Leggi l'intervista agli His Clancyness e ascolta in anteprima “Watch Me Fall” Intervista

Tutte le foto sono di Giulia Mazza - Tutte le foto sono di Giulia Mazza -
30/09/2016 di Giulia Callino e Letizia Bognanni

Un disco decisamente notturno, uno di quegli album che necessitano di ascolti solitari. Testi amari ma realisti, pieni di riflessioni su di noi, la nostra cultura, la nostra società. Una band mai così unita e consapevole. Gli His Clancyness ci raccontano il nuovo "Isolation Culture" (in uscita il prossimo 14 ottobre via Hand Drawn Dracula, Tannen Records & Maple Death Records) e ci fanno ascoltare in esclusiva il brano "Watch Me Fall".

Come sono stati gli ultimi due anni per gli His Clancyness?
Una grossa novità per noi è stata fare una pausa: ci siamo fermati per circa un anno, che può sembrare poco ma a me non era mai successo da quando avevo 20 anni e ho sofferto come un cane a non suonare in giro. Essere in qualche città lontana che per qualche strano motivo riesce a dare un senso alla tua esistenza e giornata. In questi due anni abbiamo costruito una sala/studio chiamata Strange City dove proviamo, registriamo altri gruppi su 4 piste e ci passiamo il tempo. I demo sono iniziati così, senza una ricerca precisa se non andando spesso in sala io e Nico, a volte io e Giulia, altre volte con solo Jacopo, altre tutti assieme e abbiamo iniziato a sperimentare con tutte le cose che avevamo. Abbiamo raccolto circa una 20ina di canzoni di cui ci sentivamo sicuri. Tolto il momento iniziale durante il quale uscivano cose che ci sembravano vicine all'ultimo disco, ci abbiamo messo circa 8-10 mesi a scrivere, una volta entrati nel mood non ci siamo più fermati. "Dreams Building Dreams" per dire è stata scritta a 5-6 giorni prima di partire per Leeds/Bristol.

Dalle tue parole mi sembra di capire che è stato un lavoro decisamente corale
Rispetto a "Vicious" questo album è nato in maniera completamente diversa. Innanzitutto io, Jacopo Borazzo, Giulia Mazza e Nico Pasquini venivamo da circa 160 date in giro per il mondo. È la prima volta da due anni a questa parte che ho una band stabile ed è la prima volta che scriviamo assieme, interagiamo completamente, e non mi sento solo. Penso che questa sia la cosa più importante, essere diventati in questi anni una band, poter giocare sulle sicurezze e debolezze di ognuno di noi, scambiare i ruoli. Abbiamo quasi pensato di cambiare nome al gruppo, non mi piaceva che il nome riflettesse solo me, poi abbiamo deciso di fregarcene e di tenerlo, ci sembrava una sconfitta cambiare dopo così tanti anni.



Il disco ha ancora un po' di continuità con il suono psych e dream pop che vi ha sempre caratterizzati. Però i neanche 50 secondi di “Cuuulture” hanno una matrice molto più dura e rock, sposta l'asse su altri livelli. Da dove vengono queste nuove influenze?

Non saprei. "Cuuulture", in realtà siamo noi che improvvisiamo in sala, dopo non so quale nottata. A casa poi ho tenuto quel frammento di 50'' e ci ho ricantato sopra; abbiamo sempre amato inserire piccole digressioni nei dischi, perché pensiamo che quel fruire unico, senza pause, aiuti a creare quel clima... come posso dire... ti aiuta a immergerti completamente nell'ascolto, far viaggiare la mente e la testa. Perdere almeno per qualche minuto la connessione con il resto del mondo. Per tornare alla canzone, siamo tutti fan anche di musica heavy-psych e cose così che uno assocerebbe probabilmente poco alla nostra musica, quindi ci piaceva comunque inserire questo piccolo momento. Riguardo le sonorità del disco, ci siamo resi conto solo dopo la registrazione che probabilmente è molto più notturno, non direi più scuro, ma più da ascolto solitario, forse anche influenzato dalla nostra sala che non ha luce del giorno, per cui stai dentro ore ed ore e non sai minimamente cosa succede fuori, non c'è internet, né nient'altro, solo un bagno. Per il resto il nostro intento non è cambiato, cerchiamo di fare belle canzoni.

Nel disco si ricreano panorami desolanti, città ostili e non accoglienti, individui isolati che la società sembra divorare: per contenuti e sonorità, “Isolation Culture” potrebbe essere ritenuto quasi un concept album.
Noi non ci abbiamo pensato, mi fa piacere che voi l'abbiate percepito, però semmai riflette il nostro solito modus operandi: cercare di affrontare qualcosa in maniera compatta, ci viene abbastanza naturale così, probabilmente siamo fan di quel tipo di album. Di solito, per quanto riguarda i testi, dopo le prime 3/4 canzoni c'è sempre un tema che prende forza, e una volta individuato ci buttiamo a capofitto su quello. Avevamo pensato al titolo del disco abbastanza presto nel processo di scrittura, c'era una idea di chiamarlo anche "Culture Isolation", perché comunque avrebbe funzionato, infatti rimane un po' il sottotitolo. "Isolamento Culturale" ma anche "Cultura Isolata". Individui isolati che la società sembra divorare è una frase tosta che mi piace tantissimo, nonostante la tristezza che descrive.



Cos'è per voi la cultura dell'isolamento?
Quanto cazzo siamo attaccati al nostro telefono mentre siamo in tour? No scherzo, è difficile semplificare, perché credo che il titolo del disco rifletta molte cose, anche diverse, che magari hanno una radice in comune. Partendo anche dalla banale ma efficace constatazione di quanto poco condividiamo il sapere. Siamo tutti culture-freaks, parlo di noi quattro, ma anche tanti nostri amici, leggiamo costantemente, passano notti su Wikipedia da link a link, statistiche, racconti, interviste, ma poi tutto spesso si riduce in un semplice accumulo di nozioni. Non ne parliamo tanto a voce, viviamo la cultura in maniera completamente isolata e questo non aiuta la fruizione di idee nuove. Solo con il confronto si possono perfezionare alcune cose. Molte canzoni riflettono su questo, su una certa alienazione dell'individuo. Crediamo fortemente nell'arte (non per forza con la A maiuscola), nella cultura e nella diffusione del sapere come qualcosa che fa avanzare la società, avvicina le persone. Cultura Isolata, poteva quasi essere il titolo adatto per l'Italia. Per quanto ci sentiamo a volte alieni qui, perché facciamo una cosa considerata meno di zero, al tempo stesso vogliamo anche celebrare la forza che questa indifferenza ci dà, ci spinge a fare, a organizzare, ad esserci. Noi suoniamo, per prima cosa, per cercare di trovare emozioni con uno dei pochi modi con cui sappiamo esprimerci, e poi per conoscere nuovi posti, nuove persone e avere sempre davanti un imprevisto che ci fa cambiare strada e trovarne una migliore.

In “Dreams building dreams” esprimete un’aperta ma rapida offesa al governo italiano. Qual è l’accusa che gli muovete nel pezzo?
La canzone si apre così "I wanna feel wholesome and denied so I can see how it feels to be crushed but still alive / Fuck you Italian government for not making it fair for not appreciating difference until the opposite is there"... che potrei tradurre con "Voglio sentirmi in salute e puro ma anche negato e respinto, perché voglio provare come ci si sente ad essere schiacciati ma poi ancora più vivi. Fanculo al governo italiano che non rende mai le cose giuste ed equee, che non apprezza mai le differenze finché l'opposto non gli viene sbattuto in faccia". Mi scuso per la autoparafrasi terribile ma almeno così si capisce. La canzone nasce da un racconto di un amico che stava iniziando il percorso di transizione e in quel momento ho immaginato (era più o meno lo scorso anno) come lo stesso percorso sarebbe stato in Italia... poi l'ho associato alla situazione di Bologna, città generalmente molto fortunata dal punto di vista culturale, che però nel 2016 ha visto chiudere almeno un paio di bastioni culturali che frequentavamo. Quindi sì, è anche una canzone di generica frustrazione verso un paese che meno di altri sa accettare le differenze, i weirdos, i loners, gli outsider e le persone che non seguono un determinato pattern sociale. Tutte le volte bisogna lottare, prendere dei gran calci in faccia, per poter poi gioire e diventare più forti.



Il canino con cui fare a brandelli la città di “Pale Fear” sembra in qualche modo richiamare la “Vampire Summer” di “Always Mist”. C’è un motivo per questo ricorrere di figure e immaginari vampirizzanti?
Forse per riportare un po' di magia e romanticismo a delle figure che negli ultimi anni, tra film e serie tv terribili, hanno perso quella forza e mistero che invece li caratterizzava nell'espressionismo sia in pellicola che in letteratura. Poi sono figure solitarie, aliene, incomprese, isolate, fragili e quindi perfette per questo album.

A livello testuale, l’intero lavoro è attraversato da una componente di conflitto molto marcata: la stessa “Calm Reaction” invita a una reazione pacata e controllata a fronte di un sentimento d’odio e malessere estremo, mentre “Isolate Me” invoca il totale isolamento con toni più vicini ad una richiesta di aiuto che a quelli di chi voglia allontanarsi da tutto. Cosa ne pensi?
È assolutamente così, d'altra parte già il titolo presenta un conflitto, "cultura" una parola che per noi ha sempre una accezione positiva e "isolato/isolamento" che spesso prende una connotazione negativa. Secondo me i testi offrono quasi sempre anche una via di fuga positiva, si intravede quasi sempre un piccolo spiraglio. "Isolate Me" fa parte di quei frammenti come "Cuuulture" che abbiamo inserito nel disco perché danno un mood deciso e confondono anche l'ascoltatore. Non siamo persone bianche o nere, e rigirandoci nel letto di notte a pensare ci capita di pensare una cosa e a volte anche l'opposto.

A chi fa riferimento il pezzo “You’re the Only One”? Chi ci salverà da questa situazione?
Semplice, è una canzone in qualche modo d'amore dedicata alla persona/cosa/passione che ti completa e ti fa navigare in questi tempi. È la prima canzone scritta per il disco ed interamente registrata nel nostro studio a differenza delle altre che sono in parte registrate a Bristol agli Invada Studios di Geoff Barrow e a Leeds negli studi di Matthew Johnson. Inizialmente "Coming Up Empty" doveva chiudere il disco, canzone che poi abbiamo incluso nel 7" di Pale Fear per dargli una collocazione unica... pian piano soprattutto gli altri nella band erano decisi a chiudere il disco con questa, e così è stato. Siamo i Their Clancyness ormai!

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