Tutti gli eroi della nostra giovinezza piano piano cadono: Karim Qqru ricorda Grant Hart Intervista

15/09/2017 di Karim Qqru

Da quando sono ragazzino la maggior parte dei litigi che vanno a colorire la mia vita riguarda la musica. Sono guerre bonarie tra amici con la stessa anima, portate avanti a testa bassa, spesso per anni... discussioni sanguinose che deflagrano sempre con frasi come: "Funhouse fa un culo così a Raw Power", "Repeater è vitale ma non è In on the Kill taker", "se non adori Zappa hai la mamma maiala", "Coltrane era irriconoscibile quando stava nel quintet di Miles Davis" etc etc.
Una delle lotte verbali a tema musicale più accese della mia esistenza ebbe luogo ormai dieci anni fa, e aveva come oggetto chi fosse il miglior songwriter degli Hüsker Dü tra Bob Mould e Grant Hart. Per me il dubbio non esisteva: Hart a gusto personale era una spanna sopra Mould, ma rimaneva pur sempre una guerra tra titani, come scegliere tra "Memorie dal sottosuolo" e "Delitto e castigo", ami uno più dell'altro ma siamo a livelli altissimi. Che dire di "Charity, chastity, prudence and hope", "Never talking to you again", "Pink turns blue", "The Girl Who Lives on Heaven Hill", "Don't want to know if you are lonely", ma, soprattutto l'enorme "She floated away"? Quest'ultima per me rimane tra le canzoni più potenti ed empatiche della storia del rock, un brano che ancora oggi (20 anni dopo il primo ascolto) mi spezza in due le ossa.



Hart aveva un gusto per l'armonia peculiare, e un'impronta melodica più triste e sconsolata di Mould (che venero come un Dio eh, stiamo parlando di pesi massimi). Come batterista poi portava avanti quello "sloppy groove" alla batteria anche a bpm elevati; era il marchio ritmico della band di Minneapolis insieme ad accellerazioni, ghost e fill eseguiti con una vis tutta sua. Non era assolutamente un ultratecnico, ma riconoscevi lontano 10 km che era lui alla batteria. E non è poco. Dopo lo scioglimento degli Huskers ha continuato a tirare fuori delle belle perle tra gli album solisti e i Nova Mob, portando avanti la sua musica molto in sordina rispetto a Bob Mould.

Nel 2010 Hart venne a fare qualche data in Italia, da solo, chitarra e voce; ero in tour con gli Zen e non riuscii a vedere nemmeno uno dei 4 concerti che avevano organizzato. Assillai i due amici che ebbero la fortuna di partecipare a quel rito collettivo, facendomi raccontare ogni piccolo dettaglio: i discorsi tra un brano e l'altro, la scaletta, com'era di umore. Mi dissero che aveva un buco ad una scarpa.



Oggi quando ho appreso la notizia della sua morte mi sono venute in mente le ultime pagine di "Please Kill me", quelle in cui viene raccontata la morte lenta di Jerry Nolan dei New York Dolls su un letto d'ospedale, vista dagli occhi di Cyrinda Foxe. Al suo racconto è intrecciato il ricordo in prima persona di Jerry, un flashback della sua infanzia, quando da piccolo, negli anni '50, vide Elvis suonare dal vivo allo stadio di Pearl City, alle Hawaii. Descrive l'emozione incredibile provata durante il concerto e lo stupore nel vedere che The King, nel bel mezzo di una spaccata alzò il piede senza volere e mostrò al pubblico un enorme buco nella scarpa. Non so perché oggi dopo aver saputo della dipartita di Hart questa sia stata la prima immagine a balenarmi in testa, ma mi ha reso molto triste.

Tutti gli eroi della nostra giovinezza piano piano cadono, e non ci possiamo fare un cazzo.

Tag: necrologio

Commenti (1)

  • Dean Keaton 15/09/2017 ore 17:42 @stefan_6

    Non ci possiamo fare un cazzo se ne vanno sempre i migliori...ma la tua musica resterà per sempre...arrivederci Grant.

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