Dente - La felicità secondo me Intervista

Dente ha appena pubblicato il suo nuovo disco Almanacco del giorno primaDente ha appena pubblicato il suo nuovo disco "Almanacco del giorno prima"
24/02/2014 di

Un viaggio in Brasile, un disco registrato in campagna, l'importanza della felicità nella vita e quella di avere un bar del cuore dove andare a prendere il caffé. Ci siamo presi un po' di tempo per una lunga chiacchierata con Dente per farci raccontare del suo Almanacco del giorno prima e di tutte le cose che gli gravitano attorno.

 

Anche tu, come molti artisti quest'anno, hai deciso di ritirarti in campagna per registrare il disco. 
Siamo andati lì perché è stata una mia volontà. Andare in quelle terre e in quelle modalità. Ho pensato che sarebbe stata una bella idea affittare una casa e stare lì due mesi d’estate per registrare il disco con lo studio mobile. Poi alla fine invece di prendere una casa abbiamo chiesto al comune se aveva uno spazio da offrirci, e ci hanno dato questa ex scuola elementare. Volevo tornare a Busseto perché i ragazzi con cui suono abitano lì e quindi era anche più comodo per loro. Volevo comunque stare un po’ fuori da Milano e fuori dalle grandi città, stare in campagna e stare tranquillo e concentrarmi molto sul disco. E lì infatti ci sono riuscito perché mi alzavo la mattina e andavo a mettere apposto le cose, poi i ragazzi arrivavano e cominciavamo a lavorare. Abbiamo passato tutto luglio a costruire gli arrangiamenti, io ho portato i pezzi, alcuni li abbiamo scartati e altri li abbiamo ripresi e finiti. Poi tutto agosto abbiamo registrato, grazie a Colliva che ha sistemato tutto lo studio mobile. La mattina mi facevo un panino e poi quando mi veniva fame mangiavo, andavo giù sotto gli alberi su un tavolino e poi tornavo su. La sera poi si faceva una pausa per la cena e a volte andavamo avanti anche tutta la sera. La cosa bella è che quando vai in posti del genere non ci sono orari; mi è capitato una volta di essere a cena con i ragazzi, dopo mangiato loro insistevano per andare a casa perché era mezzanotte e io invece non avevo sonno. Allora sono andato lì da solo con sigaretta e liquorino a registrare le voci. Oppure una mattina mi sono svegliato alle 6 non so per quale motivo e invece di rigirarmi dall’altra parte sono andato in studio per cominciare a lavorare.

Ho sentito però che avete avuto qualche problema di trattori. 
(ride) Sì perché la scuola affaccia sulla strada, non molto bazzicata perché è una strada di campagna, però d’estate tutti i campi intorno sono coltivati, quindi ci sono i trattori che passano, e quando passano non puoi registrare. Due o tre volte i trattori si fermavano per una mezzoretta davanti alla scuola col motore acceso, e noi dovevamo aspettare che se ne andassero via.

Avete usato uno strumento molto particolare, che mi pare sia una spinetta.
È un clavicembalo. Io volevo utilizzare una spinetta perché è stato uno strumento che è stato utilizzato tanto negli anni '60 nella musica pop e anche psichedelica, penso agli Zombies, o ai Doors, o comunque anche a tutte le canzoni arrangiate da Morricone, quelle del periodo d’oro Rca della canzone leggera italiana, tempi in cui era uno strumento davvero molto usato. Volevo riesumare un po’ questo suono che mi piaceva molto. Alla fine non abbiamo trovato una spinetta ma un clavicembalo che come suono è molto vicino.

Nel disco canti di due cose. La prima è l'amore andato male (un tuo classico, diciamo), l'altra è il tempo che passa. Non so se hai avuto modo di leggere la nostra recensione, ma sei d'accordo sul fatto che in Almanacco del giorno prima ci sia molta meno ironia?
No, non sono d’accordo anche perché non ho mai visto molta ironia in quello che scrivo.

Però sei noto per essere una persona che fa molte battute, scherza con i giochi di parole…
Sì ma ci sono anche in questo disco. Non l’ho trovato diverso dagli altri, infatti sono rimasto un po’ colpito dal vostro giudizio, non ce la trovo questa mancanza. Un po’ perché non ho mai pensato di far ridere, anche perché non è necessario, e un po' perché non trovo ci sia un abbassamento dell’ironia.

Allora parliamo dell'altro aspetto: la tristezza. Anzi parliamo del suo contrario. In cosa individui la felicità nella vita, dove la vai a cercare? 
La felicità è svegliarsi felici di doversi alzare. Ed è una cosa che mi è mancata per i primi 30 anni della mia vita. Cioè io mi alzavo alla mattina e bestemmiavo, perché comunque dovevo alzarmi per fare delle cose che non mi piacevano. Da quando ho cominciato ad alzarmi perché devo fare delle cose che mi piacciono, mi alzo con un altro tipo di attitudine. E questa secondo me è la felicità, e credo lo sia per tutti. Ti svegli e sei felice di esserti svegliato. Arrivare a sera non con “cazzo non sono ancora le 6, le 8, quando cavolo arrivano le 9?”, ma con “cazzo, sono già le 9! Ci sono un sacco di cose da fare ancora ma non ho avuto abbastanza tempo". Questa è la felicità secondo me. Poi è anche brutto il contrario, sentire di voler fare tante cose ma di non riuscire a farle perché il tempo passa troppo veloce; è una cosa che mi capita molto in questi giorni. Però è sempre meglio di quando lavoravo al magazzino. Ora invece mi sveglio la mattina, apro gli occhi, magari sono anche stanco ma so che lo sto facendo per fare un’intervista con la Nur, non a fare una cosa che non mi piace, secondo me è questa la felicità più grande del mondo.

Un'altra cosa importante che si sente nel disco è l'avvicendarsi delle varie fasi della vita, del tempo che passa.
Ci sono delle riflessioni sul tempo che mi sono venute in maniera abbastanza naturale; probabilmente arrivato a questa età penso un po’ di piu al tempo che è passato e al tempo a venire. Un tempo futuro che in questo disco in verità non c’è, cosa che però è una conseguenza del tempo che è passato: più si accumula passato e più si accorcia il futuro. Quindi avere tante cose da guardare indietro vuol dire anche avere meno tempo davanti. Non è detto, non è esplicito, ma si sa. Non ho voluto scrivere esplicitamente dei pezzi sul tempo che passa, diciamo che è più una conseguenza dei pensieri che faccio ultimamente.

Adesso che ho l’età che aveva mio papa… pensi ai figli?
No. [ride]

Lo sapevo, ma dovevo chiedertelo comunque! Invece, sei arrivato a 38 anni, c’è qualcosa che hai imparato in tutto questo tempo?
Mi sottovaluto sempre tanto, è una cosa che ho sempre fatto nella vita, e quindi credo di non sapere fare niente in fin dei conti. Ma una cosa che ho imparato facendo questo lavoro qua è rispondere alle interviste. Non cadere nei tranelli di alcuni giornalisti. Perché ci sono cascato.

Tipo?
Tipo quando si parla della vita privata. Molti giornalisti, specialmente quelli che scrivono per testate non prettamente musicali, tendono sempre a cercare qualcosa al di fuori della musica; la vita privata per loro è l'argomento principale, poi volendo si parla anche un po’ di musica ogni tanto. Ci sono cascato un paio di volte e ora sto molto attento; se c’è una cosa a cui sto attento è quella lì, rispondere a tono.

A proposito di interviste su testate non musicali, in quella su Grazia.it hai detto che scrivi nei momenti di sconforto. In quelli di conforto che fai?
Nei momenti di conforto ascolto la musica.

Che cosa stai ascoltando in questo momento?
Nell’ultimo anno ho ascoltato molta musica di sottofondo, su vinile o bobina. Quando sono in casa mi piace ascoltare certa musica, anche le cose che si considerano becere – i vari Fausto Papetti, la musica per il cinema e non, le compilation che si facevano – le library, tutte queste library di musica strumentale mi piacciono molto. E poi comunque ascolto i dischi che escono in italia, sto ascoltando il disco degli Zen Circus che mi è piaciuto, il disco di Brunori Sas, e altri che non sono ancora usciti come quello di Nicolò Carnesi e tutta questa gente qui. Ascolto molta musica italiana contemporanea.

Qualche settimana fa abbiamo dato la notizia delle buone posizioni in classifica Fimi del disco tuo, di Brunori Sas e degli Zen Circus. Sei contento del fatto che anche nel "paese reale" si stia dissolvendo la classica suddivisione tra musica più commerciale e non?
Assolutamente sì, perché è una cosa che negli altri paesi funziona da sempre e in Italia no. Insomma se ne stanno accorgendo in tanti, stiamo entrando in classifica. Anche se oggi come oggi è molto facile perché di dischi se ne vendono pochissimi, questo è ovvio. Prima c’era la gente che vendeva milioni di copie ed era molto più difficile, oggi vendiamo tutti poco. Però comunque noi vendiamo, anche se poco vendiamo, e se arriviamo in top ten è una cosa buona giusta e son molto contento di questo.

Quindi la Sony è ufficialmente diventata la tua etichetta?
La mia etichetta si chiama Pastiglie e l'ho aperta l’anno scorso; il disco invece è in licenza Sony.

Questo passaggio alla licenza Sony ha cambiato qualcosa per te? Penso per esempio al modo di rapportarti ai fan - ho visto che la tua pagina Facebook non è piu gestita da te ma ci sono vari status più istituzionali seguiti dal classico (staff), che vuol dire che sei diventato importante.
No, vuol dire che io non riesco più a starci dietro. Quando ho fatto la prima settimana di promozione per esempio ero perennemente in giro e non sarei riuscito a stare dietro alla cosa, quindi ci sono delle persone che mi danno una mano su quella questione lì. Non è cambiato moltissimo, devo dire. Sicuramente c’è più lavoro e fatto meglio, che non è male.

In questi giorni di promozione ti è capitato di andare ospite in trasmissioni come Quelli che il calcio o in radio molto commerciali. Che idea pensi abbia questo tipo di pubblico verso la musica che proponi tu?
Questa è una bella domanda. Non lo so. In questo momento torno da Radio 105, un posto che io ho sempre visto da fuori e mi ha sempre fatto un po’ impressione. Suonando le mie canzoni chitarra e voce pensavo "chissà la gente che ascolta questa radio cosa pensa di Miracoli...". Però il fatto che anche loro si aprano a un disco di questo tipo a me fa solo che piacere. Non è solamente una questione di forza di case discografiche, perché comunque ci sono anche delle richieste e le porte sono già aperte. Non funziona che la Sony chiama tg1 tg2 e tg3 e impone Dente. No, la Sony chiama e si sente rispondere: figata che bello, facciamolo! Quindi le porte erano già aperte, erano tutti molto sul pezzo. Anche perché per esempio Mollica mi ha intervistato in tempi non sospetti, sono andato là e lui è diventato matto, è un grande fan. Quindi non si tratta solo di avere un ufficio stampa più forte, ma anche di avere un pubblico pronto a recepire e ad aprire le porte.

Capitolo Sanremo. So che in passato ci avevi provato ma non era andata bene. Quest’anno te l’avevano proposto, ma tu hai rifiutato.
Non sono uno che ha una posizione precisa, tipo Sanremo sì o Sanremo no. Tanti anni fa provai ad andarci con “A me piace lei”, che però fu bocciata – ero molto più spavaldo, non me ne fregava un cazzo. Oggi sono un po’ piu timoroso e ho più paura. Diciamo che a Sanremo non ci sono andato perché avevo paura. Paura di fare un passo più lungo della gamba, e me piace fare passi uno alla volta, pian pianino, perché so che arrivo da qualche parte e se mi metto a correre invece c’è il caso che mi spacchi una gamba, perché non sono atletico (ride). Iniziare a fare i concerti in teatro, passare alla Sony, andare a Sanremo – tutto insieme mi sembrava una cosa un po’ esagerata e quindi ho deciso di frenare. Quando ho parlato con la Sony le prime volte ho detto chiaramente che non avrei voluto partecipare, e loro mi hanno detto che andava bene. Ho detto: riusciamo a promuovere questo disco al di fuori del Festival? E mi hanno detto sì.

Ma è anche perché magari non avevi un pezzo forte su cui puntare?
No, per esempio Invece tu poteva andare benissimo.

O Chiuso dall’interno.
Esatto. Ad immaginare quei pezzi suonati da quell’orchestra lì mi veniva l’acquolina in bocca. Ma alla fine mi sono detto che se dovevo andare con l’ansia che mi viene - perché mi viene, allora preferivo fare dell’altro e stare tranquillo. Infatti sto facendo tutte queste cose con una grande tranquillità, sono sereno. Il disco mi piace moltissimo, sono molto soddisfatto, e se piace bene e se non piace chi se ne frega. Perché comunque sono talmente convinto del lavoro che ho fatto che va bene in ogni caso. Invece andare là mi sembrava come espormi un po’ troppo – non mi piaceva entrare in quel calderone di cose in cui la musica passa in secondo piano, non mi andava. Però non lo escludo, nel senso che chissà, magari nel futuro.

Magari dovreste proporvi per andare tutti insieme, tu, Brunori, Brondi, Carnesi, e tutti gli altri, e invadere l’Ariston.
Non so se lo faranno mai un festival di quel tipo, chi lo sa. So che quest’anno volevano fare un Sanremo abbastanza alternativo però non ci sono riusciti molto.

Parliamo del tuo prossimo tour nei teatri. Ci sarà una sezione di archi oppure la band rimane la stessa?
La band è sempre la mia però in più si aggiunge F Punto che suonerà con noi per tutto il tour, quindi saremo in cinque e cercheremo di ricreare gli arrangiamenti del disco nel miglior modo possibile, però senza gli archi veri e i fiati. Perché per i fiati e anche per gli archi ci vorrebbero delle sezioni grosse, non puoi avere un violino o un sax. Già è molto costoso organizzare un concerto in teatro; infatti i biglietti saranno più alti del normale non perché io voglia guadagnare di più, anzi, guadagnerò molto meno.

Davvero?
Sì, molto. Però funziona così, perché per produrre uno spettacolo che vada a teatro bisogna girare con il proprio impianto.

Ma allora se guadagnerete meno, non avrete sul palco cose diverse rispetto ad un concerto normale, fate pagare di più – dov’è il vantaggio?
Mi piace l’idea di portare questo disco, e la musica in genere, a teatro, dove uno va per ascoltare la musica che si senta BENE. Mi piace questa idea qua. Ovviamente mettere su un concerto con un’orchestra ha dei costi pazzeschi, bisognerebbe alzare i biglietti a 60 euro e non avrebbe senso per me. Io ho lottato molto per avere i biglietti più bassi possibile, perché comunque so che il mio pubblico è abituato a spendere 15 euro al massimo per andare a un concerto, quindi i biglietti non saranno più cari di così. Però con meno di questo, anche facendo un sold out, si va in perdita. Da fuori potrebbe sembrare che con un concerto sold out in teatro si diventi ricco, e invece non è assolutamente vero, anzi.

 

So che hai fatto un bel viaggio con i Selton in Brasile. Cosa ti è rimasto impresso, c'è un ricordo che ti porterai dietro?
Mi è rimasto impresso molto. Una cosa che può sembrare banale e scontata però è assolutamente vera, è il rapporto che ha il cittadino medio con la musica. È una cosa impressionante, perché la musica è un po’ dappertutto: moltissima gente suona, moltissima gente suona molto bene e la gente quando sente la musica, balla. Quella cosa che si dice che hanno la musica nel sangue… è vera (ride). Cioè, non è come l’italiano pizza mandolino, è una cosa vera. Ti racconto una scena molto bella che mi ricordo: ero a San Paolo con due Selton, eravamo in un baretto piccolissimo con cinque tavolini e c’era un gruppetto di quattro persone che stava suonando in un angolino un pezzo di samba con una cantante molto bella. Partono con la musica, e la barista esce dal bancone, prende una cliente per mano e si mettono a ballare in mezzo al bar, così. Finisce la canzone e si rimette al bancone. In un modo, e con una naturalezza impressionanti. I Selton mi hanno guardato e mi hanno detto: “ecco, questo è il Brasile.” Lo fanno con una naturalezza incredibile, semplicemente quando sentono la musica ballano. Sanno tutte le canzoni, le cantano tutte. Poi hanno una storia particolare, la musica degli anni '60 là è molto importante perché coincide con la dittatura, con tutti questi artisti che se ne sono dovuti andare dal loro paese perché erano scomodi, scrivevano cose scomode, e poi sono tornati. Là Chico Buarque de Hollanda è Dio, è Dio. È una cosa incredibile. E vedi questi ragazzi di vent’anni che cantano le canzoni di Chico con le lacrime agli occhi e capisci che è una cosa che noi non proveremo mai, quel rapporto lì con la canzone che hanno loro. Anche perché noi ovviamente abbiamo una storia molto diversa. Da noi negli anni '60 era appena finita la guerra, c’era la crescita e c’era la spensieratezza, c’erano le canzonette da spiaggia: la storia nel nostro paese ha fatto quello e quindi negli anni 60 ci siamo beccati quelle le canzonette, le canzoni d’amore o comunque quelle cose lì, che possono rimanere forte nel cuore di uno che aveva 15 anni negli anni '60 perché gli ricordano la sua adolescenza, ma non possono essere forto come il ricordo della dittatura per un popolo, sicuramente la cosa è diversa. Quindi un po’ per la loro storia, un po’ perché hanno la musica nel sangue, la cosa che mi ha fatto più impressione è stata questa, il loro rapporto con la musica.

Torniamo in Italia. Sei a Milano da parecchi anni. C’è un posto che ti piace particolarmente? O un angolo particolare, una cosa che puoi fare a Milano come in nessun altro posto al mondo?
Respirare lo smog! (ride) A parte questo, io non ho ancora trovato a Milano il mio bar.

È una cosa grave!
Sì, sono qui da otto anni e non ho ancora trovato il mio bar. È una cosa che un po’ mi manca, avere il mio bar dove andare a prendere il caffé. Nel mio quartiere stanno aprendo un sacco di bei localini e comincia a piacermi un po’, anche se mi piacerebbe andare in un quartiere un po’ più movimentato perché mi piace avere casino sotto casa. Ieri sera ero ai Navigli e ho pensato che sarebbe molto bello abitare là. Mi piace la vitalità notturna che c’è. Anche perché con la vita che faccio non c’è lunedi e non c’è giovedi e sabato (ride). Un posto, un luogo preciso di Milano non te lo so dire, anche perché a Milano i posti belli sono molto nascosti. Non è una città come Roma o come Firenze che arrivi e guardandola dici "va' che bello!". Arrivi a Milano e dici "va' che schifo!", poi però se cerchi, trovi. Devi aprirla come una cipolla e andarti a trovare tu le cose belle. Il planetario mi piace molto, è un luogo che frequento. Organizzano cose molto interessanti ed è molto bello.

A proposito di case, nel disco precedente e in questo hai scritto due canzoni, Casa mia e Casa tua, che funzionano quasi a specchio. 
Casa mia in realtà è stata scritta prima di Casa tua. Casa tua non è proprio la descrizione di un corpo come fosse una casa, parla invece di un momento in cui io ho scritto quelle cose ed ero nella casa, ero in casa di questa persona – e la casa poi diventa questa donna, e io ero ancora dentro questa casa (ride), non solo in casa sua ma anche dentro di lei.
Casa mia è stata scritta prima, in un giorno in cui nevicava a Milano, e ho pensato appunto di descrivere il mio corpo come fosse una casa. Non ti so dire il perché, non mi sono mai interrogato su questa cosa. È un’idea come un’altra. Tu ci trovi sotto qualcos altro?

No, però mi sembra una bella coincidenza. 
Quando ho scritto Casa tua mi è venuta fuori quella struttura che era molto simile all’altra e mi son detto “dai nel prossimo disco faccio Casa mia”. Ce l’avevo già in mente da anni questa cosa.

Quindi nel prossimo disco scriverai Casa nostra?
(ride). Non lo so, può darsi. Ma è più probabile Casa vostra. Insomma, mi piaceva il fatto che avessero il titolo che si ricordava a vicenda e che la struttura fosse uguale. Mi piacciono le autocitazioni.

Prima parlavi di quartieri dove c’è un sacco di casino, ma anche di come ti piaccia stare a casa per i fatti tuoi. Qual è il tuo drink preferito in casa e quale quello che bevi quando esci?
A casa io non bevo alcool, non mi viene proprio in mente, non ho praticamente mai dell’alcool in casa. Bevo acqua o latte o spremuta d’arancia. Quando esco bevo il vino. Il vino bianco quando è buono va giù bene, sembra una bibitina.

A Busseto ce n’era di buono?
Molto, a 90 centesimi al bicchiere, e non a 5 euro come a Milano.

Commenti (2)

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  • TheLie 25/02/2014 ore 16:02 @thelie

    quanto ne dovete parlare ancora di Dente? vi pagano cosi tanto da leccargli il culo fino a questo punto?...

  • Redazione 27/05/2014 ore 11:50 @rockit

    Ki vi paka?!?!

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