Vivere al presente: Giovanni Succi racconta “Con ghiaccio” Intervista

20/09/2017 di

Alberghi, spiagge, backstage, bar, paradisi elettrici, locali che chiudono. E poi pedalate, reading, voci, sudori, artisti di nicchia, messia da quattro soldi e poveri diavoli, shakerati insieme con una vena di amara ironia: in occasione dell'uscita del suo primo disco solista "Con Ghiaccio" (La Tempesta), abbiamo rivolto qualche domanda a Giovanni Succi.

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Hai alle spalle e in corso diversi progetti (Madrigali Magri, La Morte, Bachi Da Pietra), collaborazioni (fra gli altri Massimo Volume, Afterhours, Uochi Toki) e rivisitazioni (l’esecuzione per sola voce de Il conte di Kevenhüller di Giorgio Caproni, con poesie diffuse settimanalmente e infine tutte pubblicate su vinile, e il tributo a Paolo Conte “Lampi per macachi”): come mai ci sono voluti così tanti anni per arrivare a maturare un disco solista?
Perché negli ultimi dieci anni i Bachi Da Pietra hanno assorbito la parte più urgente, anche nella composizione. Come diceva qualcuno, “non mancavo di nulla”. E poi, sono anche fatto così io. Mi piaceva l’idea di pagare una sorta di tributo ad alcuni personaggi, prima di fare un passo a mio nome. Ma poi guarda, in fondo le canzoni dei Bachi Da Pietra le scrivo io e mi rappresentano al cento per cento. Solo che escono come Bachi Da Pietra, quindi probabilmente nessuno si è mai accorto che dietro c’è anche qualcuno che le scrive. Forse immaginano che le troviamo sotto i passi o in una cava. Magari scrivere nome e cognome può dare adito al dubbio che qualcuno scriva effettivamente quei pezzi.

Rispetto al disco hai detto: L’Amaro Succi è spigoloso e io – da autentico stronzo – non mi spendo mai troppo ad annacquarlo. [...] Se c’è un pubblico adulto, sarà cosciente di esporsi al piacere di un veleno. Ma a questo giro il mio intruglio scuro lo servo CON GHIACCIO e magari andrà giù bello fresco”. Vuoi commentarci questa affermazione?
Commentare me stesso mi risulta sempre difficile. Quando dico una cosa, è quella per me. Mi andava innanzitutto di fare un disco diverso dai Bachi Di Pietra: questo è l’inizio di un discorso, non una voglia stagionale ma un progetto che avrà una sua continuità. Ho scelto Ivan (Rossi, produttore del disco, ndr) perché sapevo che mi avrebbe portato ad un avvicinamento nei confronti del pubblico, cosa in cui io tendo a mancare, essendo un po’ spigoloso. Ho voluto provare a vedere che cosa ne avrebbe fatto di me Ivan. Che, peraltro, ha prodotto alcuni dei dischi più belli dei Bachi, cioè "Tarlo terzo" e "Quarzo".

 


Il disco si apre con “Artista di nicchia”, in una sequela di versi ricercati quanto incomprensibili che sembra farsi beffa di un certo comportamento chic e atteggiato, di chi cerca a tutti i costi di darsi un tono anche se non ha assolutamente niente da dire. È così? Ti rivolgi ad altri artisti?
I primi versi di “Artista di nicchia” sono assolutamente privi di significato, è la mia super cazzola. Io non mi rivolgo mai agli artisti. Mi rivolgo alle persone che vivono nel mondo come me. Che camminano per terra. È un po’ una presa in giro delle etichette che ci affibbiano, un po’ per negligenza, un po’ perché è una giornata dura e devi fare in fretta. Ormai non esistono più cose, ma etichette, come ne “Il giro” non esistono più uomini, ma solo oggetti. Quando Remo (il bagnino protagonista della canzone omonima, ndr) sulla spiaggia mi ha detto che ascoltava i Police non mi ha detto che ascoltava un gruppo di nicchia, anche se i Police erano al primo album. Se vuoi, qualsiasi cosa quando comincia è di nicchia, ma chi avrebbe mai definito i Led Zeppelin una band di nicchia? Erano i Led Zeppelin, punto. Invece adesso (e questo succede anche per cose molto più fortunate per le mie ed è questo che mi rammarica) anche chi riesce a fare veramente fortuna viene etichettato come roba di nicchia. Questo mi fa pensare che allora forse sia un’idiozia. Dunque mi prendo gioco di questa idiozia. Una volta che sei di nicchia, sarai di nicchia tutta la vita, a meno che tu non riempia uno stadio. E anche qui, c’è chi sarebbe capace di dirti che "anche Vasco Rossi è un po’ di nicchia, quella roba lì ti deve piacere, non è mica come Gianni Morandi. Anche se anche Gianni Morandi...". È veramente insopportabile. Ed è un atteggiamento che purtroppo sta dilagando.

La critica a un modo ipocrita di vivere la professione di musicista continua anche in “Salva il mondo”: nel pezzo, apostrofi quei musicisti che fingono disinteresse nei confronti del guadagno, attuando però comportamenti che mirano a massimizzarlo.
Cioè tutti.

La mia domanda era proprio questa. Ce ne sono molti che includeresti nella categoria?
Tutti quelli che salgono sul palco con l’alone del salvatore, del Cristo in terra. Di quello che ha la risposta giusta in tasca, la verità in saccoccia. Che ti dice come la devi pensare e che lui è nel giusto, mentre tutti gli altri stanno sbagliando e il mondo è corrotto. Voglio dire, il mondo è il mondo, ci sei dentro. Vai avanti. Penso che sia un grande spreco di tempo e di energie, finalizzate non so a che cosa. Però, se ci pensi, è la morale cattolica, che si insinua sotto mentite spoglie all’interno di qualsiasi animo. Anche di quelli che pensano di essere rivoluzionari o ultraradicali e che in realtà mettono in atto uno dei dogmi della morale cattolica: il denaro è sporco, guai a toccarlo. Ma il cachet alla fine della serata lo vuoi, no? E quello è denaro.

DSCF2827(© Rosalba Sacco)

L’unica traccia che si rivolge in modo diretto alla religione all’interno del disco è “Satana”: nel pezzo, pur senza nominarlo direttamente tratteggi Gesù come un ipocrita, al quale contrapponi un Satana più puro e sfortunato.
Lì sono andato proprio alla fonte. Dicono che Satana fosse molto brillante, il fratello gemello di Gesù, da cui era stato separato alla nascita. Scusami se mentre ti parlo rido. Nella canzone volevo essere ambiguo. Quando dico ‘lui’ non si capisce mai bene di chi parli, se di Gesù o di Satana. Non si capisce chi sia il presidente che fa il brillante. Ne abbiamo avuti tanti, peraltro. Comunque, anche questo è un gioco: c’è un presidente che fa il brillante, e brillante è Lucifero, perché brilla di luce, e che ha un ascendente, che però discende giù. Io gioco molto con le ambiguità del linguaggio. Ho questa forma di perversione con la parola, mi diverte. In quel pezzo, in quel duello –perché, come in tutti i dualismi, quello è un duello-, nello stacco io mi metto nei panni di quello che dice: Ok, ecco l’eternità. E adesso? Sono belle favole, a cui è giusto che qualcuno creda.

All’interno dell’album sono presenti anche un paio di personaggi ben precisi. Nel pezzo omonimo Remo, il bagnino conosciuto da piccolo che hai citato prima, è la prima persona nella vita che ti si presenta come musicista: perché hai scelto di menzionarlo? Lo hai più rivisto?
Non l’ho mai più rivisto dopo quel giorno sul pontile. Sono passati quarant’anni, quindi oggi Remo, se esiste ancora, ha sessant’anni. Non so che fine abbia fatto e se mai abbia avuto fortuna, magari con un gruppo punk. Però ho ripescato questo ricordo. Ho sentito un affetto strano per questo sconosciuto che per la prima volta nel mondo mi ha presentato l’esistenza in carne e ossa della musica. Mi sono accorto che forse anch’io ero di quella specie umana lì, che nei giorni di pioggia è ancora più contenta di aprire un quaderno. Sono cose anche troppo romantiche e io non sono un romantico, a me del romanticismo non frega davvero un cazzo. Cerco sempre di dare un taglio non romantico alle cose, perché ce n’è già tanto. E poi non sono neanche bravo a farlo.

Un’altra figura a cui hai dedicato una canzone del disco è il tuo (inesauribile) fonico Mattia.
Sì, Mattia Coletti. In tutte le compagnie c’è quello a cui la festa parte dopo le due di notte e gli altri si devono in qualche modo adeguare se sono in macchina insieme a lui. Devi leggerla in una chiave di età. Quando avevo vent’anni non avrei mai potuto scrivere un pezzo del genere. Adesso che sono vecchio, stanco e anche piuttosto marcio, arrivo a scrivere un pezzo in cui prego un amico di andare a dormire di notte. È anche un po’ l’antitesi dello stereotipo della rockstar che invece “I wanna party all night long”. Al tempo non avrei mai scritto una canzone così. È arrivato il momento.

Una delle tracce più interessanti è “Il Giro”, dedicata al passaggio del Giro D’Italia in un piccolo paesino piemontese. A parte alcune immagini quasi struggenti, a dominare è l’atmosfera caotica e pressante della ressa, da cui il protagonista si allontana pochi secondi prima dell’arrivo delle bici, disturbato dal telefono. Per quanto non sia espressa in maniera diretta, mi sembra che il pezzo contenga una componente politica, in questo chiamarsi (o essere chiamati) fuori da una massa distratta, intrattenuta e quasi incantata.
Lì lascio l’interpretazione a ognuno. Tu per esempio l’hai vista come se lui venisse disturbato, ma potrebbe anche essere che avesse un impegno. Mi stupisce che tu abbia colto la vena politica di questo pezzo, che è tutto sommato sottile e allegorica, mentre in un altro pezzo, “Tutto subito”, è molto più grossolana ed evidente. Però mi piace che tu abbia colto questa cosa. Il giro è un’allegoria. Perdonatemi questa brutta parola, che probabilmente vi ha aggredito sui banchi di scuola, però non avrei altro modo di spiegarla. Attraverso un’allegoria, tu rappresenti una scena che in realtà rimanda a qualcos’altro, diventando una specie di prototipo del suo significato. Quando guardi un film, stai guardando un’allegoria. Anche Ghostbusters. Sono tutte allegorie. Io ho fatto quel film lì: inizia così, continua così e finisce in quel modo. A te la lettura. Effettivamente, il personaggio è coinvolto da un entusiasmo immediato che lo porta a fare chissà che cosa e tutto questo –come sempre direi io, ma qui sto già dando un giudizio, quindi taccio- si risolve in un... Te lo sei perso. E perché? Perché arriva una telefonata e lui lì, come un occhio su due gambe in un posto, dice “pronto?”. Non sappiamo a chi, né cosa gli dicano dall’altra parte. E, mentre la bagarre va avanti, lui risponde “sì arrivo, ok, arrivo”. Vuol dire che doveva andare da un’altra parte. A me piace leggerla anche in modo positivo: in mezzo a tutto questo bailamme di cazzeggio, quel giorno lui aveva un cazzo di impegno, è andato a farlo. Aveva un dovere? È andato a farlo. Chiaro?

“Arriveremo in pedalò” sembra ugualmente un pezzo dedicato alla stasi, alla lentezza di un Paese che, nonostante le apparenze, interiormente rimane ancora profondamente arretrato.
Se lo vuoi leggere in chiave nazionale è così. Se lo vuoi leggere in chiave personale, è il nostro non riuscire ad andare da nessuna parte. È anche un po’ come mi sento io quando imbarco gente nei miei progetti. Tanta gloria e ammiragli, che confronteranno con una produzione da un milione di dollari quello che è stato fatto da te, che hai una produzione da due noccioline. Mi rendo conto che, letta in chiave nazionale, è così. Noi siamo una nazione continuamente in pedalò. Abbiamo mandato la gente a far la guerra, in pedalò. A crepare su fronti lontani con uno schioppettino in mano e le scarpe di cartone. Non ce ne accorgiamo, perché magari è un gran bel pedalò, disegnato da Giugiaro. Però rimane un pedalò.

Un tema sempre profondamente presente nel disco è la solitudine: quasi in ogni traccia sei un osservatore che guarda gli altri da una certa distanza, non sentendosi parte dei loro gruppi e a tratti anche rifiutandoli, penso ad esempio a “Bukowski”. A chi rivolgi allora l’ascolto del disco? C’è un destinatario privilegiato dell’opera, che ritieni possa realmente comprenderla?
Privilegiato non lo chiamerei. Però sei tu. Non mi piace questo alone di cose dette solo per un pubblico eletto e non riesco neanche a capirlo bene. A me sembra di usare parole semplici, concetti elementari capibili da chiunque. Per esempio, Bukowski: ok facciamo un reading su Bukowski. Lo leggi male? Ok, mi stai sul cazzo, punto. Forse lo dovevo scrivere così. Però se la scrivevo così la canzone era finita.

Musicalmente come sono nati i pezzi?
Io ho presentato a Ivan Rossi dei provini voce e chitarra o basso e voce e gli ho dato carta bianca. Gli ho detto di farne ciò che voleva. “Bukowski” l’ho registrata su metronomo, quello che sentite è un metronomo da studio. Lui ha usato spesso parti dei miei provini all’interno dei pezzi, facendo però degli arrangiamenti che mi sono sempre piaciuti subito, al primo colpo. Anche quando andavano in direzioni verso le quali io non sarei mai andato. Era quello che speravo però, che qualcuno mi portasse anche un po’ in un posto diverso, che non conoscessi bene. Come quando esci la sera con una persona nuova e le dici: portami tu dove cazzo vuoi.

Il disco è un lavoro sicuramente più diretto e accessibile rispetto ad altri album a cui hai preso parte, ma nell’insieme mantiene la pesantezza sonora che ti ha sempre caratterizzato. Perché allora una copertina così pop?
La copertina è la chiave di accesso al disco. C’è l’insegna di questa struttura, potrebbe essere un locale visto dal tramonto all’alba oppure una simpatica pensioncina per anziani. L’idea di disegnare una scritta al neon è venuta a Stefania, la compagna di Ivan Rossi, una sera a cena. Mi è sembrata subito una buona idea e ho parlato col mio amico Francesco Scrimaglio, che è un bravissimo illustratore e mio amico d’infanzia, una persona a cui sono molto legato. Gli ho parlato del progetto, del tipo di disco, dell’idea. Lui se n’è venuto fuori con questa insegna, che sembra una specie di Las Vegas trapiantata in Liguria. Mi è piaciuta subito. Ci dev’essere qualcosa di diabolico in questo disegno. Quindi state anche attenti a non fissarla troppo.

Ci consigli tre autori contemporanei che apprezzi?
Il primo nome che citerei, assolutamente imprescindibile nel percorso di formazione di ciascuno, è Jonny Logan, un fumetto degli anni '70 con protagonista un eroe scalcinato, sfigatissimo. È il primo fumetto italiano ambientato in Italia. Alla fine, alla veneranda età di 48 anni ho detto “Oh cazzo, ho fatto la fine di Jonny Logan!”. E così. Preferisco non parlare mai di letture, perché alla fine la meno già nei miei progetti, faccio questi progetti del cazzo su scrittori che non conosce nessuno... Non mi va di dirti Pinco Pallo, questo, quell’altra, è una cosa che non gradisco. Non mi va di darmi quelle arie lì. Anche perché non le ho. Sono perversioni mie. Se leggo Dante, è un problema mio. Se leggo Caproni, è un problema mio. Che poi ogni tanto provi anche a propinarlo agli altri è un altro discorso. Del resto è così che va: prima ti droghi, poi diventi anche pusher, perché devi vivere e quindi fai quella fine lì.

Secondo te, la musica ha in qualche modo il compito di non essere innocua?
Non mi piace parlare di compito. Se tu dai all’arte dei doveri, l’arte è finita. Appena tu conferisci un dovere all’arte, comincia l’ideologia. Di qualsiasi tipo. Detto questo, per me un’opera d’arte in sé e per sé non è innocua, sennò non è un’opera d’arte. L’arte innocua si chiama artigianato, mettiamola così. Che è una cosa molto pregevole, utile, con degli scopi precisi e un’utilità– e quindi dei doveri: questa sedia essere bella e reggere un peso. Ma l’arte è un’altra cosa. E se è completamente innocua, non è arte per me.

Come nei tuoi dischi con i Bachi Da Pietra, anche in questo lavoro solista emerge una componente molto rap, un grande gioco sulla lingua. Sei un ascoltatore di questo genere?
Ti ringrazio infinitamente per questa domanda. La risposta è sì, io sono un fan del rap. Ne ascolto tantissimo. Anche italiano, anche quello dell’ultima generazione. Mi piace molto. Tornando alla domanda sul destinatario del disco: ok, questo disco si rivolge a tutti quelli che ascoltano rap. Venite, è aperto. Succi “Con ghiaccio”, ingresso libero. Potete entrare senza pagare. Sai cosa ti dico? Mi piacerebbe che alla luce di questo la gente andasse a ascoltarsi anche i Bachi Da Pietra. Nei Bachi c’è tanto di quel rap… Ci sono tante cose che forse sono passate inosservate, magari perché le abbiamo nascoste bene. Sono sicuro che ci sono dei giovani ascoltatori di musica rap che in un momento di debolezza ascoltano i Bachi Da Pietra, poi tutto il resto. Mi piace pensare che sia così. E un altro aspetto comune è che anche nei Bachi Da Pietra si parla molto del presente, in un modo che si potrebbe definire politico. Però è un politico senza bandiera. Se tu non metti la bandierina, il politico passa inosservato. Ma se ascolti pezzi come “Tarli mai”, “Fosforo bianco democratico”, “Io lo vuole” o “Black metal il mio folk”, c’è dentro il presente. Non l’iperuranio o i templi di Minosse. Il presente. Io vivo al presente e quindi parlo al presente. In tutte le cose che faccio.

Tag: intervista

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