Intervista doppia: Guano Padano Vs. Giardini di Mirò Intervista

Asso Stefana & Corrado Nuccini - Asso Stefana & Corrado NucciniAsso Stefana & Corrado Nuccini - Asso Stefana & Corrado Nuccini
25/11/2014

Abbiamo chiesto a Corrado Nuccini dei Giardini di Mirò di intervistare Asso Stefana dei Guano Padano. Hanno parlato dell'ultimo album, “Americana”, di colonne sonore, di film western ma anche di cantautori e di quelle specifiche abitudini che distinguono un chitarrista bravissimo da uno scarso. Ecco la loro chiacchierata.

Per quest'ultimo album, “Americana”, vi siete ispirati all'omonima raccolta di racconti di Elio Vittorini.

Esatto, la maggior parte delle canzoni viene da lì ma ci sono anche delle eccezioni. Una, ad esempio, è “Dago Red” dove Dan Fante ha scritto un testo di suo pugno e ce l'ha mandato. È un racconto dove parla del padre, di quando agli inizi della sua carriera da scrittore non aveva documenti e si considerava un wop, hai presente un wop?

Without passport, certo. Anche io ho avuto il trip di Fante.

Bravo, era un'espressione che si usava per quegli immigrati che non avevano nemmeno i soldi per farsi i documenti. Parla del padre agli inizi, quando non aveva una lira, non poteva nemmeno comprarsi una macchina da scrivere…

C’è una bellissima poesia di Bukowski, "Funerale di uno Scrittore", che racconta il giorno del funerale di John Fante e non so se t’è mai capitato di leggerla.

In realtà no...

È davvero molto bella. In questo mondo americano come ci sei arrivato?

Sono molto legato a quel tipo di letteratura e non mi riferisco solo gli autori scelti da Vittorini per la raccolta, anche ad altri, a gente come Cormac McCarthy, tutto quel filone lo trovo veramente affascinante. L’idea del disco è nata in realtà da Nicoletta, la moglie di Zeno, il batterista. È filologa, abbiamo scelto insieme i racconti e via via abbiamo cucito le trame del disco. Sul nostro sito puoi vedere associato ad ogni canzone il pezzo del racconto a cui ci siamo ispirati. È una raccolta molto bella, fu la prima volta che una certa letteratura arrivò in Italia. Quelle di Vittorini erano traduzioni in qualche modo “creative”, chiamiamole così, ci metteva molto del suo.

Pensa che all'esame di maturità mi erano usciti Vittorini e Pavese. Quest'ultimo lo conoscevo mentre Vittorini proprio no, ma siccome odiavo tutti gli altri tipi di temi – sai quelli con argomenti più contemporanei, tipo: commenta il buco dell'ozono – mi ero impuntato e ho finto di sapere di tutto su di lui. Tu sei di Brescia?

(ridono, NdR) Sono di Nave, in provincia di Brescia...

come si arriva in America partendo dalla provincia bresciana?
 
Ma sai, alla fine chiunque nasca in un paese ha sempre un po' il fuoco al culo, no? In paese c'è poco, di conseguenza hai sempre la voglia di scoprire qualcosa. Sono sempre stato un gran curioso, ai tempi non c'era internet e se volevi trovare un disco di John Fahey dovevi davvero faticare. Quindi hai bisogno di una spinta in più. Se fossi nato a Milano avrei avuto tutto a portata di mano e chissà cosa avrei cercato…

Tondelli in un racconto titolato “Autobahn” descrive di uno che prende l'autostrada, e va. E lo diceva anche un altro, che è visto in maniera piuttosto controversa dalle mie parti, che si chiama Giovanni Lindo Ferretti. Ferretti diceva che l'autostrada del Brennero non era altro che la periferia di Berlino. Uno la prende, e va. Il desiderio dei provinciali è sempre quello di essere altrove.

Concordo.

Cambiando argomento. Posso dirti che sei troppo bravo? Nel senso che questo tipo di perfezione quasi la percepisco come un difetto. È come non sentire quell'impegno che noi tutti poveri chitarristi normali dobbiamo mettere per nascondere il fatto che non sappiamo suonare.

In realtà voi Giardini di Mirò siete bravissimi. Ovviamente, ringrazio per il complimento ma non so come risponderti: il gruppo è nato veramente per caso, e noi stessi ci siamo stupiti di quello che è successo. Perché non basta mettere insieme tre musicisti bravi a suonare. Semplicemente è successo che, durante questi interminabili tour di Vinicio, abbiamo iniziato a cazzeggiare insieme. E tutti davano per scontato che fosse un progetto ormai pronto da tempo, ma in realtà non c'era nulla.

Questo normalmente lo chiamo creare un aspettativa.

(Ride, NdR) Ma va, erano cose che facevamo realmente per ridere. Poi un giorno Zeno mi ha detto che conosceva un bassista e ci siamo trovati in studio. Alla prima prova avevo messo giusto quattro microfoni nella stanza, non si sa mai, e alla fine della serata, due dei pezzi registrati sono finiti direttamente nel disco, tali e quali. Intendo proprio le registrazioni su quattro tracce fatte in quel pomeriggio. Come la chiami tu, magia?

Ma per “Americana” immagino abbiate fatto un lavoro più di fino.

Sì, per quest'ultimo la produzione è stata più curata, ma restiamo un gruppo piuttosto libero, che può prendere strade inaspettate. L'altra sera dopo un concerto è venuto un ragazzo del pubblico e ci ha detto che assomigliavamo ai Black Sabbath. (ridono, NdR)

So che fai anche il produttore. E allora ti tocca una domanda che io sopporto malamente: che opinione hai della scena Italia? Perché se hai la mia età non puoi permetterti di fare il vecchio trombone che dice cose tipo “i giovani non hanno più lo spirito che avevamo noi” ma se, al contrario, rispondi che ti piace tutto il più delle volte sembri un idiota. Oltretutto per rispondere uno dovrebbe conoscere tanti gruppi e non è facile, dovresti uscire tutte le sere per concerti. Visto che sei produttore, e di musicisti ne avrai conosciuti, adesso mi rispondi.

Penso che ci sia una scena molto attiva, su tutti i fronti. C'è veramente tanta roba valida, bisogna solo essere bravi a trovarla. Adesso ad esempio è un periodo molto fertile per i cantautori, io ho prodotto due dischi di Alessandro Fiori. Lui è un fuoriclasse ma mi rendo conto che purtroppo oggi questo non basta, oltre al talento bisogna sapersi gestire, avere una struttura alle spalle che ti faccia raggiungere il tuo pubblico, un buon ufficio stampa, la promozione etc etc.

Il discorso del cantautorato è molto complicato, perché fondamentalmente bisogna riuscire a piacere ai ragazzi di 20 anni, perché ormai quelli dei 40 sono già formati, hanno i loro riferimenti, non si lasciano sedurre da tutto. I ventenni sono più curiosi ma, di contro, il loro è un mondo difficile da raccontare.

 Eh sì…

Senti, ma tu sei uno di quei chitarristi che la sera la chitarra se la porta in camera da letto?

Io porto tutto in camera da letto, direttamente nel letto.

Ci sono due tipologie, quelli bravi e quelli scarsi che la lasciano in furgone. Ti lascio immaginare a quale categoria appartengo io.
(ridono, NdR)

Hai fatto una lunga gavetta e hai sempre mille progetti in corso. 
Le esperienze fatte come chitarrista di Vinicio Capossela, o con musicisti del calibro di Mike Patton, influiscono in qualche mondo nelle cose che registri per te o sono percorsi totalmente paralleli?
Sono un tutt'uno, anzi probabilmente nulla di quello che sto facendo adesso sarebbe arrivato senza quel tipo di esperienze. Prima di tutto perché ho conosciuto persone che poi sono diventate molto importanti: Zeno, Vincenzo Vasi, adesso sono tra i miei più cari amici. E poi tantissimi musicisti, da Marc Ribot in poi, che mi hanno fatto ascoltare musica che altrimenti non avrei mai ascoltato. Il tour di Vinicio dedicato alla musica rebetika è stato illuminante. È come se si fosse aperta una porta ma nel modo giusto, perché c'è sempre il rischio, quando ti affacci ad un genere che non conosci, di partire dai dischi sbagliati.

Mi ricordo che quando ho visto lo spettacolo Vinicio aveva detto una cosa tipo: “il bouzouki è lo strumento blues del mediterraneo e può far solo musica malinconica perché ha la forma di una lacrima”.

Adesso il rebetiko è tra le mie cose preferite, mi piace anche più del blues americano. È una musica cruda, tutta droga e prostitute, erano veramente dei dannati questi... Ed è molto elaborato: sono tutti tempi dispari, tutto in 7, in 9, in 11, però è fatto in una maniera così musicale che non ti accorgi che stai ascoltando una cosa così storta, assurda e complicata. C’è da perderci la testa, io ti dico nell’iPod avrò 3.000 canzoni, ma comincio sempre dai pezzi di Markos Vamvakaris...

...grande, Markos. Sono 4-5 anni che vado in vacanza nelle isole greche. Dopo un po' ho iniziato a documentarmi anche io. Inizialmente ti sembra una musica da intrattenimento invece ha un immaginario incredibile. È stata una delle prime musiche popolari che ha provato le contaminazioni con le sostanze stupefacenti. Quanti accoltellamenti ci son stati nei vostri live, nei live?

 Ma che accoltellamenti? Sparatorie (ridono, NdR)

Non vorrei allontanarmi troppo dal disco. C’è una canzone che mi piace molto, “But children own the stars”, con questa cadenza un po’ funerea. La vostra è più musica da funerali o da matrimoni?
Da funerali direi.

E dell'immaginario western? Siamo praticamente obbligati a parlarne, spara al volo due o tre colonne sonore americane.

Americane poca roba. Il mio film preferito di sempre è “I Giorni Dell’Ira” con la colonna sonora del grande Riz Ortolani, brano che abbiamo anche registrato su un nostro 45 giri. Un altro è “Se sei vivo spara” e la colonna sonora è di Ivan Vandor il cui tema principale è bellissimo.

Siamo in chiusura. Mi ricordo che ci siamo conosciuti quando tu hai partecipato al progetto El Muniria, che ricordi hai di quell'esperienza?

Fu bellissimo, peccato che durò veramente poco, 10 concerti o poco di più. Tutte le cose bellissime durano pochissimo.

Mi ricordo di un brano su quel disco che diceva “Se mi strappo da te, mi strappo tutto”, era un frase che mi aveva colpito un bel po' e l'avevo pure scritta ad una ragazza. Lei mi aveva risposto: “cazzo mi mandi le poesie di Sanguinetti?” e io gli avevo risposto che era Clementi, e niente, Emidio aveva copiato da Sanguinetti, dice che sul booklet l'aveva precisato.

(ridono, NdR) Come sta?

In grandissima forma…

Sta registrando?



Adesso stiamo facendo insieme dei reading, l'ultimo si chiama “L’Americano” che è una storia di Manuel Carnevali, lo scrittore di Primo Dio. Suona con i Massimo Volume e sta cercando una direzione per il nuovo libro. All'inizio voleva fare un libro su Craxi. Sai, i posti dove facciamo i reading sono, non dico centri sociali, ma orientati politicamente in un certo modo. Spesso a cena se ne usciva con frasi tipo “io e Nuccini siamo craxiani” e tutti ci guardavano male. Poi credo che l'idea sia naufragata. Bene, la chiudiamo qui.
(ridono, NdR) Corrado io ti ringrazio tanto, spero di vederti al nostro concerto di Bologna.

Anche io.

Tag: intervista

Pagine: Giardini di Miro' Guano Padano

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