Quando un producer si innamora è un miracolo: la storia di “A Love Explosion” di Go Dugong Intervista

la copertina di A Love Explosion - go-dugong-intervista-musica-elettronica-italiana-producerla copertina di A Love Explosion - go-dugong-intervista-musica-elettronica-italiana-producer
17/04/2015 di

“A Love Explosion” è uno dei dischi che più ci è piaciuto dall'inizio dell'anno. Secondo Go Dugong è stato un qualcosa di improvviso, istantaneo, un miracolo dice. Ha avuto la fortuna di innamorarsi e, due settimane dopo, l'album era pronto. Ce lo racconta.

“A Love Explosion” è un bel cambio di prospettiva rispetto al precedente “Was” e, più in generale, è molto diverso da tutto quello che sta uscendo ultimamente. Cosa è successo?
Lo prendo come un complimento, mi ricordo che per “Was” mi avevi detto che era un po' troppo simile a tutto quello che era uscito in contemporanea. In effetti era un periodo dove usciva roba tutta uguale, forse nemmeno così degna di nota.

Più che tutto hai preso un filone molto specifico: Prefuse 73, Madlib e soprattutto gli Avalanches. Again, che è successo?
Gli Avalanches mi piacciono tantissimo, aggiungerei anche i Go Team.

È quasi vintage come operazione, stiamo parlando di nomi di quindici anni fa.
Non è stata un'operazione studiata a tavolino. O meglio: volevo fare un disco d'amore, quello sì. Ho vissuto un periodo molto bello ed ispirato durante il quale ho ascoltato tanta roba italiana: i grandi compositori degli anni '70 come Umiliani, Piccioni, Morricone, ecc. Ho capito che quel tipo di cose si incastravano molto bene con l'idea di musica che avevo in mente. In realtà avevo già un altro disco pronto, molto diverso da “A Love Explosion”. Era più da dancefloor e con un'attitudine orientata verso la world music, tutte cose un po' inflazionate ultimamente. Nonostante fosse un disco diverso da quelli di Clap! Clap! o di Populous – che hanno comunque i loro tratti distintivi e personali, va detto – e nonostante arrivassi da un percorso di ricerca molto particolare, non mi sembrava giusto farlo uscire adesso.

Sicuramente questa musica, chiamiamola afro, non avrà gli stessi risultati di quell'esplosione fidget che in Italia partì da Crookers e The Bloody Beetroots e che poi si portò dietro molti altri dando da mangiare a parecchi producer, ma forse un pelo di visibilità in più potevi ritagliartela. E poi scusa, quanto credi durerà ancora questo genere?
Certo non si arriverà al tipo di numeri che hanno fatto Crookers e The Bloody Beetroots, è vero, ma credo che l'attenzione su questo tipo di musica durerà ancora per un po'. E poi quel disco lo voglio davvero far uscire, fa parte di un tipo di ricerca che sto ancora sviluppando. Per dire: ultimamente ascolto solo musica psichedelica turca degli anni '70. “A Love Explosion” è stato decisamente istintivo, dettato dal sentimento del momento e, messo in paragone con l'altro, suonava molto più fresco. Calcola che ci ho impiegato pochissimo per scriverlo, è stato pazzesco, quando riascoltavo i pezzi non mi sembrava nemmeno di averli fatti io. È stata una cosa un po' magica e volevo che uscisse subito.



Mi sembra che le canzoni siano molto semplici e si basino tutte su pochi loop. È corretto?
È corretto, ma non lo considererei un beat tape, non è sempre lo stesso loop per tutta la durata del pezzo. Ho cercato una via di mezzo tra il beat tape e la song vera e propria. In alcuni pezzi c'è il ritornello, la strofa o il bridge ma, è vero, non sono pezzi molto articolati: il sample contiene già tutti gli arrangiamenti, non dovevo aggiungere molto altro.

È più facile o più difficile procedere in questo modo?
Dipende, sta tutto nella scelta dei campioni giusti. Se usi i sample sbagliati, magari campionati da mp3 - c'è addirittura chi campiona da YouTube – rischi di non coprire tutte le frequenze ed il pezzo ti risulterà sempre vuoto. Aggiungerai roba su roba nell'illusione che, ad un certo punto, la traccia diventi completa. Se invece il campione suona bene metà del lavoro è già fatto.

Te lo chiedo perché mi ricordo di un'intervista di Dj Shadow dove diceva che, in realtà, per lui la ricerca del campione diventava un lavoro maniacale che durava mesi; pur con le dovute differenze tra te e lui, non mi immaginavo fosse così facile.
Sinceramente non lo so perché ci ho messo così poco, davvero. L'altro disco, quello pronto ma non ancora uscito, mi ha tenuto impegnato per quasi due anni. Ancora non me lo spiego. Sarà che sono diventato più bravo nel capire cosa funziona e cosa no, magari prima mi accanivo su un sample che non andava bene e perdevo un sacco di tempo.

O magari è l'amore, ho capito. Mi sono sempre domandato se un disco di musica elettronica possa davvero essere romantico: sarà che molti artisti hanno sempre spinto verso una direzione estetica opposta - pensa ai Kraftwerk, agli Autechre o anche ai Daft Punk – ovvero essere il meno umani possibile; sarà che già un cantautore fatica a cantare l'amore, figuriamoci un beatmaker.
Infatti, come ho già detto in altre interviste, questo disco lo considero un miracolo. In quel periodo ero in balia di emozioni molto forti, era il primo momento di infatuazione... Per spiegarti meglio dovrei analizzarti il disco pezzo per pezzo, più in generale: si percepisce molto un'atmosfera da sogno, che è tipica di quando inizi a frequentare una persona che ti piace ma non la conosci ancora e allora la tua immaginazione lavora tantissimo.

Volendo tranquillizzare gli utenti connessi in questo momento: va tutto ancora alla grande, vero?
Sì, va benone, grazie dell'interessamento (ride, NdA).

Giusto per fissare due parametri di riferimento: mi dici chi è per te il producer più cattivo in assoluto, quello che rappresenta bene la tua idea di violenza, e quello invece che ti mette sempre in pace con il mondo?
Non sono un esperto di musica elettronica, quella poca che ascolto è di amici producer che mi fanno sentire i loro nuovi lavori, di nomi esteri o di nuove tendenze non ne so molto. Quando ho iniziato il progetto Go Dugong qualcosina la ascoltavo: “Lucky Shiner” di Gold Panda e “Everything could be fine" di Sun Glitters sono stati due dischi che mi hanno molto influenzato. Poi tutta la scena americana tipo Slow Magic, XXYXX, tutta quell'ondata lì. Continuando a suonare e ascoltando i vinili per trovare i sample giusti, mi sono sempre più dedicato alla ricerca ed all'ascolto di musica vecchia che prima non conoscevo. Adesso sto ascoltando tantissima psichedelia, dal '68 in giù.

L'ansia di essere sempre sul pezzo è più una cosa da giornalisti, in effetti. Il musicista magari va in fissa per un disco e ascolta solo quello per mesi e mesi.
Esatto, anche io ho i miei trip: di solito ordino 10 vinili su Discogs e per due mesi non ascolto altro. E, solitamente, non è mai roba recente.

Cosa ascoltavi a vent'anni?
Io ho sempre ascoltato hip hop, sempre. Fammi pensare... 2000, pieno periodo Kobenhavn Store, sì, ero invasatissimo di post-rock.

Mi ero completamente dimenticato che eri nei Kobenhavn Store, giusto, perché vi siete sciolti?
Si cresce e ognuno prende direzioni diverse, subentrano gli impegni lavorativi e si ha meno energie da investire in sala prove. Non eravamo nemmeno dei fenomeni, va detto.

No dai, avevate pubblicato cose notevoli.
Sicuramente non eravamo dei musicisti veri e propri: tolto il batterista, nessuno di noi sapeva davvero suonare uno strumento. Ci mettevamo parecchio tempo a trovare la scala giusta o l'accordo da usare. Io scrivevo la maggior parte dei pezzi e pensandoci adesso, a distanza di anni, se ci siamo sciolti buona parte della colpa è stata mia. Ho una mente molto “instabile”, che non vuol dire pazzo: sono un curioso totale per cui prendo un genere musicale, lo approfondisco a fondo e poi passo ad un altro. Se ci sono altre 4 teste che ti devono seguire tutto si complica, probabilmente non sono fatto per suonare in una band. E poi c'è il fatto che non ho personalità - l'avevi scritto anche tu nella recensione di “Carry a flag” - e non mi interessa averla: mi diverto a scoprire più musica possibile, non voglio consolidare uno stile e poi fare mille dischi fotocopia.

E la fregatura nell'essere così curiosi e costantemente ispirati dov'è?
Ovviamente disorienti chi ti segue, ho perso parecchi follower con “A Love Explosion”, magari ne ho incontrati altri. E quando ti chiamano a suonare rischi spesso di deluderli, perché magari hanno ascoltato determinate cose e tu invece stai portando in giro tutt'altro. Io per primo mi trovo fare live in contesti in cui la mia musica, adesso, non mi sembra adatta mentre se avessi portato la roba vecchia avrebbe di sicuro funzionato meglio.



Ora dal vivo che set proponi?
Ho un live più dancefloor oriented ma per modo di dire, non c'è la cassa dritta: è tutto parecchio storto ma ballabile. Oppure porto un live dove suono solo ed unicamente “A Love Explosion”, dall'inizio alla fine.

In pratica schiacci play sul computer e poi cazzeggi su internet?
(ride, NdA) Zero, non lo farò mai. Preferisco sbagliare, come succede sempre tra l'altro. Non sono un tipo molto preciso.

Sai che mi sono sempre chiesto come si faccia a sbagliare se tutti i campioni sono messi automaticamente a tempo dal programma che usi?
Può capitare che lanci un loop in ritardo, poi il programma te lo mette anche a tempo ma non al punto giusto... chi ci ha già provato mi capisce. Puoi non ricordarti a che manopolina hai assegnato un certo tipo di effetto e far partire suoni sbagliati, oppure, ci sono canzoni dove ogni tasto è una nota differente – del piano o della marimba, ad esempio – e posso non suonarle nell'ordine corretto. Ma errori come questo non mi preoccupano più di tanto, anzi almeno si capisce che qualcosa lo sto suonando davvero. Il problema è quando ti si crasha il computer e devi riavviare davanti a tutti (ride, NdA).

Quanto sei disposto a investire sulla tua musica: mai pensato di trasferiti all'estero?
In passato ci ho pensato poi, da quando mi sono trasferito a Milano, le cose sono cambiate molto, artisticamente parlando. Tu di dove sei?

Sono originario di un piccolo paesino in provincia di Cuneo, poi mi sono trasferito a Milano e adesso sto a Roma.
Allora puoi capirmi. Io ero di Piacenza e a Piacenza si vive bene sotto molti punti di vista, ma se hai ambizioni artistiche ti taglia un po' le gambe – penso sia lo stesso per tante altre piccole città. L'idea di trasferirmi all'estero c'è stata ma ammetto di non aver mai avuto le palle per andarmene definitivamente. Forse perché ero troppo legato alla mia famiglia o al mio lavoro che mi sono costruito da zero – oltre al musicista faccio il grafico pubblicitario. Trasferirmi a Milano è stata una buona via di mezzo: è ad un'ora da Piacenza ed è una città ricca di stimoli, di persone nuove, di suoni diversi che ti entrano nelle orecchie. È un anno che sono qui e devo dire che è stato quello dove il progetto Go Dugong è decollato sul serio.

Se posso permettermi, un giro fuori te lo consiglierei comunque.
Il progetto è partito con un'attitudine abbastanza esterofila: il primo ep ed i primi singoli sono usciti per etichette straniere, all'inizio mi recensivano solo all'estero. Poi ho iniziato a suonare tanto in Italia ed ho conosciuto tanti musicisti e addetti ai lavori: è una cosa positiva perché è gente con cui instauri rapporti face to face, è negativa perché rimani sempre qui. Manca un po' la figura - che in altri paesi trovi – di chi lavora per esportare la propria musica fuori, oggi si lavora solo in Italia e per l'Italia. Sinceramente, facendo già due lavori, mi manca il tempo di mantenere i contatti con le etichette fuori o con i festival stranieri.

Di rap italiano oggi cosa ascolti?
Molto poco, ti direi Millelemmi e pochi altri. Sai, sono rimasto agli anni '90, mi piace il rap super tecnico, mi ascolto roba vecchia: Sangue Misto, Colle Der Fomento. In pratica ascolto sempre le stesse cose (ride, NdA).

Tag: rap italiano

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