Il grunge, la provincia e la ricerca di una voce propria con Emilya Ndme

Da Sarzana a Genova, il racconto di un percorso artistico nato tra provincia, malinconia e voglia di rompere gli schemi.

Cresciuta tra Sarzana e Genova, Emilya Ndme racconta un percorso artistico nato lontano dai grandi centri ma costruito con una forte identità personale.
Dalla provincia ligure alle influenze grunge, passando per l’autoproduzione e la necessità di non adattarsi ai confini imposti dall’industria musicale, il suo percorso è fatto di ricerca, indipendenza e trasformazione. Una storia di malinconia, energia e voglia di rompere gli schemi, dove la provincia diventa il punto di partenza per costruire il proprio universo sonoro.


Dove sei cresciuta? Descrivilo in tre righe.


Sono cresciuta a Sarzana, in provincia della Spezia: perfettamente in tema con King of Provincia. Crescendo lì non c’erano tutte le opportunità e le connessioni che puoi costruirti vivendo in una grande città, ma ogni occasione e ogni incontro sono stati preziosi e indelebili.

Poi mi sono trasferita a Genova per l’università, dove è iniziata una sorta di seconda vita artistica.


Tre cose per cui è “famosa” la tua città/paese?


Sicuramente il cibo, il mare e la vicina Versilia, che è quasi un prolungamento naturale di Sarzana e del suo territorio. E poi l’eccentricità delle persone: non siamo né completamente liguri né completamente toscani, ma sospesi in un limbo perenne, unico e inimitabile.


Da un punto di vista musicale e artistico, che contesto era e come si è evoluto nel tempo? C’erano locali, etichette, altri artisti?


Il contesto era molto legato alla scena alternative, sia italiana che internazionale, e nel tempo si è evoluto seguendo un po’ quello che è successo ovunque, spostandosi sempre più verso l’indie italiano.

C’erano rock club come il Baraonda, a venti minuti di macchina: programmazione incredibile e ore di fila per entrare. Oppure realtà come lo Shake e La Skaletta, che ancora oggi continuano a portare avanti una loro identità musicale.

Le mie ispirazioni più grandi, però, sono state soprattutto le persone più grandi di me che ho incontrato lungo il percorso: suonavano tutti. Mi hanno fatto scoprire tantissime band, ho condiviso palchi con loro e li ho sempre ammirati. È stato attraverso quelle esperienze che ho imparato e capito chi ero artisticamente.


Ricordi il primo live della tua vita? Quando, dove e com’è stato? Il locale del cuore sul territorio?

Il primo live è stato intorno ai 19 anni, con una cover band composta da persone molto più grandi di me. Cantavo e suonavo l’acustica, con una Fender Squier un po’ malandata per fare l’assolo di "Zombie" dei Cranberries.

Nel frattempo avevo già iniziato a scrivere alcuni pezzi in italiano: con loro ho registrato un mini EP e partecipato al Premio Lunezia come autrice, arrivando tra gli otto finalisti. È stato uno dei primi momenti in cui ho capito che la musica poteva davvero essere una strada possibile.


In cosa è più difficile, e in cosa è più facile, essere un’artista emergente in provincia?

È tutto più difficile. Ci sono meno situazioni, meno ricambio di musicisti e mancano occasioni per creare contatti e connessioni.

In parte è così anche vivendo in una città come Genova: è sicuramente più grande di Sarzana, ma ha comunque il limite di non essere Milano o Roma, dove si concentra gran parte del movimento musicale. Il lato positivo è che impari a fare tanto con poco: a dare sempre il massimo, a sfruttare ogni occasione e a non sprecare nulla.


Una cosa che non capisci o non accetti della discografia di oggi?


Non capisco l’omologazione, questa tendenza verso un’unica direzione. La difficoltà nel rischiare e nel scommettere su progetti nuovi, preferendo spesso affidarsi ai talent come principale serbatoio di artisti. Oggi ci sono troppi parametri che sembrano venire prima della musica: il genere, l’età, la lingua, il numero di follower, gli ascolti.

Troppi paletti che rischiano di decidere il valore di un progetto prima ancora di ascoltarlo.


Come e quando nasce il tuo progetto artistico?

Emilya Ndme nasce nel 2019 con il primo singolo "Snow". Ho creato il primo provino su un iPad, utilizzando dei sample, e poi ho registrato la voce. È nato tutto in maniera molto istintiva e casalinga, ma già con un’identità precisa.


Quanto e come il luogo in cui sei cresciuta ha inciso sullo sviluppo delle tue idee e del tuo sound?

Tantissimo. Nel mio progetto c’è soprattutto il grunge al femminile: nel sound, nell’estetica e nell’attitudine. C’è un immaginario fatto di trucco colato, mistero e una malinconia di fondo che attraversa tutto quello che scrivo.

È una sensazione che conosco bene: è la stessa dei miei anni da adolescente e, in qualche modo, non se n’è mai andata.


Quali sono state le sfide più grandi che hai affrontato nel tuo percorso artistico fino ad oggi?

Uno dei momenti più intensi è stato sicuramente l’opening act per Elisa Toffoli nel 2022, durante il suo Green Village. Ero ovviamente molto emozionata, ma è andata molto bene ed è stata una tappa fondamentale del mio percorso.

La vera sfida, però, è quella quotidiana: questa vita che ho scelto e che desidero profondamente, anche se in Italia non è affatto semplice. Canto in inglese, non scrivo pezzi pensati per diventare tormentoni, non sono figlia d’arte, mi autoproduco e non sono una persona che cerca di smussare gli angoli.

Tutto questo rende il percorso più complesso, ma anche più autentico.


C’è un messaggio o un tema ricorrente che vuoi trasmettere con la tua musica?


Non credo ci sia un messaggio unico o un tema deciso a tavolino come filo conduttore di Emilya Ndme. Di solito racconto me stessa, le cose che vivo e quello che mi attraversa.

A volte, però, sento proprio il bisogno di fare rumore: rompere alcuni schemi, miei e degli altri, e provare a risvegliare qualche coscienza. In quei momenti scrivo di temi come l’ageism, l’ambiente e tutto ciò che mi colpisce abbastanza da non riuscire a restare in silenzio.


Come definiresti la tua evoluzione artistica dall’inizio fino ad oggi?


In un certo senso era quasi inevitabile arrivare a Emilya Ndme. Dentro questo progetto c’è tutto il mio percorso: tutte le versioni di me che si sono accumulate e trasformate nel tempo.

Oggi mi sento artisticamente esattamente dove ho sempre desiderato essere.



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L'articolo Il grunge, la provincia e la ricerca di una voce propria con Emilya Ndme di Redazione è apparso su Rockit.it il 2026-07-10 18:20:00

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