Giovanni Truppi / intervista

Giovanni Truppi: "ho segato un pianoforte per portarmelo in giro"

Dalla politica al suo ultimo album, e quando da bambino sognava di fare il portiere
24/04/2019 15:13

Qualche tempo fa avevamo scritto che non vi dovete lamentare delle canzoni senza contenuti nel 2019 se non ascoltate Giovanni Truppi. Questa è una mezza verità, perché più che averli i contenuti è come se Truppi li stesse continuamente cercando, e nel mentre ci scrive sopra le canzoni. 

Se volessimo sintetizzarlo, pratica orrenda ma innegabilmente comoda, Truppi è un cantautore autodidatta ed imperfetto che cerca un modo di dare forma ai pensieri senza raggiungerli in maniera definitiva, ma tanto basta. Una canzone sulla droga, o sulle elezioni, o sulla borghesia o su una relazione non è una chiosa o una constatazione, ma il tentativo di un’indagine che prende le forme di un Sufjan Stevens napoletano. 

Forse è questa la sua qualità migliore, il saper usare i toni pastello più dei colori accesi, e avere un tono di voce che per quanto profondo rimane sempre delicato, mai accusatorio, allo stesso tempo originale, a tratti quasi coraggioso. Un modo di scrivere che nel 2019 sarebbe imperdonabile a chiunque altro, che sarebbe subito reo di non aver capito il momento storico in cui si trova, nel suo caso esce come talmente naturale da essere giusto, fisiologico e necessario.

 

"Conoscersi in una situazione di difficoltà" insieme a La Rappresentante di Lista, in esclusiva per Rockit.


Ho fatto a pezzi il mio pianoforte. Poi l’ho rimontato.

Non è un modo di dire o un’allegoria, Giovanni Truppi ha fisicamente segato il suo pianoforte per portarselo in giro. Da solo. “Gli ho segato la parte destra e la parte sinistra, ho fatto un sistema per cui la tastiera si stacca dal corpo del piano come un cassetto per renderlo trasportabile. Così ora non solo è portatile, ma anche elettrificato. Gli ho messo dei pick up simili a quelli per chitarra, adesso ho un pianoforte acustico che si smonta ed esce in jack.

Certo, dal momento che non è il mio lavoro ho cercato di coinvolgere dei professionisti prima di farlo, ma mi hanno preso per pazzo e ho dovuto farlo completamente da solo. Con il frullino, con la sega.. Una volta completata questa brutta copia ho chiamato una persona che potesse accordarmelo, si chiama Daniele Vittaldi. Lavoriamo insieme da allora, ci inventiamo sempre modifiche.”

Quando gli chiedo il perché di questo gesto da Mastro Geppetto improvvisato mi risponde che del pianoforte non riuscirebbe a fare a meno. O il pianoforte o la chitarra dice, niente tastiere o cose del genere. Certo, c’è anche il discorso della risposta acustica che effettivamente certi strumenti riescono a darti, ma è più che altro una questione psicologica, d’istinto. Tutta una partitura per roba di legno e corde e martelli e manovelle.  


Un piccolo studio, quasi a New York

È in un posto così che è nato molto di Poesia e civiltà, il suo ultimo album. Tra fine 2016 e inizio 2017 ci sono ancora solo le prime bozze di quei brani, a cui segue un anno di lavoro solamente piano e voce, o chitarra e voce, in cui gli evitare che siano gli arrangiamenti a condizionare le canzoni e non viceversa.  

Per non dover usare il computer Giovanni compra un registratore digitale, ogni dieci o quindici canzoni registrate le invia a Marco Buccelli, co-produttore di questo disco e produttore del disco precedente, nonché suo batterista da anni.

Ho cominciato ad andare a Brooklyn per lavorare nel suo studio continuando questa produzione, quando ci siamo ritrovati decidere la strategia della produzione del disco abbiamo trovato uno studio nel Rhode Island, in un sobborgo di Providence. Nel momento in cui abbiamo iniziato a registrare, si è aggiunto Giovanni Gallotti, che è un altro produttore del disco. Un piccolo studio in cui si dormiva e si mangiava anche, senza dover mai uscire da la. Il modo in cui l’album suona deve molto a questa sorta di Stazione Spaziale in cui eravamo isolati dal mondo, o se non altro dall’Italia.

 

Della Poesia, la forma e le parole

Questo è il primo disco che Truppi fa uscire con una major. A voler immaginare a scatola chiusa, solitamente ci si immagina come in un momento del genere si tenda ad ammorbidire i suoni, i testi, a cercare di arrivare a più gente possibile. Questo è invece il suo album meno Pop, meno radiofonico, meno tutto quello che ti aspetti da una major. 

In ogni caso una svolta pop non sarei stato in grado di farla. Però volendo parlare di alcune cose, ho cercato di costruire una cornice che fosse un supporto per queste cose, più accogliente verso i contenuti rispetto ai miei dischi passati.

Se in passato mi è interessato molto distruggere la forma e la formalità nel parlato, non utilizzando forme convenzionali come codici, qui ho sentito un’esigenza diversa. Un po’ perché ho cercato di selezionare gli argomenti di cui volevo parlare e quindi mi sembra opportuno darne l’importanza che gli devo, e un po’ perché in questo momento sento l’esigenza, anche in maniera non troppo razionale, di recuperare un certo grado di formalità. Siamo abituati a pensare che la formalità sia una roba ingessata, non autentica. In realtà è solo questo tipo di ragionamento che ti porta a delle cose rigorose, non la formalità in sé.

Sufjan Stevens è un’influenza importante, anche se l’ho scoperto molto tardi. Ci sono delle letture che ho fatto, da Pasolini a "La Scuola Cattolica" di Albinati per un brano come Borghesia. C’è una canzone il cui testo non è mio, ma un testo del 1800 riportato in un libro di Engels

Alla fine Poesia e Civiltà è l’unico modo in cui potevo chiamarlo. Ho buttato nel mondo queste due parole che erano per me le due priorità mentre lavoravo al disco. A monte di tutte le interviste che possiamo fare, queste sono state le due cose dalle quali ho cercato di farmi guidare.

 

Della Civiltà, i tempi che corrono e l’importanza di prendere una posizione.

Civiltà è l’altra parola. Se ridotto a un forma e sostanza, è a questa parola che viene relegato il contenuto del disco. Ma la Poesia è anche sostanza di molte canzoni oltre che intenzione poetica, qual è quindi il ruolo della Civiltà?

Il primo significato che gli do è l’essere educati, la formalità che ci si può dare nello stare al mondo al fine di coesistere.

A partire dalla questione del giudizio: non mi interessa sprimere giudizi né mi sono mai interessato alla canzone politica o di protesta. In questo momento sentivo invece molto forte l’esigenza, come uomo, di parlare di quello che per me è importante, e quindi prendere alcune posizioni. Il titolo dell’album è una cosa a cui ho pensato moltissimo, mi faceva molta paura mettere un titolo del genere per la paura che risultasse antipatico, e non ho avuto solo feedback positivi.

Mi rendo conto di essere più interessato a quello che che succede in generale, a livello politico, rispetto a quanto accade qui.

Mi sembra che la mia attenzione venga richiamata molto più da quello che succede nel mondo, all’occidente soprattutto, e l’Italia mi sembra molto coerente con quello che sta succedendo in occidente. Mi sembra chiaro che siamo una provincia, mi interessano più le macro dinamiche.

 

 


Da grande volevo fare il portiere.

La prima cosa che ricordo di voler fare da grande era il portiere, perché potevo stare a leggere. Posso stare in portineria e stare a leggere, dicevo. Lo so, non è molto sexy. Poi forse l’archeologo mi ha interessato, lo psicologo e lo scrittore. Poi ho pensato che la musica mi avrebbe concesso una vita più divertente. Ad un certo punto ho guardato la prospettiva di una vita intellettuale, senza che coinvolgesse anche il corpo. Mi faceva un po’ paura. 

Qualche tempo fa ho letto uno studio in cui si argomentava una tesi secondo cui le persone più brillanti nella storia dell’umanità riescano sempre a conciliare l’uso della mente con la finezza manuale, in quanto le menti più preziose sono quelle che si esprimono in tutti i modi possibili, né solo con la mente né solo con il copro. Gli artisti, i cuochi, i chirurghi erano i campioni del genere, stessa schiera dei Leonardo, dei Ducasse e degli Ippocrate. Non ricordo dove aver letto quanto sopra, per quel che vale potrebbe essere un mondo per nobilitare un mio pensiero sconnesso. Ma potrebbe anche esserci qualcosa di giusto, in tutto questo.


A volte, quando fantastico sulle peggiori derive che può prendere il mio lavoro, davvero credo non saprei che altro fare. Un altro lavoro che mischia la creatività, la mente con il corpo. Ci vorrebbe un lungo apprendistato, ma quello che vorrei fare è il falegname. Ogni tanto mi costruisco delle cose, come un letto sopra l’armadio, o delle porte.

 


Perché sempre in canottiera?

Così sto meglio, non riuscirei a suonare con niente che sia più di una maglietta, mi sentirei costretto. E poi mi piaccio di più. 

 

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Grazie a Fabio Gargiulo per lo studio, il supporto, la pazienza e il caffè. 

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L'articolo Giovanni Truppi: "ho segato un pianoforte per portarmelo in giro" di Vittorio Farachi è apparso su Rockit.it il 24/04/2019 15:13

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