Deasonika - Goganga, Milano, 30-03-2006 Intervista

25/06/2006 di

(Foto di Alice Pedroletti)

Goganga. Mentre vengono provati i suoni in sala, il registratore di Rockit in mano ad Elisa Orlandotti si sposta a turno davanti alle bocche di Max, di Marco e di Tumi tra le formiche al braccio e i "porconi" che scattano ogni volta che i rumori sovrastano le voci. E' evidente: sbobinare sarà una missione impossibile. Ma l’indie è amore e sacrificio...



Be'... la prima domanda ve la immaginate…
Max: Ci siamo divertiti! (sorride, NdR)

Sì; ma io volevo sapere i veri pensieri dei Deasonika sul palco di Sanremo! Cioè... le espressioni del viso che abbiamo visto da casa esattamente cosa significavano?
Max: Abbiamo pensato: “Inizia un concerto dei Deasonika che dura tre minuti e mezzo, se va tutto bene si ripeterà tra un paio di giorni. Se no…”.

Marco: Io pensavo alle condizioni del palco!

Max: Be', e' normale che quando sei sul palco pensi alle cose tecniche: se le spie e i monitor sono come li hai lasciati il pomeriggio, quando hai fatto le prove; ma questi sono aspetti tecnici che non hanno importanza, ai fini di quello che traspare poi dal televisore. Eravamo concentrati su quello che stavamo facendo e curiosi di vedere come suonasse il pezzo con un’orchestra di cinquanta persone... forse l’emozione più grande di quella settimana. Suonare con un’orchestra vera di cinquanta elementi: non capita tutti i giorni!

Quindi Sanremo vi ha lasciato comunque qualcosa?
Max: Sinceramente mi ha lasciato dei bei ricordi. L’abbiamo presa come dovevamo prenderla: noi ci siamo divertiti, punto e basta. E’ una manifestazione importante, hai molta visibilità, però è solo una tappa in un percorso che, tu sai, è iniziato da un po’ di anni....

Ma una tappa che sentite comunque vostra?
Tumi: Non è che abbiamo scelto di andare a Sanremo: è stata una cosa nata in modo casuale. Diciamo che Sanremo ha scelto quest’anno, come band, i Deasonika! Ci siamo trovati dentro e sarebbe stato assurdo rifiutare. L’importante, per me, è stato che lo abbiamo fatto con coerenza: quel pezzo l’avevamo già scritto; tra l’altro, abbiamo avuto molta fortuna perché, per quel brano, era già stato previsto l’arrangiamento con archi.

“Non dimentico più” allora non è stato scritto apposta per Sanremo?
Tumi: No, no! Doveva far parte di due inediti del disco nuovo. Durante il tour di “Piccoli dettagli al buio” nei club più grandi facevamo il concerto elettrico; per quelli più raccolti, invece, avevamo riarrangiato i brani in maniera più acustica e ci è sembrato un peccato, vista la qualità degli arrangiamenti, non fermarli su disco. Ovviamente era il caso di inserire due o tre brani inediti; “Non dimentico più” era uno di questi. Il fato ha voluto che fosse adatto all’Ariston, dove era a disposizione un’orchestra. E’ nato tutto in maniera molto naturale.

E’ passato un anno e mezzo da “Piccoli dettagli”, non sentite l’esigenza di fare un nuovo album di inediti?
Tumi: Lo stiamo già facendo! Ci siamo trovati a dire: vale la pena di mettere su disco un’esperienza bella come quella di suonare nei concerti i brani in modo più raccolto, magari riarrangiandoli completamente con chitarre acustiche e batteria con le spazzole... L’abbiamo voluto fare prima di uscire con un disco di inediti. L’unica cosa che il festival ha cambiato nei nostri programmi è stato il tempo dell’uscita.

Il prossimo lavoro in studio come sarà?
Tumi: Il filone sarà comunque quello rock.

Max: Dell’esperienza sanremese c’è piaciuto l’avvicinamento all’elemento classico e non nascondiamo la voglia di ripeterlo: il secondo inedito dell’album, che è “La mia veste”, già rappresenta qualcosa che è a metà strada tra quello che facevamo prima ed il disco acustico; è un pezzo 100% Deasonika con in più l’elemento classico dell’orchestra. E’ un esperimento che c’è piaciuto, sia a livello di emozioni sia a livello di sonorità. Dobbiamo ringraziare Fabio Gurian, che ha seguito l’orchestrazione del pezzo per il disco e per Sanremo. La cosa nuova quindi potrebbe essere l’avvicinamento a questo elemento, ma non è detto… siamo molto spontanei quando componiamo! Non pianifichiamo mai a tavolino.

Marco: Ci piacerebbe mantenere questa linea: pezzi melodici ed intimisti, ma senza voltare le spalle al rock estremo.

Mi sembra che “Deasonika” sia più vicino a “L’uomo del secolo” che a “Piccoli dettagli al buio”; e mi ha fatto anche rivalutare diverse canzoni del secondo album, in cui trovavo sacrificata una parte di voi molto valida.
Marco: Sì! Era sacrificata la voce di Max, la melodia. Se alzi così tanto le chitarre, la prima cosa che non senti è il cantato. L’anima dei Deasonika è quella acustica, chitarra e voce. Questa cosa tu l’hai colta perché assomiglia molto alla scrittura da cui è partito il gruppo.

Come sono state scelte le cover?
Max: La scelta cade sempre su pezzi a cui teniamo molto tutti e cinque: uno di noi lancia l’idea e poi ne parliamo; le proposte sono state davvero tante. Abbiamo scelto “Teardrop” e “Calling you” prima di tutto perché sono delle belle canzoni, sia da ascoltare sia da rivisitare in un modo che ci rappresenti. Nel riarrangiare tendiamo a non tener conto dell’originale, tranne che per la linea melodica e il testo; non andiamo mai a copiare da qualcun altro, preferiamo mantenere un nostro stile.

Allora ti chiedo: quali sono state le prime canzoni scartate?
Tumi: Abbiamo pensato ad “End” dei Cure, ma veniva un po’ troppo elettrica per un disco di questo tipo. Magari ci sarà sul prossimo. Era stato proposto anche qualcosa di David Bowie; alla fine Max cantava talmente bene “Calling you” che abbiamo deciso di inserire questa! Se riesci a darle un suono personale, una cover può valere come un’altra, dopo di che la palla passa alla voce.

Max: Sì, decido a seconda se viene bene o no... (ridiamo, NdR) Lo capisci subito, comunque; e, se gira, si va avanti a lavorare, se invece c’è qualcosa che non funziona, difficilmente lavorandoci tanto la fai andare come vuoi tu.

Tumi: All’inizio dei Deasonika facevamo anche “Hurt” dei Nine inch Nails; solo che poi è uscita la splendida versione di Johnny Cash: abbiamo deciso che era troppo bella e che non volevamo più fare la nostra.

Come sarà il prossimo tour? Elettrico o elettroacustico?
Marco: L’elettroacustico si adatta al chiuso, l’abbiamo provato una volta all’aperto, ma ci siamo trovati abbastanza male.

Max: Le prime dieci date, quindi, quelle di marzo e aprile, saranno in versione elettroacustica; da maggio ci si avvicina al periodo dei festival: allora torniamo all’elettrico.

Come vivete il rapporto con il vostro pubblico?
Max: La nostra passione è la musica e comunichiamo tramite questa. Io personalmente apprezzo i musicisti che salgono sul palco, suonano e se ne vanno; non mi piace molto chi parla troppo tra un pezzo e l’altro; probabilmente questa mia visione si riflette sul modo in cui facciamo i concerti. Dipende però dai momenti: se ti viene una cosa da dire la dici, ma non pensiamo che la musica sia intrattenimento con scambio di discorsi. Comunichiamo anche attraverso il nostro sito, c’è un forum molto attivo e ogni tanto, quando è necessario - e ci va! - interagiamo.

Marco: … anche via e-mail! Di solito rispondiamo a tutti quelli che ci scrivono.

Siamo in periodo elettorale e la politica la fa da padrona in ogni mass media; è una cosa totalizzante ormai. Voi che posizione prenderete?
Max: Ti rispondo citando Tumi, con una sua frase che condivido: “E’ pericoloso quando poche persone hanno troppo potere!”: non c’è più equilibrio e le esigenze vanno sempre da una parte piuttosto che dalle altre. Un coinvolgimento di più persone sicuramente è più positivo e ne hanno beneficio tutti. Ultimamente abbiamo partecipato all’iniziativa “L’unione fa la musica” per dibattere della crisi discografica. Siamo intervenuti al “Rolling Stone” di Milano non tanto per schierarci politicamente, ma per essere vicini ad un argomento che ci interessa. Noi pensiamo che siano importanti le idee, non da quale parte arrivano.

Marco: Io, rispetto alla politica, mi sento libero; solo che adesso l’essere libero non esiste più e bisogna prendere una posizione, visto che siamo messi molto male. Decideremo in questi giorni. La musica è la nostra politica, personalmente mi ha salvato la vita. Adesso ci sono grossi problemi e bisogna trovare una soluzione che sia leggermente meglio.

Max: Chiunque prenda posizione e cerchi di risolvere questioni che stanno vicine ai giovani, alle nuove generazioni, come fa la musica, ci ha dalla sua parte. Come diceva Marco prima, siamo free, ovvero ci avviciniamo a chi ha idee che ci sembrano giuste, piuttosto che agli schieramenti. Anche perché ultimamente…. (storce il naso e si gira, NdI)

Quali sono i vostri più recenti acquisti musicali che si sono rivelati tremendamente deludenti?
Marco: Be'… per me l’ultimo di Beck… non è proprio una delusione, ma non è nemmeno un granché.

Max: Io mi sono tirato la zappa sul piede perché sapevo che avrebbe dovuto essere il mio ultimo acquisto tre dischi fa, però dicevo: magari... magari... magari… e così ci sono caduto. Ma prometto che questo è l’ultimo dei Korn che prendo.

Tumi: Ho comprato un disco dei Death in June che è una sola allucinante! Non sapevo cosa fosse, mi piaceva la copertina. E’ diventato veramente inascoltabile dopo tre giorni e me ne sono liberato. Non ricordo nemmeno più il titolo, quindi non posso nemmeno sconsigliartelo! Ho cancellato quel giorno: è stata una delusione totale!

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