Il colpo che riempie abbondantemente la casa: gli Hit-Kunle raccontano le origini della loro sonorità Intervista

Foto di Tommaso GirardiFoto di Tommaso Girardi
29/11/2017 di Edoardo De Martinis e Francesca Marini

Gli Hit Kunle sono una delle band che più di altre ci ha colpiti in questa seconda metà dell'anno. La loro freschezza unita alla ricerca di sonorità esotiche su una base rock sono quanto di più entusiasmante ci sia capitato tra le mani recentemente: è stato facile da lì dare a "In the pot", il loro disco d'esordio, il bollino di disco della settimana ed invitarli a suonare alla festa per i 20 anni di Rockit, a dividersi il palco con un colonna portante della musica nazionale, Mauro Ermanno Giovanardi. Perché gli Hit Kunle rappresentano il futuro e come vorremmo che fosse l'Italia di oggi.

Definite il vostro genere "tropical rock", e in effetti si sente questo melting pot musicale che spazia dai suoni afro a quelli latini o soul. Quali sono le vostre ispirazioni musicali?

Abbiamo certamente ascoltato molto rock e pop occidentale, pescando in tutti gli ultimi 50 anni di musica. Dal rock al punk, ad esempio i Cream, ma fanno parte dei nostri ascolti anche Violent Femmes e Clash. Ci piacciono molto anche diversi musicisti africani e latino-americani: dell'afrobeat di sicuro citiamo Fela Kuti, poi c'è King Sunny Ade. Da tutto il macro universo latin tra i nostri favoriti ci sono Willie Colon e Ray Barretto. Poi c'è il funk, il soul, il reggae. I nomi sono ovviamente moltissimi, anche di uscite molto recenti quali Songhoy Blues ed Ibibio Sound Machine. Noi comunque puntiamo a comporre canzoni che contengano una buone dose di groove e pulsazione.

Il nome della band prende origine dall'inglese "hit" e da "kunle", parola di un dialetto nigeriano traducibile come “il colpo che riempie abbondantemente la casa”. Come dovremmo interpretare questo "colpo"? E qual è la casa?

Il nome richiama un'immagine che ci piace molto, quella del "colpo", ovvero il suono che senti quando percuoti la pelle di un tamburo. Vibrazione, energia, istintività. La casa è una figura che rimanda ad un posto caldo, accogliente, in qualche modo anche ad un'idea di "origine". Ci piace questa immagine di un tamburo che viene percosso e che, con le vibrazioni, riempie casa. Abbiamo pensato che potesse essere d'impatto presentarsi con un nome che contenesse sia la componente occidentale che quella africana.

Il vostro album d'esordio "In the Pot" è un disco solare, fa muovere il piedino e sembra adatto a risollevare quelle giornate storte. Possiamo considerarlo una sorta di disco del buon umore?

In effetti lo si può considerare un disco del genere, visto che da sempre c'è stata in noi la volontà di fare una musica per così dire “positiva”, che avesse un certo tipo di slancio e di attitudine. Le giornate storte fanno parte della vita di ognuno e noi, suonando, cerchiamo di mettere le nostre energie in qualcosa che possa un po' bilanciare le brutture della realtà in cui ci troviamo.
Magari bastassero le canzoni a rendere questo mondo un posto migliore... 

 

Il primo singolo estratto da "In The Pot" è "Acid Fruit", un brano che parla di scelte sbagliate, di quando, con le sole due monete che ci rimangono, decidiamo di comprare un frutto bellissimo che però si rivela inaspettatamente aspro: cosa rappresenta per voi questo frutto acido, qual è stata questa scelta sbagliata?

In realtà non c'è un avvenimento preciso a cui faccia riferimento, è un po' la sintesi di un certo modo di fare esperienza. Speranza che a volte diventa delusione, ma poi si va avanti ed in alcuni casi può anche diventare tragicomico. Succede spesso, è proprio una cosa del quotidiano ed imparare a farci i conti non è sempre facile, però le scelte sbagliate si fanno, fa parte del gioco. Mi piace molto parlare di sentimenti agrodolci, è una cosa che c'è un po' in tutto il disco. Trovo che il cibo sia perfetto per questo tipo di argomenti, per creare questo genere di metafore, gli esempi semplici sono sempre i più eloquenti.

foto di Le Straniere

In generale il disco si sofferma su di un tema importante, quello della riflessione su se stessi e su ciò che si vuole fare ed essere, per poi agire e cominciare a dar seguito ai propri propositi. Come dite soprattutto in "Wildcat", "è tempo per me di vivere, di realizzare quello in cui credo". Ce l'avete fatta?

Ci stiamo provando, con tutta la nostra forza! Certamente, in questa fase delle nostre vite, la cosa che ci sta più a cuore è la band, quindi suonare e far ascoltare la nostra musica. Con l'uscita del disco abbiamo avuto la possibilità di fare molti più concerti, grazie soprattutto a chi crede nel progetto, la nostra etichetta, l'ufficio stampa ed il booking. Questo per sottolineare il fatto che tutta la nostra forza non sarebbe mai bastata a farci vivere quest'esperienza.
È bello vedere che, un po' alla volta, qualcosa che si desidera da tempo inizi a concretizzarsi. È un bisogno che un po' tutti abbiamo, quello di muoversi facendo ciò che più profondamente si ha volontà di fare, seguendo le proprie aspirazioni ed inclinazioni. Il nostro è quello della band, suonare, vedere le persone sorridere ai concerti.

 

Quest'estate è balzata alle cronache la notizia della ragazzina italiana rifiutata ad un concorso veronese di canto perché nera. Purtroppo il razzismo in Italia è cosa conosciuta e talvolta tollerata. Tu, che sei veneta e di origini nigeriane, come hai vissuto questa vicenda? Pensi che la musica in Italia abbia qualcosa a che fare con il razzismo?

È una vicenda triste che ci fa capire quanto alcune persone, invece che vivere libere ed aperte, continuino a vivere schiave della paura, in questo caso della paura dell'altro, del vicino. Nello specifico la delusione è quella di essere intimoriti da una ragazzina che vuole solo cantare. Io spero che siano appunto dei casi isolati e non qualcosa che possa rappresentare davvero la situazione musicale in Italia.
Nella mia personale e per ora breve esperienza posso dire che, parlando di discriminazione, la mia pazienza è stata messa a dura prova da chi non riesce ad immaginare che una donna possa essere una validissima musicista/produttrice/fonica/addetta ai lavori solo perchè donna. Mi è successo che qualche troglodita dubitasse delle mie capacità di musicista in quanto ragazza, ma non mi è mai successo di sentirmi discriminata in ambito musicale in quanto nera.
L'Italia ha ancora molta strada da fare anche per quanto riguarda il razzismo di genere in ambito musicale, ma c'è una gran bella generazione di musiciste che non si fa di certo intimorire.

 

Tag: intervista

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