GOMMA - L'analfabetismo emotivo ai tempi di Facebook Intervista

Foto di Vittoria Boccia - I Gomma allo Scugnizzo LiberatoFoto di Vittoria Boccia - I Gomma allo Scugnizzo Liberato
10/04/2017 di

 

Se non avete mai sentito nominare i Gomma, forse siete riusciti a prendervi una vacanza da Internet. Già, perché l’anno scorso, con solo qualche demo all’attivo, i quattro ragazzi di Caserta sono riusciti a generare una notevole attenzione sulla loro personale versione 2.0 dell’emocore. A un mese e mezzo dall'uscita dell’atteso esordio "Toska" per V4V/Controcanti, abbiamo incontrato Giovanni e Matteo, rispettivamente chitarra e basso, per capire qualcosa di più sulle loro canzoni, sulle persone che ci sono dietro, sull’hype che hanno generato nel mondo della musica indipendente italiana. Li abbiamo incontrati nella stupenda Piazza del Gesù a Napoli, dove una decina di anni fa si davano appuntamento gli emo quegli altri, quelli dei ciuffi colorati e delle magliette a righe, perché quale posto è meglio del tavolino di un caffè affacciato su una strada affollata per parlare di ansie, analfabetismo emotivo, cinema, politica e, ovviamente, musica?

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Vorrei partire da "Le scarpe di Beethoven", un pezzo che parla di cambiamenti e nuove abitudini. Immagino che gli ultimi mesi ne abbiano portati abbastanza, come vi state abituando?
Giovanni: All’inizio la vedi come fosse una gita: le prime date fuori sono un divertimento assoluto, aspetti il concerto due settimane prima e inizi a preparare tutto, poi già dalla terza data fuori comincia a essere una cosa abbastanza normale. Ha i suoi pro e i suoi contro: fondamentalmente ti rompe il cazzo il fatto di non essere mai a casa, di non vedere quasi più i tuoi amici e i pochissimi giorni che stai a casa devi impiegarli a fare cose che devi fare per forza… però quando sei fuori apprezzi il fatto che stai andando a suonare. E quindi va bene.
Matteo: Prima quando suonavamo insieme, già prima dei Gomma, suonare in giro era sempre un grande evento per noi, adesso ovviamente sta diventando una cosa molto più abitudinaria. Però quando saliamo sul palco ci sale quella bella sensazione.
G: Dipende pure dal palco: chiaramente quelli a cui eravamo e siamo più o meno abituati sono quelli piccoli. Quando invece ci troviamo a salire su palchi più grandi tipo l'Atlantico o la Casa della Musica è un'ansia terribile dall'inizio alla fine. Non c'è contatto con il pubblico, sei nel tuo backstage, sali e poi torni dietro. Tutto il tempo in cui devi solo aspettare di salire è un'ansia continua.

Quindi preferite ancora le situazioni più raccolte?
G: Ma sì, perché ti fermi a parlare con la gente e in qualche modo passi il tempo. Almeno una chiacchierata con qualcuno è bello farla… anche perché poi siamo sempre noi quattro.
M: Molto spesso siamo per lo più soli, fra albergo, banchetto eccetera…
G: Ormai ci odiamo (ride)

Venendo al vostro album, "Тоска", lo presentate come un lavoro in tre atti. A parte che nella diversità di autori dietro ai vari pezzi, in cosa si riflette questa tripartizione?
G: Sono proprio i tre periodi diversi di tempo in cui abbiamo scritto le canzoni. Abbiamo iniziato a tirare su il progetto Gomma ad aprile, poi c'è stato un momento dilatato nel tempo in cui magari per mesi non scrivevamo, oppure in una settimana scrivevamo tre pezzi. E quindi questi tre momenti sono proprio periodi diversi, messi anche in ordine temporale.

Il vostro suono è molto cambiato dai primi demo al disco. E nel live è ancora diverso. Qual è quello che vi rappresenta di più e che cercate?
M: Il demo è il risultato di un nostro live con un solo microfono in una stanza, registrato così, un po’ male ma bellissimo. Per quanto riguarda il disco sì, suona in maniera molto diversa rispetto al live e quello in cui più ci ritroviamo è il modo in cui suoniamo dal vivo. Diciamo un suono più sporco.
G: Come noi che siamo persone sporche.



“Alice scopre” e “Alice capisce” sono le due canzoni che aprono e chiudono il disco. Sembra quasi, se andiamo a guardare la tracklist, che le altre canzoni siano inscritte nella storia di questa ragazza. C’è un legame fra l’intro e l’outro e gli altri pezzi?
G: Secondo me l’unica chiave di lettura che può legare tutte le canzoni è quella di un percorso: a metà capisci che tutto quello che stai facendo è un po’ inutile e allora comincia la fase delle rinunce. Un po' come estendere la frase "vabbuò, ma chi m’o ffa fa’?" fino all'estremo, che è il massimo dell’ansia e del nichilismo.

La protagonista dei due brani è una ragazza che, praticamente, è un’analfabeta emotiva ispirata alle protagoniste di "Kynodontas" di Yorgos Lanthimos.
G: Questa ragazza, come quelle del film, non riesce ad attribuire significato e significante delle parole, quindi per lei ogni parola ha un significato diverso da quello che ha per le persone comuni. Questo strumento più che altro ci è servito per raccontare una storia, che in realtà è quella raccontata nel primo capitolo del romanzo "La qualità della vita" di Paolo Marasca, in cui c’è una ragazza che semplicemente sale su un treno, assiste a un suicidio e per lei è una cosa normale, nel senso che non avendo mai visto niente del genere le sembra naturale. Era un modo per raccontare il fatto che, per quanto possano essere atroci certe cose, ti ci abitui. Se ci fai caso, per esempio un morto della camorra a Napoli non fa manco più notizia, come una strage in Siria, perché pur non essendo cose normali ci siamo abituati a sentirle.

Il pezzo che probabilmente ha colpito di più l’immaginario dei vostri ascoltatori è "Elefanti". Parla dell’importanza “di non contaminare i momenti importanti, lasciarli nascosti e condividerli solo con chi amiamo davvero”. In un album così pieno di vissuto personale non potrebbe sembrare quasi una contraddizione?
G: Quella è un’idea che ho maturato io per certe esperienze di vita, nel senso che se proprio devi andare a riprendere un ricordo importante che hai, fai in modo che abbia un senso. Hai presente quelle persone che quando sono ubriache raccontano la propria vita al primo che gli passa davanti? Quella è la cosa più sbagliata del mondo. Le cose importanti bisogna selezionarle e cercare di dargli valore, non sputtanarle.
M: L’importante è tenersele per sé, così come i posti che ti hanno reso felice.

Condividerle con un pubblico indefinito in un disco è una maniera sana di farlo?
M: Il nostro album è molto personale, perlopiù scrive Ilaria ma ci sono anche pezzi scritti da Giovanni o da me. Parlano di cose super personali, non sono testi pensati per qualcosa o qualcuno.
G: La maggior parte dei nostri pezzi sono legati a un modo di scrivere molto vago e rarefatto che io vorrei cercare di abbandonare nel futuro: se devo parlare dei cazzi miei allora preferisco farlo in maniera più diretta. Anche perché quando canto dal vivo certe canzoni che raccontano in modo chiaro di cose che ho vissuto è molto più emozionante, diventa una cosa talmente tua che non la puoi abbandonare.



Quel pezzo è costruito intorno a un riferimento a Godard. Molti musicisti che prendono spunto da filosofia, cinema o letteratura fanno discorsi tipo “se anche un ragazzino va a cercarsi il filosofo o cineasta x, ho fatto il mio lavoro”. Credete in questo aspetto “pedagogico” della musica?
M: Sicuramente non è quello che vorremmo fare, non è una cosa che abbiamo scelto.
G: Preferirei che la gente si andasse a cercare uno come Paolo Marasca, che ha trent’anni ed è uno scrittore totalmente sconosciuto. Le altre sono citazioni che uno bene o male ritrova qua e là durante la propria vita, tipo Haruki Murakami o "Kynodontas", anche se sono piuttosto criptiche e poi bisogna spiegarle nelle interviste. Invece la citazione di Godard è esplicita semplicemente perché è legata ad una mia esperienza legata con "À bout de souffle". Quel pezzo è una grande dedica a una persona, una cosa da cui non potevo prescindere, di certo non pensavo al carattere pedagogico della citazione.

C’è un’altra citazione del regista francese che accompagna il pezzo è "nous sommes des morts en permission’" siamo dei morti in congedo.
G: Per come la vedo io, è riferita a quelle persone che cominciano ad agire in un certo modo non tanto perché vogliono, ma perché è la società a indicare un certo rituale di vita, a dirti che per essere felice devi fare questo, questo e quest’altro. Frequentare l’università, avere un lavoro, costruire una famiglia, avere un figlio eccetera. Quando cominci a pensare in quest’ottica puoi dire che sei semplicemente invecchiato, oppure puoi dire che sei morto. Ci sono un sacco di morti in giro che non sanno di esserlo.

Anche il video del pezzo, realizzato da Salem Videoproduzioni, è piaciuto molto. È autobiografico? 
G: Ha avuto successo perché è più bello del pezzo. Comunque sì, nel video siamo dei deficienti quindi siamo noi.
M: Poi è girato fra Napoli e Caserta, insomma zone che viviamo. Hanno messo quattro bambini nei posti con una videocamera e gli hanno fatto fare quello che volevano.
G: Alla fine non c’era sceneggiatura, non c’era copione. C’erano al massimo input tipo quello di giocare a nascondino, ma niente di specifico.
M: Prima di essere una band siamo un gruppo di amici e quindi facciamo quello che effettivamente abbiamo sempre fatto e facciamo come amici.
G: Tranne la scena in cui Paolo canta che è non è reale, è da Golden Globe.

A proposito di luoghi di vita vissuta, Vicolo Spino è uno di questi?
G: Nel video di "Elefanti" non c’è ma è un luogo vero, un luogo dove ci si fanno le canne. Per questo è chiamato Vicolo Spino.



Avete presentato "Тоска" con una dichiarazione: è ora di iniziare a scrivere musica in modo politico. Quanto è cosa c'è di politico nel pubblicare un album come il vostro?
G: Quello che volevamo dire è che ci siamo rotti le scatole della gente che parla di politica ma non lo fa in modo politico. Politica è una parola a cui bisognerebbe restituire il significato greco, relativo alla società, ai rapporti fra le persone. Quando si comincia a parlare di politica come scienza politica, quei discorsi tipo ‘si dovrebbe fare questa riforma piuttosto che quest’altra’, si comincia a perdere il significato delle persone, non se ne parla più. Gli impiegati diventano un numero, gli studenti diventano un numero. Parlare di politica per me è prima di tutto sanare le patologie umane, delle persone. Il fatto, che fondamentalmente è pure il messaggio di "Elefanti", è che tutto è sputtanato, tutto in vetrina, qualsiasi cosa la devi sputtanare su un social oppure la devi raccontare a persone che non hanno alcuna importanza per te. Credo che la nostra generazione sia quella messa peggio dal punto di vista delle sofferenze patologiche di ansia eccetera, e per questo penso che bisognerebbe ricominciare a vivere le cose in modo più naturale.

Secondo voi opporsi all’apatia emozionale, affrontare il tema dei rapporti umani e del rapporto con se stessi in maniera diretta e sincera, come avete provato a farlo voi, potrebbe contribuire a creare un nuovo senso del politico, magari soprattutto tra i più giovani?
G: Secondo me sì. Se il ragazzino di turno ascolta quest’album, legge i testi e ci si ritrova, secondo me potrebbe capire che in realtà quello che sente è più normale di quanto creda e magari riuscirebbe a viverselo meglio. Magari è utopistico pensare che la musica possa avere tutta questa importanza per una persona, però per me ce l’ha avuta. A me è successo con gruppi tipo i Fine Before You Came: prima di ascoltare loro ascoltavo tutt’altro ma da quando li ho sentiti la mia vita è cambiata, è cambiato il mio modo di vedere le cose. Quando vai a vedere un concerto che ti piace veramente e senti cantare le stesse cose che tu senti, anche da artisti che non ti aspetteresti tipo Giovanni Truppi, ti dici ‘Uà, questo c’ha lo stesso male mio’. Ti rendi conto che siamo tutti sulla stessa barca, stiamo tutti male e quindi stiamo tutti un po’ meglio. Alla fine non è così male.

Questo senso di insoddisfazione e di angoscia indefinita, riassunto con l’intraducibile parola russa Тоска, nelle vostre canzoni sembra più rivolto a voi stessi che al mondo circostante. Ma è anche un suo prodotto, no?
G: Secondo me questa è una condizione che viviamo tutti, me ne sono accorto per esempio conoscendo Paolo e Matteo quando abbiamo iniziato a suonare insieme, anche prima di Gomma. Prima pensavo di essere una persona strana, quando ho conosciuto loro ho capito di non essere io quello strano, ho capito che tutti quanti abbiamo i nostri cazzi, delle fobie strane o degli attacchi di ansia che accomunano tutti. Magari per me può essere una cosa, per te un’altra, per te un’altra ancora, però tutti quanti abbiamo qualcosa che ci blocca. E quella cosa si può riassumere in una parola, che è "aspettativa". Quando hai delle aspettative su te stesso o sugli altri cominci a viverti male le cose, cominci ad avere attacchi di ansia.



Quando parlate di “fare musica in modo politico” parlate anche di una filiera produttiva indipendente come la vostra, o di presentare il disco in uno spazio occupato come farete ad aprile a Napoli?
M: Forse il modo in cui abbiamo usato la parola “politica” nella descrizione dell’album è facilmente fraintendibile, noi intendiamo semplicemente occuparci dei rapporti fra le persone.
G: Sai, noi, andiamo a concerti, frequentiamo una scena chiusa in se stessa e definita, che rimanda al concetto di famiglia e va bene così. Però quando cominci a suonare ti rendi conto che è brutto crearsi subito una nicchia, è brutto voler suonare soltanto in certi ambienti perché negli altri funziona in modo corrotto e così via. È vero che in certi posti le cose non vanno come dovrebbero andare, però è anche vero che più persone ti possono sentire e più persone potrebbero capire il tuo messaggio. Per dire: io non mi sarei mai aspettato di rivalutare Vasco Rossi, però anche prima pensavo: "non posso dire che 60.000 persone che vanno allo stadio a sentire Vasco sono tutti stronzi o persone prive di sentimento". Non ci sono le emozioni di serie A e le emozioni di serie B, un’emozione è un’emozione. Se a uno piacciono Vasco, Ligabue o i Jonas Brothers e poi ascolta pure i Gomma, benissimo così.
M: Tra l’altro cerchiamo di evitare di selezionare i posti in cui suoniamo, non ci importa nulla e ci sentiamo di suonare in qualsiasi posto, in qualsiasi situazione e davanti a qualsiasi persona.
G: Al limite cerchiamo di selezionare le persone con cui abbiamo a che fare quando andiamo a suonare. Molte persone per esempio ci hanno criticato la scelta di accettare l’invito di Calcutta ad aprire le sue date, ma credo che molti non conoscano Edoardo da prima che diventasse quello di "Mainstream". Viene dal punk, dal noise, dall’underground, quindi anche se adesso è diventato una cosa che può non piacere (a me personalmente piace), tutto quello che è stato in passato è una cosa che di per sè mi ha convinto a conoscerlo.

Però qualche punto in comune con un Calcutta ce lo si può vedere (anche come background) e credo che il vostro punto di forza sia proprio quello di poter arrivare anche un tipo di pubblico ampio, che è lontanissimo dalla musica di derivazione punk. Ve lo sareste aspettato?
M: Non ce lo aspettavamo. La cosa che però ci può accomunare a lui probabilmente è il tipo di lavoro che facciamo sui testi, lontanissimo da quello del pop commerciale.  
G: Poi adesso intorno a lui si è creata un'atmosfera da meme, ma secondo me è uno che ha sofferto tantissimo. Lui per me è proprio quel tipo di persona buona che conosci e ti sta simpatica perché capisci che dopo tante batoste si è preso una rivincita. Prendi un Tommaso Paradiso, perché sta sul cazzo a molti? Perché obiettivamente è un figlio di papà, ha la faccia pulita, è bello, ti sta sul cazzo a prescindere. Invece Edoardo ha la faccia di chi ce l'ha fatta, ma per caso. È quello il bello.

Sicuramente aprire le date a Calcutta vi ha dato una bella spinta presso un certo pubblico e in un ambiente non vostro...
G: Assolutamente. Anche se non è mai semplice: in generale le aperture dei concerti grandi sono così: ad esempio, qualsiasi band apra ai Negramaro per il loro pubblico farà cacare, perché loro aspettano i Negramaro. A noi è successo questo, potevi essere bravo quanto cazzo volevi ma la gente voleva vedere Calcutta.
M: Abbiamo cercato di farci ascoltare da persone che non volevano che noi fossimo lì, e non c’è cosa più brutta di parlare e non essere ascoltati.

Ma poi in tour è andata meglio, suppongo 
M: Certo! La cosa davvero bella è stata suonare a Milano, un posto lontanissimo da casa e sentire più calore che in un concerto fatto a Caserta, cioè a casa nostra. Suonare quella sera al Linoleum mi ha fatto veramente rendere conto di quello che sto portando avanti e quanto può rendere contenti sentirsi a casa pur suonando così lontano. Un'altra cosa bella è poter fare finalmente i "nostri" concerti: per un sacco di anni siamo stati la band di apertura, ora sapere che c'è della gente che viene solo per noi è molto bello.



Tra l’altro siete fra i pochissimi gruppi campani, forse al momento gli unici a parte i rapper, ad avere un seguito sia a casa che fuori
G: Questo anche perché una grande fascia di gruppi che vanno forte a Napoli hanno una forte connotazione territoriale, tipo la Maschera, i Foja o lo stesso Truppi

Forse Truppi è uno di quelli che va forte uguale, non a caso è di base a Roma da anni.
G: Il nostro target comunque è la ragazza quindicenne, milanese, evidenti problemi con il padre, un po’ bulimica, un po’ Tumblr, che cambia colore di capelli ogni settimana. Quella è proprio la categoria di persone che ci ascolta.

Comunque il fatto che siete campani è un’altra cosa che ha destato attenzione, in particolare il riferimento alla "provincia di Caserta da cui sarebbe meglio fuggire". La provincia è un topos della musica italiana, ma probabilmente nel vostro caso qualcuno ha pensato che veniste dritti da Gomorra o dal Casal di Principe raccontato da Saviano
G: Guarda che in realtà un po’ è vero. Quella frase ci ha fatto odiare da alcuni, cosa di cui da una parte ci dispiace, ma dall’altra tutte le persone che si dovevano allontanare si sono automaticamente allontanate. Quindi in fondo non ci dispiace di aver detto quella frase.

Ma voi effettivamente cosa intendevate dire su questa benedetta provincia di Caserta?
G: Quella frase aveva un continuo: "provincia di Caserta da cui sarebbe meglio fuggire, ma che comunque è stato il filo conduttore che ci ha fatto incontrare". Questa cosa è bella, perché se non fossimo stati tutti quanti legati a certi ambienti i Gomma non sarebbero nemmeno esistiti.
M: Possiamo scappare da quello che abbiamo fatto e da quello che siamo, però questa provincia ci ha dato comunque la possibilità di incontrarci. 



E la scena musicale di Caserta com’è? 
M: Diciamo che non c’è una vera e propria scena casertana, più che altro ce n'è una campana. Un posto che aggrega molti è un locale aperto relativamente da poco, che ci dà la possibilità di andare anche a grandi concerti che è lo SMAV di Santa Maria a Vico, vicino Caserta.
G: A Caserta però c’è una grande scena hardcore, gruppi che seguiamo molto spesso tipo gli Above The Trees, i One Shall Stand, gruppi che fanno una cosa di cui noi non facciamo parte ma con cui siamo cresciuti.

Invece a Napoli c’è stata e c’è una vivace scena hardcore ed emocore, penso a quello che ruotava intorno a Fallo Dischi ed ora a Controcanti, a gruppi come i Kairo o La Via Degli Astronauti con cui condividete studi di registrazione, produzioni video o featuring (su "Alice capisce"). Di quella scena vi sentite parte?
G: Quella per noi non è una scena, è una famiglia! Il concetto che noi volevamo portare avanti quando abbiamo cominciato a pensarci con Mario Orsini (dell’etichetta Controcanti, ndr) era una cosa un po’ azzardata e che viene anche da un altro ambiente, ovvero il concetto di crew. Tipo Machete, per capirci. Gruppi di persone che fanno cose completamente diverse, ma le fanno assieme. Volevamo creare quella cosa là. È una situazione che ci dava l’occasione anche per fare un po’ di ricambio generazionale. Quando vai a lavorare in certi ambienti vedi sempre le stesse facce. Il fatto che si potesse riuscire a trovare questa punta di apertura e creare un ricambio è quello che ci ha spinto a lavorare sempre con la stessa gente, far vedere sempre le stesse persone intorno a noi.

E ora un paio di domande a bruciapelo: disco del 2016 e disco della vita?
M: Disco della vita per me "Kid A" dei Radiohead. Del 2016 in realtà non c’è nessuna cosa in particolare che mi ha colpito troppo, perlopiù tante piccole cose che mi sono piaciute, tra cui il nuovo album dei Radiohead e qualcosa più sull’elettronica, tipo Jessy Lanza.
G: Come sei raffinato, zio! Comunque nel 2016 non è uscito un cazzo. Se devo dirne uno, penso a "9 Songs" dei Leute, un gruppo di Milano che a me piace tantissimo, con cui peraltro suoniamo anche al MI AMI. Invece disco della vita ce ne sarebbero tanti, uno che mi ha cambiato veramente la vita è "Antidotes" dei Foals, mi ha fatto conoscere Matteo e che ha cambiato il mio modo di vedere le cose.

Film della vita?
G: Ma valgono pure i porno?
M: Per me che sono un malato del fantasy, probabilmente è "Il Signore degli Anelli: le due torri" 

Io potrei quasi essere d’accordo. Giovanni?
Come film recenti, a me è piaciuto un sacco "The Wolf of Wall Street’" soprattutto la scena dove lui pippa dal culo di una modella, che mi ha fatto capire cosa voglio davvero dalla vita. Parlando seriamente, film della vita per me è probabilmente "Le Mepris" di Godard, o "Salò o le 120 giornate di Sodoma" di Pasolini, anche se non è una scelta molto gradevole.

 

Rockit ringrazia lo Scugnizzo Liberato

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