Gli Ebrei: gli amori non sono mai facili, vivere in provincia pure. Intervista

20/01/2015 di

Non è facile farsi una chiacchierata con Gli Ebrei. Sono dei tipi di poche parole, pochissime delle quali da prendere sul serio. Non amano spiegare troppo a fondo quella che in più occasioni abbiamo definito "la poetica del disagio", che nasce in una provincia dove c'è davvero poco da fare. Hanno riferimenti musicali tutti loro e forse, in verità, vivono anche in un mondo molto distante dal nostro. Dei misfits in piena regola, che rifiutano tutte le etichette, anche quella di punk.

Avete presentato il disco come "iniziato in quattro e finito in tre". Cos'è successo?
Quasi un anno fa Bubu (il chitarrista, ndr) è partito per Londra. Ora vive lì. Avevamo già iniziato a registrare le tracce di chitarra e abbiamo deciso di continuare le registrazioni in tre senza di lui. E così abbiamo sovrainciso il resto e completato il disco con qualche altro brano.

E ora come siete organizzati dal vivo?
Al momento Alessandro (Ferri, batterista dei Soviet Soviet, ndr) alla batteria, Andrea dal basso è passato alla chitarra e Carna suona una chitarra con corde di basso e canta. Stiamo ancora sperimentando... nonostante il disco sia già uscito.

Cos'è cambiato rispetto a "Disagiami"? Io ho notato un atteggiamento in qualche modo più rassegnato, dove in "Disagiami" c'era l'ironia e un modo di fare quasi beffardo, in "Hai mai visto l'alba?" c'è una canzone arresa come "Stanco".
"Stanco" è stata una delle prime canzoni scritte dell'ultimo lavoro. In un periodo in cui avevamo moltissimi impegni (tra lavoro e concerti), Bubu era prossimo alla partenza e già trovare un'ora alla settimana per fare le prove era un piccolo miracolo. La canzone è stata influenzata da questo contesto, da quello che sentivamo in quel determinato periodo e da quello che siamo ora. Forse in "Disagiami" c'era più ironia, come hai appena detto, ma le cose cambiano e il tempo passa...e ci si stanca a volte. Sicuramente il nuovo è un disco più autobiografico del vecchio. Sono passati anni e le nostre vite sono cambiate nuovamente. Nonostante questo non tutti i pezzi riflettono esattamente il nostro quotidiano. Alcuni come spesso accade sono stati registrati quasi per "casualità", ma influenzati dai nostri stati d'animo. È quello che siamo. A vivere in un contesto simile alle volte poi perdi la forza di fare qualcosa, di tirarti su.

Infatti un tema che torna spesso è la provincia: c'è un ritorno alla provincia, dopo lo sgretolamento del sogno di farcela in città? Com'è il vostro rapporto con il vostro paese?
Abbiamo capito che forse questa dimensione può essere vissuta in maniera differente. Non necessariamente critica. Non necessariamente positiva. La provincia comunque non è la risposta alla crisi, e non esistono verità assolute sul restare o sull'andarsene: l'importante è non inventare scuse per giustificarsi. Non sapremmo spiegare come questo entri nelle nostre canzoni. Sicuramente in passato era un argomento più sentito. Questo "guardare oltre" ha portato un cambiamento. Il rapporto con il nostro territorio, con la nostra provincia è sempre lo stesso, ma le argomentazioni finiscono presto quando abiti in una città di 56.000 abitanti, dove non c'è un negozio di musica, un locale dove suonare, insomma, dove c'è poco da fare.

E la cover dei giorgioraiban da dove nasce e perché? È molto adatta a voi, si inserisce benissimo nella poetica de Gli Ebrei.
I giorgioraiban sono fanesi, erano un gruppo molto attivo qui, e sono di inizi duemila, prima di Facebook e prima di Myspace. Hanno tante canzoni valide che ci piacciono molto, li conosciamo personalmente e così abbiamo deciso di omaggiarli. Questa canzone, come anche tu dici, la sentiamo nostra.

E in "Mio amico mio" c'era l'idea precisa di omaggiare i CCCP?
No, non c'era e non c'è neanche ora. Qualcuno ha cominciato a chiamarla "Annarella" quando ancora non aveva testo né titolo ma nessun riferimento ai CCCP da parte nostra.



Avete mai scritto una canzone d'amore?
Sì, una su tutte “Maratona”. Ma anche le canzoni piene di rancore come "Nel bene e nel male" o “I ragazzi sono stanchi”, sono brani d'amore a loro modo, d'altronde gli amori non sono mai facili.

Che musica ascoltate e come vi influenza a livello di sound? Mi sembra che la vostra ricerca sia incentrata sul restare il più lo-fi possibile. Vi definite "grunge", ma non assomigliate a nessuna delle band a cui di solito si pensa parlando di grunge. Cos'è il grunge per voi?
Ascoltiamo di tutto: dal jazz, al noise, al post punk, al garage. Ognuno di noi ha gusti molto differenti. Questo ci ha portato a sviluppare il nostro suono a nostro piacimento senza tentare di assomigliare a qualcuno o qualcosa di preciso, con i pro e i contro che questo comporta. Il grunge è il genere che più assomiglia al nostro suono, hanno detto. Abbiamo sempre cercato dei suoni sinceri. Non un genere. Questo disco è tornato ad essere sincero tentando di assomigliare al primo ("2010" Sinusite/Wallace). Non so se ci siamo riusciti. Il nostro suono, il nostro modo di fare musica è registrato "in diretta". Se ascolti bene in “Romantika”, alla fine del pezzo, c'è Alessandro che dice "Mi sono cascate le bacchette"...va bene così.

Nelle recensioni su di voi non mancano mai riferimenti al punk, più come attitudine che come sound.
Più che punk forse potremmo definirci dei tristi beoni da palco.

Com'è nata la collaborazione con V4V? Molte riviste la segnalano come una tra le etichette più interessati d'Italia, e in effetti siete in buona compagnia nel roster.
Michele (Montagano, titolare dell'etichetta, ndr) ci contattò appena prima dell'uscita di "Disagiami" e ci convinse ad uscire per l'etichetta. Fu la seconda uscita di V4V. Sempre Michele ci ha poi aiutato a far uscire questo disco, avevamo quasi abbandonato l'idea. È una bella realtà e i ragazzi si danno da fare tantissimo. Dobbiamo ringraziarli tanto.

Tag: provincia

Commenti (1)

  • Zagor 20/01/2015 ore 15:33 @zagor

    bubu tornerà comunque

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