IOSHI - Pregando il dio Xangò Intervista

ioshiioshi
12/05/2017 di

Molti di voi lo conosceranno come batterista dei Mellow Mood, ma Ioshi ha dalla sua anche una serie di lavori a suo nome, con Sabir prima, da solista dopo. Ci siamo fatti raccontare come fa a riunire in un unico sound super internazionale tutte le influenze contenute nei suoi album, dai Caraibi all'Africa, e cosa aspettarci dal suo live al MI AMI Festival, sabato 27 maggio (qui potete acquistare le prevendite).

00:00
 
00:00

È passato quasi un anno dall’uscita di “Here comes the Lo-Fi Done”. Come hai trascorso questo periodo?
È un periodo molto impegnativo, sto concludendo il mio percorso al Conservatorio e sto curando un libro sulle origini della musica afro-americana dove si trattano temi etno-musicologici come la cultura Ifà e il popolo Yoruba passando poi per Santeria e Voodoo per arrivare a jazz, blues e hip hop.

Nel lavoro precedente a questo, “Mandala”, ho letto che tu e Sabir avete scritto i pezzi 50-50. In quest’ultimo album, a parte qualche collaborazione ci sei solo tu. Come sono nati questi pezzi e come è stato lavorare da solo?
I concetti, i film mentali, le vibrazioni e le visioni sono mie ma poi c’era comunque sempre Paolo Baldini con me e i miei soci di Pordenone Ankubu, Sonambient e tutto il collettivo Ghost. City, per non parlare di Giacomo Sanquerin che è il videoartista che sta disegnando tutti i visuals ad hoc per i live, sono stati di supporto e sempre interessati a come si stava evolvendo la cosa. Comunque nello specifico hai ragione, davanti al laptop o dietro alla batteria c’ero solo io ed è stata una sfida con me stesso. Far stare in equilibrio così tanti linguaggi la definirei sfida.

Il tuo disco si può dire racchiuda gran parte delle sonorità e delle culture che ti appassionano. C'è un pezzo “Bag Juice” che mi ha fatto venire in mente il mondo di “The Get Down” e la scena hip hop americana fine anni '70. C'è qualcosa del genere nel tuo background?
Sì, certamente, anche se lo puoi trovare nel mio passato più recente rispetto all’influenza reggae che mi porto dietro da sempre. Anche l’hip hop stesso deve parecchio al reggae quindi il passo è stato semplice e breve per arrivarci. In “Bag Juice” ho usato un break di batteria di un pezzo dei Black Uhuru, cercando di fare come i primi dj che isolavano i break di James Brown e compagnia bella, solo che il mio materiale di partenza è il reggae… Sono contento che ti sia arrivata questa cosa!



Invece con "Xangò" approdiamo nelle sonorità tradizionali africane, con "Badda" siamo in piena dancehall, si spazia molto nel disco, c’è un filo conduttore fra i vari pezzi o ognuno racconta una realtà diversa dagli altri?
Curando il libro di cui parlavo prima e studiando questi argomenti ti rendi conto che esiste non un filo rosso ma una fune rossa tra tutte queste sonorità. Lloyd Bradley nel suo libro “Bass Culture” definisce il dub attraverso un'analogia con l’Obeah, pratica Jamaicana che corrisponde al Voodoo Haitiano e da qui parte tutto un gioco di connessioni e di similitudini e sincretismo. "Xangò" al suo interno ha dei sample di voodoo drumming, quindi si retaggio africano ma filtrato dai Caraibi. Xangò è il nome di una divinità del pantheon Yoruba che trovi sia in Santeria, Candomblè brasiliano e Shango di Trinidad e Tobago. Ma è anche la incredibile corrispondenza con Ares-Marte per “noi” europei. Solo che questa divinità di origine africana è più antica.

“Travel” è il pezzo che hai scelto di estrapolare dal disco e per il quale hai girato un video a Sydney sotto all’Harbour Bridge. Come sono nati concept e location del video?
Ero li a trovare i miei parenti, mio cugino Patrick è un videmaker di grande talento ed è nato tutto per caso. In realtà volevamo girare il video all’interno del luna park di Sydney che è sempre sulla baia e proprio dietro alla location finale ma come abbiamo tirato fuori l’attrezzatura siamo stati ovviamente allontanati dalla guardia che comunque è stata molto gentile e ha pure provato a chiedere ai piani alti se era possible realizzare quanto ci eravamo prefissati.



Il lavoro del dj è molto legato alle reazioni del pubblico e al rapporto diretto con chi ti ascolta. Quando suoni qual è il pezzo che fa esaltare la folla e qual è quello che non avresti mai pensato suscitasse tanto entusiasmo e invece ti ha stupito?
Non mi ritengo un dj… rispetto molto quel tipo di figura e quindi non mi sento di dire che lo sono. I miei pezzi sono ancora troppo giovani e non conosciuti dal pubblico ma mi diverto molto a suonare "Badda" e con "Xangò" vedo che gli spettatori reagiscono bene al cambio marcia dei suoi BPM.
Invece non pensavo che "DBSD", pezzo scritto con Capibara fosse così potente dal vivo.

Quale sarà il setup che porterai con te sul palco del MI AMI Festival il 27 maggio?
Avrei voluto portare il live set con la batteria acustica e un collega sul palco con me a gestire l’elettronica più visuals ad hoc con l’illustrazione animata del bambino che trovi in copertina del mio disco. Ho però dovuto ripiegare su un set più portatile e snello quindi penso che opterò per un set standard ableton e controllers oppure un paio di hardware, forse Electribe e roland SP. Vediamo…

Tag: intervista mi ami

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati