmente ci sono degli autori geniali che scrivono cose geniali, ma non li ascolteremo mai, finché il filtro è il mondo del business, non lo sapremo mai, non li vedremo mai.

M'incoraggia (ride, ndr)… Lo scorso anno sono stato premiato al premio Tenco come migliore opera prima, e per me è stato un grande onore. In qualche modo ne sento il peso e la responsabilità, al tempo stesso soffro un po' della definizione di cantautore: prima di tutto mi sento uno che fa musica e che scrive le proprie canzoni. Certe definizioni col tempo finiscono ad assomigliare a delle gabbie. Immagino che per lei quel termine abbia una valenza ancora diversa, a quei tempi la musica italiana era dominata dagli interpreti. Cosa voleva dire essere un cantautore nei primi anni sessanta?
Oggi molti giornalisti alla parola cantautore si toccano le palle...

(ride, ndr) Se le toccavano anche allora! Per cominciare ci dicevano che le nostre non erano canzoni, anche perché non rientravano nei canoni della canzone professionale. Io mi son sentito dire da uno dei grandi editori di allora, Alfredo Rossi: no queste non sono canzoni, cambia mestiere. E poi eravamo una categoria a parte, perché in fondo l'esigenza era quella di scrivere qualcosa da soli, per te stesso, secondo te stesso, raccontando quello che in fondo sentivi dentro, questa era la nostra idea. E' chiaro che rispetto agli altri, che era tutto un meccanismo molto diverso, eravamo praticamente degli emarginati, anche presi per il culo direi… Eravamo un gruppo così. Noi non eravamo cantautori, non esisteva il termine, io mi ricordo che qualcuno disse "come li chiamiamo questi qua" e la Maria Monti, che era una cantautrice di allora che stava con Giorgio (Gaber, ndr), disse "perché non li chiamate cantautori?". Il termine è nato lì, l'ha trovato Maria Monti, non c'era mica il termine cantautore, c'era il termine chansonnier francese, ma in Italia non esisteva quel termine, perché non esisteva quella categoria. L'unico era Odoardo Spadaro, che comunque era una imitazione degli chansonnier, che si scriveva le canzoni, parola e musica. Poi questa definizione di cantautore che riguardava questo gruppo è diventata invece la definizione di un genere che non era esatto. Addirittura era cantautore chi non scriveva le canzoni ma le cantava soltanto, oppure chi scriveva la musica ma le parole le faceva fare a Mogol o a qualcun altro di questi. Il cantautore è diventata una cosa molto strana, però nasce per definire "quello che si fa tutto". Le parole se le musica e se le canta, questo è il cantautore. Veramente eravamo una categoria a parte, abbastanza schifata, a parte da un geniale personaggio completamente pazzo che si chiamava Nanni Ricordi che fu quello che ebbe la colpa, o il merito, di aver fatto nascere tutti questi cantautori.

("La donna che amo")

Credo che si possa tranquillamente dire il merito… Analizzando una sua canzone degli anni '70 tratta da "I semafori rossi non sono Dio" c'è una frase che mi ha sempre colpito: "La donna che amo è la mia padrona, è mia madre, il mio cane, la mia puttana". Fece molto scalpore quando uscì. Oggi che frasi del genere sono quasi diventate la norma e finiscono tranquillamente ai primi posti delle classifiche che effetto le fa ripensare alle polemiche di quegli anni?
Vedi, il discorso è che l'affermazione della personalità può passare attraverso diversi aspetti, di solito quello che praticavamo noi, era essere contro ogni usanza di quel momento, diventare uno che rifiutava il costume di allora. Ho messo i primi jeans perché me li ha portati un mio amico che navigava, sono andato a scuola, al Cassini a Genova, e il preside sulla porta mi ha fermato e mi ha detto: "Guardi, non si viene a scuola coi pantaloni da lavoro, si vada a cambiare", perché era una cosa contro. Oggi per essere contro bisognerebbe andare a scuola in frac! La questione è: dove esiste un limite la trasgressione esiste, ma se non ci sono limiti che cazzo di trasgressione è? Dire delle cose esagerate quando l'esagerazione è un costume non è più esser trasgressivi, la trasgressione deve costarti anche della sofferenza. Deve costarti, quanto tutto è permesso che cazzo di trasgressione è?

(ride, ndr) Certo, effettivamente quest'aspetto non l'avevo considerato, ormai quel tipo di trasgressione è stata talmente metabolizzata, storicizzata, che spesso oggi la diamo per scontata…
Se tu pensi che un povero cristo napoletano, per aver piantato una bestemmia in televisione è stato eliminato da tutte le trasmissioni e radio d'Italia, allora. (E continua ad essere eliminato).

Chi è?
E' un cabarettista napoletano, non mi ricordo il nome porca puttana, mi dispiace perché lo citerei volentieri (Leopoldo Mastelloni, ndr), ma è stato eliminato perché ha piantato un "porco dio" in una trasmissione televisiva.

Incredibile…
Quella si che è trasgressione, magari. Però la paga hai capito? La devi pagare la trasgressione in qualche maniera, con la cattiveria di chi ti piglia per il culo, quando io mi son fatto crescere i capelli fin sulle spalle mi pigliavano per il culo per strada, adesso se ti fai crescere i capelli chi cazzo ti prende per il culo? Son tutti coi capelli lunghi. Se torniamo al principio la trasgressione deve avere dei limiti, se tutto è permesso non è più trasgressione, allora invece devi andare dall'altra parte, cominciare a capire che le regole sono più importanti.

Noi abbiamo avuto un presidente del consiglio abbastanza trasgressivo… ma vabbè questa è un'altra storia. Cambiando argomento. Nella sua carriera le donne hanno avuto un'importanza fondamentale e spesso sono al centro della costruzione semantica del testo…
Le donne sono la chiave di lettura di tutto il mondo, le donne sono il sesso forte, tutta 'sta storia del sesso debole è una fregatura, una balla che si sono raccontati gli uomini tutta la vita, credo. Gli uomini si dividono in due categorie: quelli che lo sanno e quelli che non lo sanno. La donna è la terra, la genitrice, è tutto. Anche se non avesse la figa sarebbe lo stesso, è comunque la cosa più importante, la cosa che ti affascinerebbe di più.

Chiarissimo…Le faccio le ultime due domande. Esistono registrazioni dei Diavoli del Rock?
(ride, ndr) No no, i "Diavoli del rock'n'roll" erano una cosa che vabbè , quando ci penso mi metto a ridere… Pensa che il manifesto l'avevo fatto io, facevo ancora il grafico, poi c'era Bruno che suonava un basso che però era un basso piccolo, si chiamava "bassetto" perché non arrivava al basso, Bruno era piccolo e non arrivava a suonare il basso vero… era di colore bianco.

Ma cos'era un basso per bambini?
No, c'è una cosa che si chiama bassetto, che è un po' più piccolo, io non sapevo neanche che esistesse, però comunque c'avevamo quello. Poi c'ero io che suonavo la batteria, Luigi che suonava il sax, poi c'era un altro, adesso diventato chirurgo, che suonava con noi, poi c'era un assicuratore, avevamo preso un locale in una casa in costruzione di uno degli amici, che si chiamava Roy, il padre era un costruttore e allora ci aveva dato questo piano ancora vuoto, e lì tutti i sabato suonavamo per gli amici, suonavamo il "rock". Ma comunque abbiamo cominciato tutti col rock, eh! Tutti noi, i primi dischi, per esempio "Chiudi" o "Non occupatemi il telefono" e altri tre o quattro pezzi che non ho scritto io, che ha scritto Reverberi con Calabrese o con Franco Franchi, erano rock, praticamente tutti abbiamo fatto il rock, forse l'unico è stato Bruno, lui no. Ma Luigi, io, Giorgio (Gaber, ndr) siamo tutti partiti col rock.

E Lauzi a che scuola era legato?
Ma Lauzi amava molto la commedia americana, il Musical, sentiva moltissimo i musical. E poi Bruno è andato via molto prima da Genova, perché la famiglia si spostò a Varese e lui andò a vivere lì. Fino ai 18, 19 anni è stato con noi. Eravamo sempre tutti insieme, poi lui si spostò a Varese e lo perdemmo di strada… Poi lo ritrovammo a Milano che faceva anche lui sta cosa (ride, ndr), però siamo capitati, per caso, tutti quanti li dentro.

Ma lei dipinge ancora o ha smesso?
No, non dipingo più. Sì, faccio qualche cosa così per casa ma non dipingo seriamente, non riesco a far due cose in una volta. C'era un vecchio strip che si chiamava Beetle Bailey dove c'era un soldato e un sergente e il soldato si chiamava "il soldato zero" (dal quoziente intellettivo, invece di 150, 120 , lui aveva QI=0, da qui “soldato zero”) e diceva di saper fare solo una cosa per volta, allora il sergente gli diceva: “Marcia e fischia!” E lui rispondeva: "Una cosa per volta" e io sono così, non sono capace a fare due cose in una volta, solo una!

Una però le viene bene… Passo all'ultima domanda: Bufalino, uno scrittore siciliano, diceva…
...ecco, secondo me è uno dei più grandi scrittori del novecento, Bufalino ha una tavolozza straordinaria, è un siciliano meraviglioso, un libro splendido è quello del sanatorio, il primo che è uscito, quello che teneva nel cassetto…

”Diceria dell'untore”, il suo primo romanzo che pubblicò a sessantaquattro anni..
Bravo, uno dei libri più belli che ho letto e lui deve tutto a Sciascia e Sellerio, perché Sciascia lo convinse a pubblicare i libri, alcuni sono usciti postumi.

La vedo preparato (ride, ndr), tornando a Bufalino, lui diceva che "siamo dei morti in incubazione". Lei ha paura del nulla?
(ride, ndr) E' una bellissima frase alla rovescia. Ogni giorno che vivi è un giorno che sei morto, no? La vecchia storia che è la realtà, la morte è una cosa che hai insieme a te per tutta la vita, ogni dente che cade, ogni capello che perdi, ogni cosa che ti diminuisce: è la morte. Aver paura della morte finale è una stronzata, perché stiamo morendo ogni giorno, ogni giorno moriamo.

Mi stupisce che sia un conoscitore di Bufalino, in genere è considerato ancora uno scrittore minore...
Ho letto tutto quello che è uscito di Bufalino, perché lo adoravo, e ho odiato un cazzone di critico-poeta che fece un articolo contro Bufalino, gli scrissi che era un coglione… Uno che non riconosce il talento è un coglione, e la strana cosa è che i grandi scrittori, come linguaggio, capacità di costruzione della frase etc. sono quasi tutti siciliani, perché il siciliano è ancora ancorato al latino, mentre invece il resto dell'Italia è ancorata al romano che è una cagata orrenda, gli scrittori siciliani sono i migliori. Lo stesso Camilleri, che è bravo straordinariamente come scrittore di storie e come linguaggio (e anche un po' ruffiano) ha sempre questa capacità… siciliana direi, perché poi Sciascia e gli altri sono uguali, hanno questa capacità di scrittura ancorata al latino che è una scrittura più luminosa, più bella, colorata…

C'è anche molto mare, anzi è uno degli elementi forti che ci accomuna a "voi"…
Non parliamo della Sicilia sennò mi dai del ruffiano, quindi lasciamo perdere … Quando ci vedremo, senza intervista, poi ti parlerò della Sicilia.

Grazie, sarebbe fantastico. Voci di corridoio dicono che lei è un antipatico, un personaggio scorbutico. Posso smentire pubblicamente e dire che sono tutte stronzate?
Io sono un rognoso, è vero, sono una carta assorbente, se mi affronti male sono cazzi tuoi, io rispondo alla gentilezza con la gentilezza, la cattiveria con la cattiveria e all'aggressività con l'aggressività. Alla stupidità non reagisco proprio, ti mando affanculo e basta.

Con questa perla di saggezza stacco il registratore, scambio ancora qualche battuta fuori dall'intervista, lo ringrazio per la disponibilità e ci salutiamo. Dopo qualche minuto mi chiama mia madre e mi fa: "Con chi eri al telefono, provo a chiamarti da un'ora?". “Con Gino Paoli”. "Ok ci vediamo a pranzo? Adesso vado con la nonna dalla parrucchiera, abbiamo appuntamento con Rita Pavone". Ciao mamma, a dopo.

Tag: intervista

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Commenti (12)

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  • colin 21/11/2013 ore 17:10 @colin

    gino paoli è un artista mediocre, e la qualità del suo pensiero in termini di produzione artistica è scarsa esattamente come la qualità della sua produzione musicale.
    colapesce, ... bhè ...

  • luca Riggio 22/11/2013 ore 19:18 @sintetico01

    In pensione anche lui,come tutti quelli che non hanno piu' idee! Ciao

  • DistortedGhost 23/11/2013 ore 23:48 @DistortedGhost

    a parte la faccenda SIAE Paoli ha dichiarato sulla occupazione del teatro Valle : «Mi ricordano - dice riferendosi agli occupanti - i “figli di papà” di Valle Giulia che, in nome del popolo, picchiavano i poliziotti, ossia i veri figli del popolo. Pasolini l'aveva notato, tra tante polemiche». A parte il mancato pagamento dei diritti d'autore, spiega Paoli che è da poco presidente della Società Italiana Autori ed Editori, il collettivo del Teatro Valle «gode di vantaggi arroganti perché non rispetta le regole della concorrenza, evade completamente le tasse, non versa i contributi previdenziali Enpals e non rispetta alcuna misura di sicurezza per autori, tecnici e spettatori». COME NON DARGLI RAGIONE !

  • colin 26/11/2013 ore 17:15 @colin

    basterebbe entrare al teatro valle (o il coppola) e conoscere l'esperienza in atto. Non si tratta di una gestione commerciale, ma politica.
    Il mezzo è la cultura, il fine poterla considerare come un bene comune.
    Di che concorrenza di parla se le attività perseguono questo fine, e se le forze, le professionalità, le fatiche di chi si prestano alla gestione non sono retribuite, ma volontarie ?
    Ed anche il termine "evasione" è limitante. un'occupazione è un affare politico ... non è che fai un'occupazione e poi chiami quel bell'organo di speculazione ufficiale che è la siae e dici loro: "allora, cari ?! quanto vi dobbiamo per remunerare i diritti spropositati di 4 amici al bar ?"
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/27/scandalo-siae/

    Lo scandalo Siae - Il Fatto Quotidiano

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/27/scandalo-siae/

  • Rob Bellacicco 18/09/2015 ore 11:02 @69clubandstation

    bellissima intervista,
    dopo le vicende giudiziare e la presidenza alla SIAE mi era difficile essere obiettivo nei confronti di GP.
    C'è più roba qui che non in un anno di servizi sulla musica della gazzetta del mezzogiorno (dove in questi mesi di taranta proprio non riuscivano a distinguere Phil Manzanera da Paul Simonon nelle didascalie)

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