Il nomadismo cantautorale di Matteo Cappella

Tra Mediterraneo, Nord Europa e America Latina, il musicista laziale racconta in "Pietra di Sole" un viaggio di radici, luce e canzoni in continuo movimento

Foto di Liliana Ricci
Foto di Liliana Ricci

Il Bacino del Mediterraneo, il Mar Baltico e l'America Latina: sono queste le coordinate geografiche dentro le quali nasce e continua a muoversi la musica di Matteo Cappella, cantautore classe 1990 originario di Bellegra, piccolo paese di nemmeno 3.000 anime a est di Roma. Un percorso che, partendo da un borgo incastonato tra le dolci cime degli Appennini, si apre presto al mondo, seguendo una traiettoria fatta di spostamenti, incontri e ritorni, in cui la musica diventa il filo rosso capace di tenere insieme luoghi, persone e visioni.

"Dopo aver iniziato a suonare la chitarra da ragazzino - ci racconta Cappella - ho deciso di trasferirmi da Bellegra a Roma nel 2010. Lì la musica è diventata il centro del mio lavoro, tra concerti e insegnamento". Nella Capitale, il cantante laziale divide il suo tempo tra accademie e circuiti indipendenti, affinando una scrittura che cerca un equilibrio costante tra ricerca e immediatezza. 

Una sacrosanta gavetta che subisce nel 2015 una nuova e decisiva deviazione, portando Cappella a raggiungere le miti estati e i lunghi inverni di Helsinki. "Lì in Finlandia - sottolinea - ho portato avanti uno studio tra cantautorato e world music". Un’esperienza che allarga ulteriormente l’orizzonte del suo percorso artistico, lasciando un segno profondo nel suo modo di intendere la canzone come spazio aperto e attraversabile. 

Tornato in Italia, il viaggio prosegue intrecciando scrittura, suoni e collaborazioni lungo tutta la penisola, dal Lazio alla Campania, passando per Salento, Abruzzo e Sardegna, fino all’incontro con il produttore sassarese Giulio Rosatelli e con la cantautrice uruguaiana Natalia Meyer, figure centrali nella nascita del suo ultimo lavoro.

La musica di Matteo Cappella si muove infatti dentro un cantautorato da lui stesso definito "mediterraneo": una forma espressiva che tiene insieme intimità e ritmo, casa e movimento, parola e suono. "Mi interessa l’equilibrio tra semplicità e apertura - ci spiega - lasciando emergere un’idea di canzone che non rinuncia alla profondità ma nemmeno alla luce".

Un risultato raggiunto grazie a una serie di ascolti provenienti da mondi musicali estremamente policromi: dal cantautorato italiano alle musiche del Mediterraneo e dell’America Latina, passando per artisti contemporanei come Fulminacci e Rita Payés, tenendo uno sguardo fisso su "maestri come Pino Daniele e Fabrizio De André capaci di far dialogare poesia e corpo, pensiero e ritmo".

Matteo Cappella - Foto di Liliana Ricci
Matteo Cappella - Foto di Liliana Ricci

È proprio da questa sintesi che nasce Pietra di Sole, il suo ultimo album, un lavoro che lo stesso Cappella definisce come "il diario mediterraneo degli ultimi quattro anni”, un disco che si muove sulla soglia, "tra la pietra e la luce, tra ciò che resta e ciò che si muove". Registrato tra Roma e la Gallura, l'ultimo disco dell'artista bellegrano affronta il tema dell’amore come tensione continua tra restanza e viaggio, tra ciò che resiste e ciò che deve cambiare, restituendo immagini vive e quotidiane: "È una meteora - racconta - un raggio di luce che scalda, un pigiama steso controvento ad asciugare".

Anche la dimensione visiva del disco sembra nascere da una sorta di destino condiviso: "Poco prima di partire per le registrazioni in Sardegna avevamo chiuso la copertina con Gianluca Agazzi. Quando sono arrivato in Gallura, a casa di Giulio Rosatelli, sono rimasto colpito: l’arco all’ingresso sembrava identico a quello disegnato in copertina. È stato come entrare fisicamente dentro il disco".

Una sensazione che trova il suo naturale completamento nella dimensione live, spazio privilegiato in cui le canzoni cambiano pelle e si aprono definitivamente all’incontro. "Dal vivo i brani prendono vita in due forme: una più corale in full band e l’altra più intima, essenziale, fatta solo di chitarra e voce". Due anime che riflettono la natura stessa di Pietra di Sole, sospesa tra collettività e raccoglimento, tra viaggio condiviso e ascolto silenzioso. Il futuro, per Matteo Cappella, passa proprio da lì: continuare a portare questo disco in concerto, continuare a condividere la musica, "fino a quel momento che arriva sempre alla fine di ogni lungo viaggio, quando si torna a casa stanchi e felici".

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L'articolo Il nomadismo cantautorale di Matteo Cappella di Luca Barenghi è apparso su Rockit.it il 2026-01-06 11:56:00

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