Foto Profilo: GOMMA Intervista

GommaGomma
04/11/2016 di

Foto Profilo è la nostra rubrica di interviste con la quale continueremo a seguire la nostra vocazione primaria: presentarvi validissimi e nuovi artisti italiani. Le regole sono semplici: con ogni risposta, una foto. Oggi i protagonisti sono i GOMMA, giovanissima band campana che con i primi due singoli "Aprile" e "Sottovuoto" ha creato una grandissima attesa intorno al loro album d'esordio, che uscirà a breve per V4V.

Partiamo dalle presentazioni. Chi sono i GOMMA?
I GOMMA sono Giovanni (21 anni) Paolo (27) Matteo (20) e Ilaria (18). Veniamo dalla provincia di Caserta, abbiamo cominciato a suonare insieme nella speranza di riuscire a scrivere quello che ci piacerebbe ascoltare. Tutto qua.

Siete tutti molto giovani, da quanto tempo esistono i GOMMA e perché? In precedenza avete avuto anche altri progetti o esperienze musicali?
Abbiamo cominciato a suonare in giro come GOMMA da aprile, più o meno. Giovanni e Matteo suonavano già insieme, Paolo e Matteo sono fratelli, Ilaria l’abbiamo conosciuta dopo. Quando abbiamo iniziato a suonare insieme facevamo cover degli Alt-j, dei Foals. Sono gruppi che ci fanno da riferimento ancora adesso. GOMMA esiste semplicemente perché non potremmo fare altrimenti.



Quando esattamente avete capito che la musica era diventata qualcosa di più che una semplice passione per voi? E quali sono le band o gli artisti da cui siete stati maggiormente influenzati?
Dire che è una “passione” non è riduttivo. Il fatto di riuscire ad ottenere una certa visibilità e di andare su e giù per l’Italia sono solo cose che ti permettono di esprimerla meglio. Suonare sugli stessi palchi dei gruppi che ascolti (vedi i Soviet Soviet, i BRUUNO o i Futbolìn) non cambia il tuo atteggiamento. Almeno nel nostro caso viviamo queste esperienze sempre da “fan”. In alcune situazioni poi si creano rapporti di amicizia (come con i Kairo); è come se si creasse una famiglia sempre più allargata. Per quanto riguarda le nostre influenze, sono tutte troppo diverse: Paolo e Matteo ascoltano un sacco i Radiohead, gli Alt-j e tutto il filone “sperimentale” (tra gli italiani i Verdena più di tutti, probabilmente). Giovanni è molto legato alla tradizione del jazz contemporaneo (nonostante c’entri poco con quello che suoniamo ora) come John Coltrane, Ibrahim Maalouf, Charlie Parker etc. Ilaria ultimamente ascolta molto hardcore punk, in particolare quello a cavallo degli anni ’90 (vedi i Negazione, Nerorgasmo, Rappresaglia).



Negli ultimi giorni sta circolando moltissimo il video del vostro singolo "Sottovuoto": le prime impressioni sono positive e stanno facendo crescere l'attesa del disco che uscirà a breve. L'aspettativa intorno a voi è abbastanza alta, come ci si sente ad avere i riflettori puntati addosso per la prima volta? Avvertite un po' di pressione? 
Se è vero che esiste un interesse così grande come dici, ancora dobbiamo rendercene conto. Al momento non avvertiamo nessuna pressione. Andare a suonare in giro, conoscere gente nuova, e fare tardi è divertente a qualsiasi età. Essere giovani ci permette solo di affrontare meglio l’hangover.



Qualche mese fa è uscito il vostro primo singolo, "Aprile": si ha subito l'impressione di essere catapultati nella testa e nelle sensazioni di chi racconta quella storia. Al di là di quello che può essere un testo che narra una vicenza strettamente personale, mi pare evidente che l'interpretazione di Ilaria sia fondamentale, quasi al centro di tutto. Mi sbaglio?
Essere io stessa l'interprete di ciò che mi succede e di ciò che quindi scrivo e canto credo francamente sia più un modo per facilitarmi le cose; mi risulta più facile, più naturale. Se i ragazzi scrivono testi che decidiamo di utilizzare cerco di collegarli a mie esperienze personali per attuare il processo di cui sopra. Non credo si parli di necessità tanto quanto di comodità.



Ho avuto la fortuna di vedervi già qualche volta suonare dal vivo, sia in elettrico che in acustico. In entrambi i casi il coinvolgimento emotivo è stato altissimo, come se si stesse assistendo ad una specie di rito. Cosa è importante trasmettere al vostro pubblico?
È una sorta di terapia. Le nostre canzoni raccontano (per la maggior parte) le nostre paure, le nostre ansie (come diceva Tencoquando sono felice esco”). Quando il pubblico ti manifesta una reazione, capisci che sei riuscito a trasmettere qualcosa; capire che le tue preoccupazioni sono sentimenti “communis omnium” è un po’ come dire “siamo tutti sulla stessa barca”, ti fa sentire meno solo.



Nei vostri brani a volte prevalgono la ribellione e l'isolamento, il vostro essere incazzati con ciò che vi sta intorno. Altre volte si respira a pieni polmoni il senso profondo del vuoto, di quella malinconia che caratterizza un periodo di passaggio. Cosa predomina alla fine, l'istinto rabbioso o la forza delle parole?
Le parole sono un mezzo, uno strumento, come le chitarre, come le batterie. Servono come veicolo, ma di fondo deve esserci altro. Sicuramente dietro i nostri testi non c’è una ricerca spasmodica sull’uso della parola. A volte contorcere, analizzare un’idea fino allo stremo ha come unico risultato snaturare quello che senti. Sicuramente fino a quando saremo arrabbiati con qualcuno (il più delle volte, noi stessi) non smetteremo di scrivere canzoni.

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