La Spina - Guardia Sanframondi, 26-07-2003 Intervista

13/10/2003 di Domenico Coduto

E’ sorprendente quanto sappiano esseri sintetici, essenziali e allo stesso tempo ricchi di invenzioni e di musicalità i La Spina. Il loro ultimo disco, “Baby Champagne” sembra fatto di tanti mini-ritratti, un insieme di vari colori messi insieme su una tela; una tela piccola di dimensioni, ma che restituisce sensazioni complete.

Ho incontrato i La Spina a Guardia Sanframondi in occasione della loro performance (purtroppo sfortunata!) per il Six Day Sonic Madness. La loro esibizione è stata minata da un serie di problemi tecnici ai danni delle chitarre di Giuseppe Peveri, che hanno frammentato la loro performance. Il sound del trio di Busseto dal vivo cerca di riprendere le atmosfere del disco ma con una nuova energia e con una formazione a tre (batteria, chitarra elettrica ed acustica) che riesce a fare a meno del basso senza compromettere la bellezza delle sonorità oblique create nel loro secondo album.

Prima del loro sound check riesco a parlare con la band al completo: Andrea (voce e chitarra acustica), Gianluca (batteria e cori) e Giuseppe (chitarra elettrica), e iniziamo a parlare proprio del loro album “Baby Champagne”.



Stralunato, sghembo, tanto swing e atmosfere in alcuni casi dal gusto retrò. Un suono scarno e secco, a tratti spigoloso. Vi ritrovate in queste “definizioni”?
(Andrea) Sono assolutamente giuste, perfette, ci rispecchiano fedelmente. Vedrai che anche il live sarà così.

(Gianluca) Scarno mi sembra perfetto, anche per quel che riguarda le nostre vicende seguenti al disco: mi riferisco al fatto che avevamo un bassista che adesso non c’è più, ma il nostro suono continua anche così ad essere scarno.

La prima cosa che balza agli occhi è la breve durata dei brani; come un’istantanea, veloce e immediata.
(Andrea) Questa della durata dei pezzi è una cosa che riscontriamo anche noi: quando ci troviamo sul finale a guardare l’orologio, ci accorgiamo che il brano è breve. Ma non è una cosa né voluta né cercata: è così semplicemente perché è venuta fuori così. Abbiamo capito che facciamo i pezzi corti, ma se il brano calza bene a noi, allora va bene.

Del resto la sensazione è subito confermata dall’ascolto dove si avverte come un desiderio di voler ridurre le cose all’essenziale, senza fronzoli, come piccoli quadri di colore. Come si sviluppa il lavoro in fase di composizione e di arrangiamento? La sensazione è che il vostro sia un lavoro di sottrazione piuttosto che di aggiunta…
(Gianluca) Sì, tendenzialmente lavoriamo in questo modo. Eliminiamo tutto il superfluo; siamo molto affezionati a quello che conta, a ciò che è essenziale. Siamo molto legati alla forma canzone, i nostri pezzi sono costruiti sul rapporto strofa/ritornello, ma anche questa non è una cosa cercata. Tendiamo ad eliminare tutto quello che poi alla fine non serve.

(Andrea) Già durante la realizzazione la tendenza era quella di rimanere in tre, senza il basso, e di portare nel live l’impatto del disco. Allora abbiamo cercato di ridurre tutto e rendere l’effetto più scarno possibile.

Dunque nel live voi non utilizzate il basso?
(Andrea) No, siamo partiti questo inverno con questa formazione senza basso. In realtà noi abbiamo sempre suonato con questa formazione senza basso perché non siamo mai riusciti ad andare d’accordo con i bassisti con cui suonavamo; non siamo mai riusciti a trovare il “quarto Spina”.

Eppure si dice sempre che il bassista sia l’elemento che fa da collante all’interno del gruppo…
(Gianluca) Abbiamo una cultura di gruppo molto radicata e importante; sai…la famosa storia che bisogna stare bene insieme… Noi tre ci siamo subito trovati bene, ma i bassisti li abbiamo sempre cambiati. Alla fine ci siamo guardati in faccia e abbiamo deciso di andare avanti così.

(Andrea) Alla fine ci stiamo trovando veramente bene: “Baby Champagne” è registrato ancora con il basso che ho suonato un po’ io, un po’ abbiamo avuto qualche collaborazione. Però alla fine il live funziona bene anche senza basso.

Eppure ascoltando il disco il basso è il punto di appoggio dell’intera struttura ritmica e armonica. È l’asse portante di un sound a volte ossessivo che, in alcuni casi sembra avvitarsi su se stesso. Mentre mi giungevano queste sensazioni all’ascolto del disco pensavo: come è possibile che il bassista non faccia parte della band? non riesco ad immaginare i La Spina senza quel basso…
(Gianluca) Sì in realtà noi abbiamo sempre amato il suono del basso, e nei nostri brani ha un ruolo importante: abbiamo sempre voluto che non fosse solo un accompagnamento, ma che avesse una sua precisa valenza, anche melodica. Ma nel momento in cui ci siamo trovati senza, abbiamo deciso di riarrangiare tutto e proporre il nostro live in questo modo. Naturalmente i pezzi in cui il basso era fondamentale li abbiamo sostituiti con altri brani. Nel momento in cui è successo questo (e cioè a Natale) ci siamo trovati disorientati da questa novità, allora ci siamo tirati su le maniche e abbiamo visto che le cose possano andare bene anche senza basso.

Mi piace parlare per un attimo dei silenzi, gli spazi tra un brano e l’altro che sono praticamente inesistenti, come un discorso che non si interrompe, come pezzi di unico quadro da non interrompere, senza respiro…
(Andrea) Abbiamo voluto legare tutti brani, quasi senza pausa per portare in un attimo da una sensazione ad un’altra. La cosa è spiazzante, ma allo stesso tempo entusiasmante!

I diretti antecedenti della vostra musica sembrano essere la vecchia scuola dei cantautori italiani e un certo tipo di rock d’autore…Aiutatemi a definire meglio il vostro background…
(Gianluca) Ascoltiamo assolutamente tutto, e non è solo un modo di dire. Ma forse il nostro background comune è il bad blues degli anni ’80, e poi anche i Doors, Battisti
(Giuseppe) Del resto non è detto che quello che ascolti si ripercuota necessariamente in quello che fai. Ognuno compone in un modo tutto suo.

(Andrea) Ci siamo sempre trovati in comune accordo su nomi come Doors, Tom Waits, Nick Cave, e nel panorama italiano Battisti.

In alcune melodie, come ad esempio “Comunque sono ancora convinto”, nel cantato, un po’ trascinato, mi è sembrato di sentirci qualcosa di Celentano. Forse il paragone vi farà sorridere, ma vorrei un vostro commento…
(Andrea) Sì, Celentano ci piace molto, è una di quelle influenze recondite, subcoscienti, che poi ritornano in alcuni brani. Anche Rino Gaetano ci piace molto.

Qua e là si avverte come la sensazione che in voi ci sia un’anima rock più forte e spingente di quanto poi invece arriva realmente dalla vostra musica. In alcuni punti è come se giocaste a contenervi con i suoni e con le espressioni. La sensazione trova conferma quando nel finale di alcuni brani, “Foto di Aprile” ad esempio, vi liberate in un esplosione di chitarre distorte.
(Andrea) Sì questa è la dimostrazione del fatto che non puntiamo ad avere un discorso a senso unico, ad escludere delle cose. La nostra ricerca non va in un’unica direzione. Se in un determinato momento la testa spinge da un’altra parte rispetto al discorso iniziale, noi non ci tiriamo indietro, ma cerchiamo di legarle per farle andare insieme.

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