Motel Connection - Hiroshima Mon Amour, 12-12-2002 Intervista

15/01/2003 di Christian Amadeo

Nell’attesa prima data dal vivo dei Motel Connection dopo l’uscita del secondo disco “Give a good reason to wake up” - e soprattutto dopo il noto infortunio del vocalist Samuel (che ha costretto la band al rinvio delle prime date), incontro la band al termine del concerto torinese.

Parlo con Dj Pisti, macchinatore dei suoni del trio piemontese, e scopro che dietro l’apparente semplicità di un lavoro house-pop si celano fondamenta ben più profonde, radicate in pensieri ‘nascosti’ che possono essere rivelati soltanto con un’intervista…



I Motel Connection sono formati da tre personaggi molto diversi tra loro in fatto di esperienze musicali. Qual è stato il loro punto di contatto?
Il punto di contatto è stato un comune amico pittore che si chiama Gianluca Rosso e che ci aveva chiesto di fare i suoni per una sua mostra d’arte. Noi abbiamo accettato, ma molto per scherzo… così, per gioco. Ma le cose fatte per gioco, quando hai una certa età, inizi a farle anche seriamente ed è venuto fuori un mini-live improvvisato. Ci siamo divertiti come dei matti a farlo.

In seguito io, Samuel e Pier abbiamo stretto un rapporto di amicizia ed abbiamo iniziato da lì a lavorare, a metterci a casa a smanettare col computer. Abbiamo poi avuto la fortuna di incontrare Marco Ponti che ci ha chiesto di fare “Santa Maradona” e da lì abbiamo lavorato sempre più seriamente…

Come avete scelto il nome del gruppo?
La scelta del nome parte da una serata che io facevo tanti anni fa e che si chiamava “Motel”, nata prendendo spunto dall’idea di una serata che i Daft Punk facevano a Parigi, al “Queen”. E io, a Torino, nel periodo in cui c’era un’inflazione di ospiti stranieri, avevo fatto una serata che si chiamava “Motel” dove invece c’erano solo ospiti di Torino e piemontesi, perché secondo me la scena di Torino era eccezionale. La serata era un po’ un punto dove passavano gli amici, dove suonavano, ma in modo molto ‘easy’. Quando poi ci siamo messi insieme con Samuel e Pier, ci chiedavamo: “Come chiamiamo il gruppo?” Motel Connection a quel punto è uscito fuori spontaneamente. E’ molto semplice…

In che modo riuscite a far conciliare i generi diversi dai quali provenite?
Secondo me Torino è un’oasi felice su certe cose, a partire dall’Amministrazione Comunale - che se non altro non è di centro-destra - ed è una città molto vicina all’Europa. Le Courbusier diceva che era situata in un punto perfetto per le contaminazioni. Sono nati i Subsonica e c’è sempre stata una grande scuola nell’house. Io ho sempre ascoltato dei suoni molto raffinati, grazie a certe persone, e contemporaneamente ascoltavo la musica rock. E’ stato quindi molto facile e molto naturale, alla fine, mettersi insieme.

Veniamo al disco appena pubblicato: come mai l’esigenza di pubblicare “Give me a good reason to wake up” un anno dopo “Santa Maradona”, che già conteneva otto dei dieci brani presenti, anche se in versioni differenti?
Perché ne avevamo voglia… avevamo voglia di crescere, di scontrarci noi, da soli, contro quella che è la discografia italiana. Inoltre, l’idea di aver fatto prima una colonna sonora e poi trasformarla in un album è divertente e spero che riaccada.

La vostra musica è più adatta per essere ascoltata in un club o è preferibile un ascolto più intimo, magari in cuffia?
Quando eravamo in fase di mixaggio del disco pensavo al tipo di pubblico che lo avrebbe ascoltato e che secondo me deve avere sedici/diciassette anni, perché le persone che hanno la mia età ormai hanno una loro idea e hanno un loro percorso musicale.

Quando l’abbiamo fatto io pensavo ad un lavoro da ascoltare in cuffia, un ‘viaggione solitario’. Del resto penso che noi non abbiamo un suono felice e neanche delle armonie felici, perché c’è poco da essere felici. Con un signore che governa l’Italia, che si permette di dire una formazione di calcio e di dire che bisogna fare la Fiat Woman… insomma c’è poco da essere felici.

Per questo il nostro disco si chiama “Give a good reason to wake up”, perché io non sono felice per il paese dove vivo, il paese dove viviamo, il paese del Rinascimento, di Caravaggio, di Piero Della Francesca, il paese che ha dato delle cose meravigliose e che adesso sembra tornato nel Medioevo.

Ascoltando il disco, però, questa vostra chiara posizione politica non viene fuori in modo così evidente
Nel disco c’è una canzone che si chiama “V-Brain”, nella quale usiamo un campione di Gill Scott-Heron, dove si dice che il mondo è governato da una banda di assassini che riceve ordine dai media e confonde la gente. Gill Scott-Heron diceva addirittura che ci hanno defraudato della natura, ci hanno tolto il Natale.

Socialmente devi essere impegnato - e noi lo siamo - ed è arrivato il momento dove uno deve pensare che o stai da una parte o stai dall’altra, non puoi stare nel mezzo, perché sei complice. Io proprio non ce la faccio a mettermi dall’altra parte e neanche i miei soci. Non ci piace lanciare dei messaggi contro nei concerti dal vivo e non mi interessa che il messaggio venga colto dai nostri testi. Mi interessa, magari, che il messaggio venga colto in un’intervista…Nella musica è indifferente. Quando parlo, invece, non perdo occasione per dire come la penso.”

Ritieni quindi che i vostri testi riflettano una negatività di fondo?
Non penso che i nostri testi siano negativi o positivi. Sono i nostri testi.

Penso che oggi il grande problema che stanno dando, soprattutto ai giovani, sia di grande confusione. In realtà sarebbe molto più semplice dicessero:”La Rai è di sinistra, Mediaset è di destra”, e quindi tu decidi chi guardare. Invece non ce lo dicono, ci tengono sulle spine e questo crea una enorme confusione, non solo a livello politico, ma a livello globale. Penso, per esempio, a cosa potrei scrivere per il prossimo disco e mi vengono in mente Erika ed Omar, cioè dei ragazzini che sono confusi, che rappresentano dei giovani che non hanno punti di riferimento. Quando sono nato io c’erano i cattivi e i buoni, adesso ci sono i ‘finti cattivi’ e i ‘finti buoni’ e questo è un po’ un disastro…

Questo tuo modo di pensare ed i vostri testi sono diversi dal canone del genere house e dance
Suppongo che per i testi possa essere in parte vero… però se pensi ai Faithless - che hanno realizzato un video dove i ragazzi attaccano la polizia - già lì trovi un chiaro sintomo di ribellione. I New Order, nel loro ultimo video “Cristal”, passano tutti i tipi di ‘A’ e alla fine passa una ‘A’ anarchica. Ora… io non penso di essere un anarchico perché sarebbe troppo difficile, dovrei essere troppo intelligente e non lo sono, ma in questo momento mi sento contro quello che ci offrono, come andare a fare una guerra per niente e che sembra troppo facile. La cosa peggiore è che alla mia età sono arrivato a capire che probabilmente vincono gli altri…E forse per questo c’è una vena malinconica in noi, perché c’è questa consapevolezza…

Tutti i testi sono stati scritti da Enrico Remmert?
Tutti, tranne “H”, scritto da Romina Pastorelli che è una nostra amica. Noi abbiamo la supervisione, ma Enrico ha lo stesso nostro groove mentale.

Perché avete adottato l’inglese per le liriche?
La scelta dell’inglese è perché noi vogliamo uscire all’estero, perché il nostro è un prodotto puntato sì sull’Italia, ma soprattutto sull’estero, dove stiamo cercando di fare promozione.

Ho assistito al vostro concerto e l’ho trovato adatto per ballare, con la solita verve discotecara, ma è anche piacevole anche da ascoltare come un normale live-act. Come definisci tu lo spettacolo dei Motel Connection?
E’ un viaggio di un’ora e un quarto dentro un club, in questo caso di Torino, dove succede di tutto: prima cerchi te stesso, poi ti trovi, poi hai delle situazioni di felicità. Io, da uomo non felice, quando vado in un club trovo parecchie sensazioni, sin dall’entrata quando scendo le scale e cerco qualcuno che conosco. Insomma, l’idea è di una visione soggettiva di una nottata.

Sembra di vivere in solitudine, nonostante le tante persone che ti circondano
Sì, ma penso che la solitudine in questo momento sia un dato di fatto.

Avete già provato a suonare in luoghi diversi, tipo club, piazze, rassegne. Dove è che trovate la migliore collocazione?
La dimensione che preferiamo è proprio questa (Hiroshima Mon Amour, locale di culto dei concerti live torinesi, ndi). A me i club piacciono, però la dimensione classica del concerto la preferisco, perché nel club devi fare il club, qui invece puoi fare club e concerto. Hai varie possibilità e quindi è un po’ più divertente.

Non vogliamo legarci solo al livello della house music se no ci annoierebbe… anzi, è più divertente portare l’house music dove non l’hanno mai ballata.

Come riuscirete a portare avanti, e a lungo, il progetto Motel Connection, avendo voi tre attività musicali collaterali?
Sarà facilmente gestibile, pur lavorando a tante cose alternative. Lavoriamo e ci troviamo spesso insieme, essendo tutti di Torino. Ci vediamo tutti i giorni, non è quello il problema.

E poi il progetto non è nato per i live, ma per fare altre cose; il live è per noi l’ultimo momento. Quello dei Subsonica è un vero e proprio concerto ed è normale che buona parte della loro attività sia concentrata sul live, mentre Motel Connection è soprattutto da ascoltare su disco, in cuffia...

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