His Electro Blue Voice - Romanticoni Intervista

His Electro Blue Voice - Sembra che vogliano far di tutto per non farsi notare: non fanno concerti per scelta, non collaborano con nessuno nemmeno per le grafiche dei dischi, figuriamoci un produttore. Li ha notati la Sub Pop però, e da qui in avanti è tutto da vedere. Con la scoperta in più che sotto tutto quel rumore, inHis Electro Blue Voice - Sembra che vogliano far di tutto per non farsi notare: non fanno concerti per scelta, non collaborano con nessuno nemmeno per le grafiche dei dischi, figuriamoci un produttore. Li ha notati la Sub Pop però, e da qui in avanti è tutto da vedere. Con la scoperta in più che sotto tutto quel rumore, in
09/09/2013 di M. Montagano e M. Farno

Sembra che vogliano far di tutto per non farsi notare: non fanno concerti per scelta, non collaborano con nessuno (nemmeno per le grafiche dei dischi), figuriamoci un produttore. Li ha notati la Sub Pop però, e da qui in avanti è tutto da vedere. Con la scoperta in più che sotto tutto quel rumore, in realtà, ci sono gli Smiths. L'intervista di Marcello Farno e Michele Montagano.

Partiamo dalle basi: il territorio. Siete sempre stati di base a Como? Non vi siete mai spostati, qualcuno si è trasferito?
Andrea: Allora, il gruppo è nato a Como nei primi anni zero, io però nel 2006 mi sono trasferito a Bologna dove vivo tuttora; quindi sì, c'è sempre stata un po' di differita. Fra invece è sempre rimasto a Como...
Francesco: ...e non ho intenzione di muovermi, non mi pesa. Anche Claudia, la nostra bassista, prima è stata un po' in giro tra Francia e Australia, adesso si è stabilita qui.

A parte la lontananza, il fatto di non avere mai suonato dal vivo finora riguarda anche una vostra scelta personale?
A: È più il risultato di una serie di fattori. Come ti dicevo: io che nel 2006 scendo a Bologna, Mattia, il primo bassista, che lascia il gruppo un anno dopo. Per un paio d'anni abbiamo lavorato solo io e Fra sui brani, via mail, trovandoci per registrare quando avevamo il materiale, ma sempre con molta calma diciamo.

E adesso che i live inizierete a farli?
F: Ho deciso che l'ideale sarebbe stato rimanere in tre. Ho un modo di suonare molto "primitivo", diciamo così. Per le esperienze che ho avuto, la vedrei dura aggiungere un altro chitarrista con un'attitudine simile. Lo stile deve rimanere intatto, non mi serve qualcuno che mi consigli nuove mete da raggiungere. Ovviamente i brani sono stati riarrangiati per essere suonati dal vivo, sul disco c'erano tante sovraincisioni che non avremmo potuto ripertere live. Per come la vedo io poi, la scaletta spinge abbastanza.

E alla mancanza di spazi e di pubblico che potrebbe soffrire una band come la vostra?
F: Ma no, penso che un pubblico nei posti giusti lo si possa sempre trovare, anche solo frequentando i centri sociali...
A: ...sì, è più una questione di far conoscere il nome, poi qualcuno che ti caga lo trovi.

Secondo voi oggi il pubblico sa distinguere l'importanza della dimensione live dall'hype che un nome può o meno creare attorno a sè?
F: Di solito quando sento di un gruppo che riceve particolari attenzioni dalla stampa un ascolto glielo concedo, lo valuto, poi magari vado al live proprio per vedere con un occhio più o meno critico. Parlo per me, ma penso che l'ascoltatore medio faccia così. Se poi i più vanno al concerto del gruppo X super chiacchierato solo per uscire in compagnia, ben venga. Magari la sera stessa c'è nel locale a fianco la band seminale di turno con trenta persone davanti. Io ultimamente non mi muovo più di tanto. Il più delle volte preferisco rimanere nella mia zona dove ci sono sempre le stesse facce e dove solitamente un gruppo si prende solo gli applausi che merita. Almeno si spera.

Qualche tempo fa in un'intervista dichiaravate: "Potremmo anche fare solo 7" tutta la vita". Cos'è cambiato?
F: Trovo che il 7", insieme ad un 12" di tre-quattro pezzi massimo, sia il formato che più rende giustizia in un breve arco di tempo. Riesci a buttare fuori tutto quello che hai dentro, senza doverlo dilatare in una decina di pezzi.
A: Anche perchè dopo un po' la gente ti dimentica se non mantieni una certa continuità. È normale quando non hai un nome conosciuto. Comunque quella frase era mia, diciamo che dopo quasi sei anni ho pensato fosse giunta l'ora di uscire un po' allo scoperto con qualcosa di più sostanzioso.

Come vi hanno scovato quelli di Sub Pop?
F: Hanno ascoltato le uscite precedenti e gli son piaciute, tutto qui. Di certo quelle con S-S e Sacred Bones hanno avuto il loro peso, ci hanno aperto la strada poi a tutto il percorso fatto: i 12" per Holidays e Brave Mysteries, il 7" con Bat Shit, la cassettina con Ammagar.

Ora che siete con una label così importante vi sentite caricati di responsabilità?
F: No, in fin dei conti no. A parte Sub Pop, quello che facciamo non cambia, continuiamo a farlo nella maniera più naturale possibile. Ci interessa solo rimanere all'altezza al momento in cui tireremo fuori altra roba.

E delle aspettative rispetto al disco non le avete?
A: Beh, sta avendo già un'ottima promozione. La promo è una cosa fondamentale, nel senso, non mi aspetto certo che una label grossa o piccola che si preoccupi di bookare tour o fare chissà quale magia, ma se il nome del gruppo gira poi i promoter e le agenzie di booking si interessano, va da sè. È il loro lavoro. Quello di una label è far girare il nome degli artisti che produce e dar loro più risonanza possibile, è tutta una questione di visibilità, è lì che si vede quanto conta e quanto è brava una label.
F: È un disco per ascoltatori di nicchia. Sicuramente Sup Pop sta riuscendo a dargli quella visibilità che noi, o altre etichette, non saremmo mai stati in grado ottenere.

Volate molto basso. Non pensate all'idea di poterci campare un giorno con questa cosa?
F: Al momento mi interessa solo mantenere integra la mentalità del progetto, soprattutto dopo un disco come questo e dopo l'inizio dell'attività live. È meglio evitare altri scossoni, ci siamo arrivati con una certa lentezza, sai, magari nella stessa maniera arriveremo al punto di toglierci qualche soddisfazione di guadagno. Avere tutto subito non è mai stato un nostro marchio di fabbrica.

Lavorate?
F: Ovviamente. Al momento mi sono preso una pausa, ci sono molte cose da fare e devo investirci del tempo. Spero un giorno di poterlo fare a tempo pieno.



Per quanto riguarda il disco, avevate i pezzi pronti da tempo o li avete buttati tutti fuori una volta in studio?
A: No, era tutto pronto prima, ci abbiamo lavorato per quasi sei mesi prima di entrare in studio.
F: Mi sono fatto un inverno a scrivere e basta, non uscivo mai di casa. Ci saranno state una trentina di demo. Ci siamo confrontati via mail, e poco alla volta abbiamo capito cosa poteva essere più adatto per comporre quello che poi è diventato "Ruthless Sperm". Non è stato facile per me abituarmi a scrivere così tanto.

A livello di sound siete sicuramente legati a determinate avanguardie rumoriste. Quello che emerge nel disco, come nelle opere passate, è anche una predilezione per certa psichedelia.
A: Certo, abbiamo sempre ascoltato di tutto, kraut, post-punk 70s, i primi 80s.
F: Lo sguardo sui '60 e '70 c'è sempre stato, band come Pink Floyd, Velvet Underground, Red Krayola, Neu!, Faust, tutte molto importanti per noi. Già dal primo 7" viene fuori questa vena, soprattutto in "Das".

E di roba italiana ne ascoltate?
F: Io poca, magari sento quello che Andrea mi consiglia di ascoltare, nuovi gruppi che fanno roba rumorosa.
A: Sì certo, sia le band storiche (dal prog al punk), sia quelle attuali (Father Murphy, Cannibal Movie, Movie Star Junkies). Per il resto mi tengo aggiornato, ma soprattutto con roba che viene da fuori.

Volevo indagare sull'immaginario che volevate evocare col disco. Ci sono testi molto duri, malati.
F: Ho avuto più o meno questa scrittura da sempre. L'immaginario è quello. Pessimismo, rabbia, noia, sporcizia, niente politica. Non voglio insegnare o consigliare niente a nessuno.
A: È sempre stato nella nostra natura, musica ossessiva e testi deviati. Quello che ci è sempre venuto spontaneo, roba aggressiva ma senza nessuna deriva macho, al contrario, più autolesionista, diciamo una sorta di "botta" che stappa una serie di sensazioni che si accumulano sottopelle. È uno sfogo, un rush.

Cosa c'entra in mezzo a tutto questo lo sperma? Che rappresenta?
A: Lo sperma non è forse lo sfogo per eccellenza?
F: È il lato pop di HEBV. Roba di tutti i giorni.

A me verrebbe da dire che lo sperma è pericoloso come lo specchio, entrambi riproducono l'essere umano.
A: (Ride, NdA) Infatti è ruthless, senza scrupoli. Uno sfogo selvaggio.

Ci sono filosofi, pensatori, poeti che vi ispirano o potrebbero avervi ispirati nella scrittura?
A: (Piccola pausa, NdA) Non saprei. Almeno non in maniera diretta, riconducibile, conscia. Mi sa che conta di più il disagio mentale che non la letteratura.
F: Si, trovo che la mia scrittura sia abbastanza semplice, poco contorta, senza particolari giochetti.

Prima di iniziare l'intervista ci scherzavamo su ma, a parte tutto, sotto tutta questa coltre di rumore io sento un animo molto pop, melodico. Nel senso li spogli da tutto e sotto ci trovi le canzoni.
F: Punk non lo sono mai stato, però ho visto un bel po' di concerti del genere quà e là. E preferisco un attitudine punk più che wave, se questo può avere senso. Il punk è la base, diciamo.
A: Siamo un gruppo rock, non mi definirei mai noise nel senso più puro del termine. La canzone c'è sempre, non è industrial stile Throbbing Gristle. Manteniamo la forma-canzone anche se poi la stravolgiamo come vogliamo. Per dire, anche i Neu! facevano "canzoni", ma con dei limiti molto permeabili, no? Però sono in ogni caso sono canzoni. Per la parte pop melodica ci portiamo sempre dietro un amore per gli Smiths, umori che ogni tanto si fanno sentire pure in qualche pezzo.

Romanticoni.
F: In passato siamo passati dal gangsta rap agli Smiths. L'indie pop tutto arpeggini è fondamentale.
A: Eh, gli 80s inglesi. In realtà siamo ancora lì, agli Smiths, agli Aztec Camera.

Morrissey in realtà c'entra pure col nome, no?
F: Si, c'era questo centrino di un suo LP dove c'era scritto "His Master Voice". Poi noi abbiamo aggiunto Electro Blue, che in realtà erano i nomi di alcune compilation in cassettina che avevo. Blue starebbe a rappresentare la tristezza, la malinconia, la parte più cupa e intima, spesso accentuata nei testi. Electro è invece la parte rabbiosa, selvaggia, di rivalsa.

Che ruoli avete ognuno all'interno della band?
F: All'inizio scrivevamo di più assieme, ora praticamente scrivo quasi tutto io e poi ci confrontiamo via mail o in sala prove, o in studio quanto capita. A me piace essere quello che mette in mezzo la massa di rumore, ma mi piace anche pensare ai suoni, alle melodie della chitarra. Dopo che ho ascoltato i primissimi Sonic Youth ho capito che potevo costruire qualcosa, semplicemente facendo rumore, schiacciando pedali o giu di li. Questo per dirti le influenze. Ad esempio con i Nirvana ho imparato i powerchords. Facevo pezzi come "D-7", "Return of the rat", pezzi che poi ho scoperto essere dei mitici Wipers. In sala prove poi facevamo sempre "I wanna be your dog" per tutte le due ore con il finale degenero. E tutto questo è rimasto negli HEBV, c'è tuttora. Poi, tornando agli Smiths, ho incominciato ad ascoltare solo le parti di Johnny Marr cercando di capire che cazzo stesse facendo. Non sapendo suonare la chitarra non riuscivo proprio a capire da dove partire per fare quegli arpeggi.

In effetti ci metti un po' di Iggy anche nel modo di cantare. 
F: Eh si, "I wanna be your dog" rimane.

A proposito sempre di cantato. Sputi tutto fuori in un take sola? Almeno ascoltando il disco sembra cosi.
A: E invece è l'esatto opposto. Mille take.
F: Rende di più e si riesce ad ottenere più espressività. Non cantando mai, la voce me la faccio crescere in quei pochi giorni in studio. Anni fa mi allenavo in macchina ad urlare, durante la guida. Ora ho troppi problemi con la patente e la macchina non è sfortunatamnete più la mia sala prove.

Per le date come vi state organizzando? Si fa un disco come scusa per suonare dal vivo anche se finora siete stati un'eccezione alla regola.
F: Ci stanno arrivando proposte dall'Italia, dall'estero, anche booking interessati. Ma al momento facciamo tutto da noi. Voglio vedere piano piano come si muovono le cose senza correre o farmi muovere troppo da qualcun altro. Mi interessa gestire come fin ora abbiamo sempre fatto, il tutto.

Un altro aspetto molto interessante è quello riguardo la parte grafica, visiva. È tutta roba vostra?
F: Certo. Abbiamo parecchi amici che riuscirebbero a tirare fuori robe anche migliori, però preferisco prendermi le responsabilità e fare tutto da solo. Forse anche per questo in provincia non ci conoscono poi così tanto. Non abbiamo praticamente mai collaborato con nessuno. Per farti un esempio, su nessuno dei nostri dischi c'è scritto dove abbiamo registrato e nè da chi.

Quindi piena autogestione: avete paura che dall'esterno magari qualcuno entrando possa rompere gli equilibri?
A: Qualcuno in che senso?
F: Andrea, secondo me intendono Dr. Dre (sorridono, NdA). Si, per ora preferiamo non avere produttori, in studio siamo parecchio rompicoglioni, vogliamo avere il totale controllo di quello che uscirà alla fine. Come detto prima, non capisco perchè qualcuno che conosce poco di quello che facciamo debba permettersi di decidere cosa dobbiamo fare. Poi vabè, due consigli ogni tanto me li faccio dare, e sono pronto ad ascoltare, soprattuto sul lato tecnico...
A: ...Ok, Dr. Dre è il benvenuto ma non deve rompere il cazzo, altrimenti sono dissing feroci (ridono, NdA).

Ricordate un po' i Verdena come atteggiamento.
F: Al momento è così. Ci piace stare sulle nostre, fuori dalle chiacchiere, dai centri nevralgici. Soprattutto io non vedo il motivo perchè debba la mia musica rappresentare qualcuno o qualcun altro debba rappresentare me. Fare parte di una scena ti dà anche, inevitabilmente, una data di scadenza. E noi non vogliamo finire presto.

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