Iacampo - Musica come folta vegetazione Intervista

Iacampo, FloresIacampo, Flores
06/11/2015 di

"Flores" è uscito lo scorso 23 ottobre per Urtovox/The Prisoner Records, prodotto da Leziero Rescigno (Amor Fou). Il nuovo lavoro di Iacampo segue di quasi tre anni il precedente "Valetudo", ed è formato da canzoni leggere fatte di domande, di attese, di grandi dubbi e piccole certezze, alle quali il titolo "Flores” restituisce una risposta silenziosa. Abbiamo intervistato Iacampo per farcelo raccontare.

Ho letto che sei perseguitato dalla parola Flores...
Hai detto Flores? Ecco, una cosa del genere. Da quando mi sono fatto ispirare dal secondo cognome del mio manager (nessun riferimento particolare con la persona, solo un’ispirazione) questo “senso” mi perseguita come un mantra. Vuoi saperne qualcosa di più? Solo un incipit, abbiamo cominciato a registrarlo a casa Flores, la base toscana della Urtovox e l’abbiamo finito di mixare a Milano in via dei fiori. Tornato in Veneto appena ho finito le registrazioni ho cambiato casa in poche settimane e tutto mi ha portato in una casa di campagna, dove il padrone di casa si chiama Fiorenzo (ieri era il suo onomastico) e dove la donna delle pulizie si chiama Flora… devo continuare?

Ormai è parecchio tempo che hai abbandonato l'inglese, e insieme a questo anche il nome d'arte. Scrivere in italiano ti fa sentire più “te stesso”?
Pare di si, l’inglese è una cosa troppo cerebrale per me. Me ne sono reso conto man mano che andavo avanti e non riuscivo ad esprimere e a farmi capire da chi avevo davanti. Quando sono andato all’estero a suonare mi è stato chiaro che la questione era se volevo essere o non essere. Questione da poco, insomma..! Ho deciso per lo scrivere in lingua italiana e darmi la possibilità attraverso essa di deciderlo volta per volta. Allora ho deciso anche di riprendere il mio vero nome.

Quest'album mi sembra più musicalmente ricco e complesso dei precedenti. Allo stesso tempo c'è qualcosa di “primitivo”, di vicino alla terra e alla natura.
Penso che questo disco sia come guardare la folta vegetazione. Che sia macchia mediterranea, che sia foresta tropicale o altro, ci si scontra proprio con questa dualità: da una parte la purezza dell’elemento e dall’altra la complessità degli incroci e delle forme. Questo disco è così. Le canzoni che lo compongono sono pure, sincere. Le forme sono colorate, simpatiche, a volte didascaliche e narrative. Penso sia un disco molto ricco. Generoso.

Anche i testi hanno uno stile direi “rurale”: alcuni sembrano quasi canti popolari. Da dove parti per scrivere i testi? Hai ispirazioni letterarie di qualche tipo? 
Sono sempre stato legato alla campagna. Penso anche che il mio cognome nasconda una propensione elettiva per l’agricoltura di qualche tipo. E quello che cerco è si, un canto “popolare” anche se in questi tempi il canto popolare può anche essere frainteso. Per me è come dico in “Mondonuovo”, la prima canzone del mio disco precedente:

Cerco un canto che ha un suono bellissimo / Resta appeso ad un cielo antichissimo / Canto quel che sono / E di un mondo nuovo…

Parto dalle mie esperienze, anche se non scrivo mai “delle mie esperienze” ma “dalle mie esperienze”. Per tradurre tutto in forme musicali (perché in soldoni penso che la mia passione sia la musica e la musicalità più che i concetti o le definizioni) scelgo spesso parole semplici, incroci narrativi e accostamenti di parole che aiutano a delimitare nell’ascoltatore un campo percettivo più che a definire un target preciso. In questo modo chi ascolta viene lasciato libero. Poi uso la lunghezza della canzone molte volte per farti arrivare dove dico io. Anche al target.

Non leggo molti romanzi, anzi, quasi per nulla, ma mi piacciono molto le forme veloci che usano i proverbi, certi libri sapienziali. Mi affascinano i nomi propri, i toponimi e le carte geografiche, i numeri, le piante, gli animali, come parlano le persone e come rappano senza accorgersene.

Quali sono i luoghi che ti ispirano maggiormente?
La natura in generale penso sia il luogo dove suono e silenzio si fondono. Dove la loro percezione per noi uomini è più naturale, dove nascono le melodie, quelle pure. Poi, per carità, mi affascina anche il mondo urbano, con le sue complessità e con i suoi beat. Penso che in "Flores" ci siano queste anime diverse. È stato registrato tra un bosco del Mugello e Milano. Penso si sentano entrambe le anime. Che forse sono anche le mie anime.

C'è una canzone dell'album che preferisci?
C’è un filo rosso che unisce tutto il disco, lo ascolto volentieri quando sono in auto. Non c’è una canzone che preferisco sulle altre. Mi piace cantarle, anche tutti i giorni, quando sono solo. Mi ricordano la mia storia. In questo disco ci sono alcune canzoni importanti, come “Pittore Elementare” e “Ogni giorno ad ogni ora”, che mi descrivono molto bene. Ecco forse queste due, per questa ragione.

Quindi sei tu il pittore elementare?
Sì, e non solo quando dipingo, anche quando suono.

A proposito di pittura, la copertina del disco è opera tua, e sei attivo appunto anche come artista extra-musicale, hai mai pensato di unire questi due talenti anche dal vivo, con qualche forma di performance musical-pittorica?
No, anche se sto pensando ad un palco dove ci siano anche i miei disegni, magari semplicemente di sfondo. Forse costituirebbero l’ambiente ideale per suonare le mie canzoni.

Che cosa hanno portato nel disco le persone con cui hai lavorato?
Hanno portato dei grandi timbri sonori. Leziero Rescigno, produttore e percussionista del disco è stato fondamentale. Ha ascoltato e riconosciuto le mie esigenze e siamo riusciti a coniugare tutte le idee anche se potevano sembrare inizialmente antitetiche. Il violoncello di Enrico Milani alla fine si sposa bene con il ngoni di Daouda Diabate, e il sax di Paolo Lucchi con le suggestioni elettro di Nicola Mestriner.

Perché il titolo “Pescatore perfetto” per il brano strumentale?
È una canzone ispirata alla pesca alla passata, una tecnica di pesca con canna che si fa nei fiumi, con lenze molto leggere. Per qualche anno ho vissuto in riva a un fiume e pescavo quasi tutti i giorni. Vedevo questo pescatore, molte volte in controluce, che riusciva ad incantare la mia vista con la sua eleganza nel muoversi. Mi ha convinto a cambiare il mio modo di pescare e forse assieme di guardare le cose. Ho affinato movimenti, nella mia mente poi li ho rallentati e ho scritto questa canzone in musica. È un brano strumentale che in alcuni punti è addirittura descrittivo, quasi la musica che sta dietro a una danza. Il titolo è tratto da un libro del 1600 inglese “The Complete Angler”. Un manuale di pesca, ma anche un manuale di vita, un libro che cita la storia, la scienza e la biologia e riesce anche a filosofeggiare. Un signor libro, che in Inghilterra ha edizioni pari alla Bibbia o all’opera di Shakespeare e in Italia, ha solo una traduzione - fuori catalogo. Ditemi se conoscete qualcuno che ha voglia di pubblicare una versione italiana. 

La traccia 7 del disco si intitola "Come una goccia", la 8 "Come una roccia". Ti senti più come una roccia o come una goccia?
(ride) Sono una roccia che studia per diventare goccia.

 

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