Irbis 37 / intervista

Totem e sedie: breve tuffo in IRBIS37

In studio con gli IRBIS37 mentre crescono, restano sé stessi e vogliono andar via.
23/05/2019 14:00
di Pietro Raimondi e Paolo Bontempo

Siamo io e Paolo. Siamo a cena di Michele nel suo appartamento di Città Studi. Circa due anni fa. C'è un po' di gente per casa. Coinquilini, amici e qualche ospite fisso che bazzica l'appartamento dopo le giornate in dipartimento di Matematica. Uno di loro, un ospite fisso, dopo cena, chiacchierando di musica, ci fa ascoltare un pezzo di un amico con cui giocava da ragazzino. Si chiama "Cenere". Io e Paolo siamo ancora scettici sul rap e soprattutto sugli amici degli amici degli amici che fanno rap. Invece quel pezzo dal cellulare sul terrazzo di Michele in Città Studi ci fulmina completamente. È rap, eppure è semplice, vero, ci ricorda noi malgrado tutto. Un po' di tempo dopo sento in una playlist di Spotify la stessa voce. La riconosco al volo. Lo ricordavo come Sadie, ora si chiama IRBIS e sembra che sia cresciuto anche lui.

Due anni dopo quella sera io e Paolo abbiamo l'occasione di consocere finalmente la voce inconfondibile. È Martino, che ha fatto una band con Logos.Lux e dNoise: si chiamano IRBIS37, hanno prodotto un EP bellissimo intitolato "Boccadoro", l'EP ha titillato i ragazzi di Undamento, adesso hanno pubblicato con loro "Schicchere". Domani saranno al MI AMI Festival. Cerchiamo subito di farci raccontare tutto quello che ci siamo persi.

Dal primo microfono a Sadie, fino a IRBIS

 

Come è iniziato tutto? Quando è stata la prima volta che hai preso un mic in mano?
Io ho avuto la possibilità di provare a registrarmi da solo presto, perché mio padre è un chitarrista jazz, ha sempre suonato tanto. Io ho iniziato a rappare quando ero alle medie e pigliavo il computer di mio padre con Garageband... imporovvisavo un po', ma ho registrato un paio di robine già da piccolino. Ogni tanto venivano i miei amici, ce ne era uno che aveva comprato un kit con l'occorrente per registrare e già a 12, 13 anni ci beccavamo e registravamo.

E poi? Quali sono state le tue crew?
C'era AVG, poi c'era la Gas Nobili... ma questo era proprio rap, ora noi stiamo cercando di fare una cosa diversa, non necessariamente da accostare al rap. Chiaramente la mia scrittura è quello, il mio percorso è quello. Ma ora non stiamo cercando di fare qualcosa di così apertamente rap.

E con Logos.Lux e dNoise vi conoscevate già?
Abbiamo avuto qualche collegamento precedente, tipo scuole elementari e simili, ma ci siamo conosciuti a sedici/diciassette anni. Io rappavo già per i cazzi miei, loro avevano iniziato a fare beat: abbiamo fatto una cabina di registrazione in casa sua, quando abitava in Viale Molise. Ci siamo presi sempre di più, e due anni fa si è consacrata con "Calimero" questa idea di lavorare insieme.

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Avete sempre voluto fare questo nella vita?
Martino: Io tutto quello che avevo da fare lo balzavo per fare musica.
Logos.Lux: Io ho cercato anche di iscrivermi in università, di fare un po' di lavoretti... lavorando e tenendo affiancata sempre la musica, costruendo la struttura che mi permettesse di avere tempo per fare musica, ho capito che era proprio la cosa che volevo perseguire. Mano mano ho imparato e ho dedicato la vita a questo. Spesso io e dNoise abbiamo fatto lavori del cazzo, insieme, cose che ti facevano uscire di testa. Tornavi dal cantiere e ti mettevi sul computer, a perdere gli occhi sul MacBook Air 12 pollici. Da neofita avevo capito che per fare musica si prendeva il Mac, allora sono andato in contanti al MediaWorld a comprarmi il Mac che costava meno di tutti. Poi mi sono mangiato le mani per aver speso mille euro così, forse era meglio un computer più accessibile, o usato (ride).

Nel periodo di "Cenere" quindi già vi conoscevate?
Sì sì, eravamo già amici. Anche quando è uscito "Seasons" (sempre firmato Sadie) già ci conoscevamo. Ci si beccava un sacco. Poi dNoise e Logos.Lux stavano iniziando a fare musica, io già rappavo e mi autoproducevo. "Cenere" è il primo beat che ho fatto su Logic. L'ho fatto una sera sul divano dal computer di mio cugino che si era scaricato Logic. L'ho bounceato quel giorno su quel divano e ho registrato la voce direttamente su quel bounce, senza mix.

E come è avvenuto il cambio di nome da Sadie a IRBIS?
In realtà c'è stato in mezzo un IRBISSadie... Sadie viene da "Sedie". Disegnavo in giro delle Sedie, e scrivevo "Sedia" e "Sadie" col marker.
A IRBIS si è arrivati abbastanza naturalmente. Un giorno mi sono svegliato e avevo un botto di motivazioni per chiamarmi così. Ora non me le ricordo bene. È una figura felina particolare. Non saprei dirti molto più di questo, è veramente un discorso molto ampio e un po' insensato, dovrei ragionare a lungo per cavarne fuori qualcosa di sensato da dire.

Stratificazione e simbologia

 

In questo disco, "Schicchere", si nota una roba che già si sentiva in "Boccadoro", però estremizzata, più approfondita. C'è un certo gusto della complessità. È un disco che suona "a strati", non su dinamiche comode. C'è un gusto per il codice, il simbolo, una cosa che sta al posto di un'altra. "A Milano ogni posto che vado ci sono già stato, ho una simbologia"
Io in realtà me la vivo un po' male a parlarne così, perché forse è una cosa che ho fatto troppo nella mia vita di attribuire dei valori alle cose, attaccarmi a dei simboli, a delle immagini, agli "immaginari": in realtà poi la vita è più concreta nei fatti, me la sono sviaggionata un po' troppo. Quindi ti dico: è bello totemizzare la realtà, perché ti aiuta ad attribuire a uno spazio un senso, a un momento un senso, ti da un attimo di sicurezza. Io ho sempre scritto senza pormi molte domande, scrivendo e basta. E mi accorgo nel fare musica che tutto viene fuori e basta, e quando viene fuori e basta, viene fuori bene. Quando stai lì a pensarci e ti posso spiegare come è uscita, vuol dire che è sovralavorata, troppo masticata.
Il disco, poi, è impegnativo da ascoltare. Ha la sua densità, non è facile. In un brano solo raccontiamo più momenti diversi. C'è un pezzo che abbiamo fatto in due anni, "Piedi nudi", ha dentro un cambio netto. Non è che siamo stati due anni interi a lavorarci. La prima strofa l'ho scritta due anni fa, poi l'abbiamo registrata su un'altra strumentale, poi portata su questa strumentale, con la seconda strofa nata in un guizzo... La stratificazione c'è per questo motivo. È proprio una stratificazione temporale. 

Avete una proposta che ritengo "poetica" proprio perché mi ricorda il modo di procedere di alcune poesie. Capita spesso di leggere cose che non capisci, ma che ti prendono tantissimo proprio perché non sai esattamente di cosa stiano parlando.
Ogni parola, ma anche ogni lettera, ogni suono, ogni tono, ha il suo campo energetico. Ogni sillaba ha il suo campo energetico. E se tu vai a fare un componimento di diverse cariche ne vai a creare una nuova. È quello che cerco di fare io: le parole le scelgo in base alla carica energetica che hanno. 

Quindi questa carica energetica delle parole ti interessa prima ancora del significato?
Sì, sì, assolutamente.

È una roba che si intuisce anche nella copertina.
Eravamo un po' in difficoltà e ci siamo affidati al big boss Stefano Adamo, che ha un'ottima visione e ha interpretato il nostro disco in modo figo. All'inizio non avevamo capito molto bene nemmeno noi. Eravamo toccati, un po' scossi, ma ancora sull'attenti, tipo "come facciamo a dire che è bellissima? è stranissima". Ha guadagnato senso ai nostri occhi nel momento in cui l'abbiamo vista pubblicata.
Poi Boh Magazine ha fatto un post sulla copertina che ha aiutato noi stessi a capirci meglio: Stefano nel nostro disco ci ha visto un monumento, un tempio, una roba abbastanza ancestrale, pura, raffinata, ingombrante in un contesto urbano scomodo dove appare con un ruolo di opposizione. Non è per nulla congrua, per nulla quotidiana. Da un'interpretazione al disco meno romantica e un po' più nostalgica.

E lassù in Bovisa dove si trova questo tipo di tensione?
In cascina, chiaramente. E poi tutta la Bovisa ha quella tensione sottesa. Di fianco alla Stazione non c'è niente per decine di metri. Quando sono arrivato io in Bovisa c'era una baraccopoli di lamiera con orti di vecchietti del quartiere. Una distesa di lamiere enorme. Adesso ci hanno fatto un bel parchetto col campo da basket e i palazzoni enormi dove vivono i trapper del momento.
Milano è una città un po' faticosa da vivere, alla lunga è veramente nauseante. È una continua frenesia, non c'è il sole. Allo stesso tempo in ogni posto c'è un'esperienza, ovunque c'è un posto in cui passo e mi ricordo la situazione che ho vissuto sei anni fa in quell'angolo della strada, con quella persona che non vedo da tempo. È tutto così. Per questo vorrei vivere novità, vedere città nuove nel mondo. È una città che ti impone di vedere gli stessi posti. È come andare a lavoro sempre nello stesso posto.

E che simbologia c'è, per esempio, nella zona di Milano Est, sotto Piazzale Susa, dove c'è la redazione di Rockit e pure casa nostra?
Lì ci abbiamo più o meno vissuto tutti a fasi alterne, poi io avevo una morosa che faceva l'Artistico lì a Hajech... io stesso ci sono andato all'Hajech prima di iniziare a studiare da privatista. 

Gli ascolti, il MI AMI, i nomi nuovi

 

Tra poco suonerete al nostro MI AMI Festival. Chi vi gasa tra gli altri che ci suoneranno?
Con Dola e gli altri conta che metteremo la tenda di Undamento probabilmente (ridono), poi Massimo Pericolo, Ketama, Myss Keta, Mahmood, Ensi...

Ma voi il nuovo rap italiano, stile Tedua e Rkomi l'avete ascoltato?
Certo, Tedua e Rkomi ascoltati tantissimo, ma anche le prime cose della Love Gang, Carlo e Franco...
Poi un grande del rap italiano old school che invece mi ha sbloccato, mi ha passato il gusto del marcio, è Roggy Luciano. Un fondatore. È d'Imperia. Ci piace molto. Adesso ha fatto un ultimo disco che è interessante anche da un punto di vista strumentale. Quando ero piccolino me lo ascoltavo un botto. Quando in Italia chi faceva il hip-hop italiano si ascoltava quello che c'era prima, lui era nettamente più forte degli altri... poi ha iniziato a esserci un'evoluzione generale, ma lui ha il suo trip, la sua peculiarità.

E che roba nuova ci consigliate?
Centauro e Omega Storie, due pischelli che becchiamo da un po'. Da quando abbiamo uno studio abbiamo cercato di creare un polo di ragazzi che seguiamo, con cui si può lavorare, perché c'è sintonia. 

 

 

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L'articolo Totem e sedie: breve tuffo in IRBIS37 di Pietro Raimondi e Paolo Bontempo è apparso su Rockit.it il 23/05/2019 14:00

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Pagine: Irbis 37

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