Max Gazzè intervistato da Bianco Intervista

Foto di Barbara Oizmud - Max GazzèFoto di Barbara Oizmud - Max Gazzè
03/04/2013 di Bianco

Bianco che intervista Max Gazzè. C'è da dire che il primo un po' assomiglia al secondo, anche se non lo prende a riferimento per scrivere una canzone c'è un gusto pop comune, della stima, la conoscenza di tutti i suoi album. E quando un musicista ne intervista un altro va fuori dalle solite domande di rito promozionali, si toglie delle curiosità, condivide le speranze. E Gazzè risponde con quel mondo poetico/filosofico che si ritrova in testa, ti parla di musica come se fosse un pittore, di nuove generazioni musicali come se fosse botanica. Si prende anche le sue responsabilità, dice che bisogna aiutare i giovani e, dal pomeriggio alla sera, sceglie Bianco per l'apertura del suo concerto a Torino. Ecco la chiacchierata.

Non vorrei fare la classica intervista perché, appunto, non sono un giornalista. Partirei da una mia curiosità, mi interessa sapere come vivi i cali di creatività: ti chiedi mai se avrai sempre ispirazione, o patisci quando non ti vengono idee?
Beh, credo che sia un fattore comune vivere dei momenti estremamente creativi e degli altri meno. E' una questione di metabolismo, come quando inizi a far sport, se poi ti fermi è come se fossi in astinenza. E' come il pittore che passa mesi senza fare niente, poi dà una prima pennellata e dice: “Figo, continuo”. Credo che la creatività sia un fattore innato della specie umana, l'essere umano è naturalmente creativo, siamo tutti in grado di contemplarci in atti creativi in qualsiasi forma di espressione, dal cucinare, dal dipingere, al fare musica.

Quando scrivi hai la consapevolezza che stai creando qualcosa di interessante?
Nel momento in cui ti domandi se è bello o non è bello, stai già implicando un pensiero che va a interferire con il tuo processo creativo. Non puoi essere disturbato dal pensiero del giudizio, semmai il giudizio bisogna lasciarlo agli altri, o meglio, così faccio io. Spesso non riesco a capire perché non mi stia piacendo una cosa, allora chiedo aiuto.



Ti capita di partire da spunti a caso quando devi scrivere una canzone?
Si, capita. Volevi chiedermi questo?

Più di tutto volevo capire come ti approcci allo scrivere una canzone. Lo so che non c'è una ricetta, ma sicuramente esistono dei metodi più consolidati e ricorrenti.
Si, si. Una volta riconosciuti questi metodi mi intriga più il fatto di farne a meno, anche se so che funzionano. Ormai abbiamo a disposizione tanti stimoli: basta prendere un nuovo sintetizzatore e ti si apre un mondo, poi sta a te capire come sfruttarlo, perché sappiamo benissimo che a breve quel suono sarà utilizzato anche da altri. Io preferisco partire da un suono che mi ispira, un pad, una cosa ritmica. Ad esempio, mi diverto spesso ad usare Reactor, che non è per niente facile come programma...

…sì è difficilissimo.
Non è facile, bisogna conoscere gli algoritmi, le onde quadre, ma se incominci a prendere confidenza può diventare ispiratore per altre idee, che magari poi traduci su una chitarra, per dire. Ha presente le classiche idee che ti vengono di notte prima di addormentarti? Oppure dopo una notte in giro dove non hai nemmeno dormito, torni al mattino a casa, ti viene un'idea e vai direttamente in studio.

Hai il classico taccuino sul comodino?
Ma no, ho uno studiolo in casa. In mezz'ora posso appuntare tutti gli strumenti, non mi basterebbe scrivere l'idea su un foglio. Anche perché quando mi viene un'idea questa solitamente comprende tutta una serie di arrangiamenti, spesso la particolarità di una canzone è tutta negli arrangiamenti, nell'alchimia di suoni e di frequenze e di contrappunti melodici, è un insieme di cose.

E sono cose che tu vedi immediatamente come se fosse un'unica immagine.
Come se fosse una tela già dipinta, si. Ma, portando il discorso più terra terra, penso che sia una caratteristica dei nostri tempi quella di poter produrre un'idea già completa di tutti i dettagli. Ci sono i mezzi per farlo direttamente a casa, non c'è più bisogno di andare in studio per registrare un provino.

Visto che hai citato lo studio, partiamo allora con i discorsi scacciafiga...
Io sono già ubriaco, vai pure.

Guarda che è analcolico.
(Ride forte, NdR) Saran le patatine allora...

Dicevamo, lo studio: immagino che tu arrivi in studio di registrazione con tutte le parti scritte e ben arrangiate, e i tuoi musicisti poi le interpretano. Non penso che tu voglia fare il Prince della situazione e suonare tutto da solo. Quanto è importante che ogni musicista ci metta del suo?
E' importantissimo creare un team di lavoro affiatato. Ad esempio, quando lavoro e mi viene un'idea la chitarra la metto appena accennata, mando un wetransfer a Giorgio Baldi, lui ha il suo arsenale di chitarre, amplificatori a valvole, pedali, e mi registra tre quattro tipi di chitarre, io scelgo la più adatta. Stesso discorso vale per Clemente Ferrari e i suoi Minimoog, o Cristiano Micalizzi che completa il tutto con la batteria. In studio poi rifinisco il pezzo, ma i miei provini suonano già molto bene, serve per dare a tutti un'idea precisa del brano in modo che ognuno possa darmi il suo punto di vista. Io lascio sempre interagire tutti alla composizione. Ho grande fiducia, per dire: Clemente ha fatto un'orchestrazione fantastica di alcuni brani, io non l'avrei mai pensata una cosa del genere, qualsiasi cosa abbia messo io originariamente non è paragonabile a quello che è stato il suo afflato nel creare un'orchestrazione simile, stupenda. Io sono felice di questa alchimia, l'obiettivo finale è avere qualcosa che si ascolta con piacere. Dici “che bello”, e lo rimetti da capo, “che bello”, e lo rimetti da capo. (ride, NdR)

Invece ti succede mai che qualcosa vada storto, che ad esempio musica e testo vadano...
...a cozzare, oh, sicuro, capita molto spesso. Mi piace costruire le melodie attorno ad un testo, o costruire proprio la canzone rispettando la metrica delle parole. Collaboro da anni con mio fratello e lui ha una proprietà di linguaggio formidabile, ha un'ottima capacità di scrivere le cose, suonano già bene nel momento in cui le leggi, hanno delle rime interne, delle assonanze, già è suono. Questo lo diceva sempre anche Mallarmè: nel momento in cui il testo ha già una sua ritmica, una sua musicalità, vuol dire che c'è qualcosa che va oltre il significato letterario. Quindi c'è una ricerca abbastanza approfondita su questo aspetto, sempre mantenendo un barometro emotivo.

E parlando di barometri emotivi, ti è mai successo di aver scritto una canzone così bella da commuoverti?
Si, certo, a volte nascono delle cose e tu rimani a contemplarle, ad ascoltarle e riascoltarle come se non le conoscessi, eppure le hai fatte tu. Come se ti nasce un figlio e ti chiedono “ma è tuo figlio”? E tu: “Si ma non lo conosco ancora, col tempo impareremo a conoscerci” (sorride, NdR). E' quello il segreto: mantenere una passione attiva nei confronti delle proprie cose, l'amore che tu dai in quella cosa e il modo affinché questa cosa possa essere in arte con colui che poi l'ascolterà. L'artefatto è un processo, è solamente lo strumento che porta quella tua condizione di amore verso quello che hai creato e lo trasporta verso chi in quel momento è in percezione con quell'oggetto, lui a sua volta si emoziona, ed ecco che il processo artistico ha chiuso il cerchio. L'opera d'arte non è l'oggetto ma sei tu che stai amando ciò che hai fatto, e la persona che ne fruisce in quel momento sta ricevendo un linguaggio emotivo, vuol dire che è entrato nella stessa tua condizione di quando l'hai creato, di quando l'hai trasportato dal metafisico al fisico. In sostanza, quello è il processo artistico.

Cambiando un attimo argomento, per me rappresenti bene una certa scena romana.
Il mondo romano... alla fine è una coincidenza, nessuno l'ha mai ricercata. Se oggi non si riesce a ricreare una cosa simile, evidentemente, è perché si sono perse un po' di connessioni, si sono persi i rapporti diretti con le persone e con le dinamiche che si vanno a generare nel frequentare certi luoghi. A Roma c'era Il Locale, era frequentato da musicisti, da attori, da giornalisti, da discografici, da chiunque potesse operare nel settore musicale, del teatro o del cinema. L'alchimia scatta quando persone che arrivano da realtà differenti interagiscono tra di loro. Se io ho un club frequentato da soli musicisti non funziona, capito? E poi ci vogliono dei luoghi fisici, non virtuali, le idee nascono grazie ad uno scambio diretto, non twittandosi dei messaggi, per quanto mi piaccia Twitter. L'ambito creativo, avviene nell'ambito ricreativo, capito? (sorride, NdR). Mentre ci si beve una birra, ti racconto l'ultimo disco ascoltato e tu mi dici su che cosa stai lavorando. Passi da me che facciamo una cosa insieme? I filosofi parlano, i poeti scrivono, i musicisti interagiscono.



(Bianco e Max Gazzè insieme al concerto di Torino - di Fabio Marchiaro)

E delle collaborazioni che hai avuto nella tua carriera che mi dici?
Tutte le mie collaborazioni sono frutto delle mie frequentazioni, e sono tutte cose nate spontaneamente, da Niccolò Fabi a Carmen Consoli, a Mao, a Paola Turci, Ginevra Di Marco, il mondo del Consorzio Suonatori Indipendenti era il massimo, io ho lavorato con Maroccolo, con Magnelli. E diventa una responsabilità, chi ha avuto la fortuna di vivere un momento simile della nostra discografia deve in qualche modo ricrearlo per le generazioni successive.

Ovviamente mi fa piacere sentirtelo dire.
E' giusto. E' normale che sia così, la natura propone ogni anno delle nuove foglie, le foglie vecchie faranno da concime per quelle nuove. Per non parlare della tv, Sanremo quest'anno è stato innovativo, ma prima i giovani sono sempre stati un po' massacrati. Anche se poi, in fin dei conti, sono i giovani che aiutano i big: quante volte capita che le mummie vadano a riciclarsi cercando collaborazioni con i giovani.

Ultima domanda: Spotify. Può realmente cambiare il modo di ascoltare la musica? Qual è il tuo parere?
Penso che Spotify sarà quello che darà vigore reale al mercato della musica, così come sta accadendo adesso nei paesi scandinavi, o in Spagna, in Italia siamo arrivati un po' tardi. Penso che sia una cosa assolutamente positiva. Speriamo.
 

Tag: intervista

Commenti (3)

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  • Silvio Bernardi 04/04/2013 ore 10:59 @rudefellows

    bella intervista, bravo Bianco. E Max ha ragionissima a citare il fratello Francesco: ha un dono per la metrica e il linguaggio che rende i suoi pezzi ricercatissimi, sfiziosi già solo per la parte testuale.

  • Federico Doria 05/04/2013 ore 23:02 @elsenorpablo

    un grandissimo!

  • Pablo e il mare 21/06/2013 ore 10:43 @pabloeilmare

    è vero, bella intervista.
    domande diverse dal solito, tanto per cominciare... :-)

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